Reggae, un ritorno in Africa

Soundway Records pubblica Fight the Fire: Digital Reggae, Conscious Roots and Dub in Nigeria 1986-1991

EB

07 aprile 2026 • 9 minuti di lettura

Fight the Fire: Digital Reggae, Conscious Roots and Dub in Nigeria 1986-1991
Fight the Fire: Digital Reggae, Conscious Roots and Dub in Nigeria 1986-1991

Se cercate il “suono Soundway", dovete individuare il logo della palma sulle copertine dei dischi di questa etichetta londinese: è una garanzia di qualità per chiunque voglia esplorare i ritmi di quello che la label definisce Planet Earth: Past, Present & Future.

Se siete appassionati di vinili impolverati, di ritmi tropicali o di quell'estetica sonora che fonde il vintage con il futuristico, allora Soundway Records è probabilmente già uno dei vostri punti di riferimento.

Per tutti gli altri ecco qualche cenno biografico: fondata nel 2002 da Miles Cleret, questa etichetta londinese ha iniziato la sua attività come un progetto di recupero archeologico musicale per poi trasformarsi in una delle realtà indipendenti più influenti del panorama globale.

La storia di Soundway inizia con un viaggio di Cleret in Ghana: armato di curiosità e orecchio raffinatissimo, Cleret setaccia mercatini e magazzini dimenticati alla ricerca di vecchi 45 giri di Afrobeat, Highlife e Funk degli anni Settanta. Il risultato è la prima storica compilation, Ghana Soundz: Afrobeat, Funk & Fusion in '70s Ghana. Il successo è folgorante e apre gli occhi (e le orecchie) dell'Occidente su una scena musicale africana incredibilmente vibrante e tecnicamente sofisticata, che rischiava di rimanere sconosciuta e andare perduta.

Negli oltre 20 anni di attività il raggio di azione del marchio si è espanso verso altri Paesi africani, l’America Latina e l’Asia. Alcuni esempi?

·      Nigeria: con la mastodontica serie Nigeria Special – alla fine del 2024 è uscito Nigeria Special Volume 3: Electronic Innovation Meets Culture and Tradition 1978-1993 - e l’album di culto Doing It In Lagos, dedicato alla pop music e alla club culture con influenze P-Funk degli anni Ottanta, ovvero la prova che in quel periodo la Nigeria ballava meglio di chiunque altro;

·       Colombia e America Latina: l’esplorazione della cumbia psichedelica e dei ritmi caraibici con progetti come il celebrato Ondatrópica;

·       Asia: un riflettore acceso su scene rare come quella indonesiana (nella raccolta uscita alla fine del 2022 Padang Moonrise: The Birth of the Modern Indonesian Recording Industry 1955-1969).

A partire dal 2012, Soundway ha compiuto un ulteriore passo in avanti: non solo riedizioni di vecchi classici ormai introvabili o quasi, ma anche produzione di nuova musica. Ecco che l'etichetta diventa un laboratorio per artisti che fondono radici tradizionali e produzioni elettroniche moderne.

Tra i nomi di punta del roster contemporaneo troviamo Ibibio Sound Machine, un mix esplosivo di elettronica post-punk e canti in lingua Efik, una delle prime lingue nigeriane ad avere un’ortografia formale; Bomba Estéreo, il cui electro-tropical sound ha trovato casa qui, prima che diventassero star mondiali; The Meridian Brothers, gli sperimentatori folli della scena neo-tropicalista colombiana di cui abbiamo scritto in occasione del loro ultimo album Mi Latinoamérica Sufre, uscito nel 2024; Dexter Story, il polistrumentista che esplora le sonorità dell'Africa Orientale in chiave moderna.

Il merito principale di Miles Cleret e dei sui collaboratori non è solo quello di aver "scoperto" dischi rari, ma di averlo fatto con un rispetto filologico estremo. Ogni uscita è accompagnata da note di copertina dettagliate, interviste agli artisti originali e un lavoro di restauro audio meticoloso – in questo Soundway può essere avvicinata ad Analog Africa, etichetta di cui abbiamo scritto più volte.

Possiamo affermare a cuor sereno che Soundway ha il grande merito di aver contribuito a eliminare l'etichetta riduttiva di world music, trattando il funk nigeriano o la cumbia colombiana con la stessa dignità e rilevanza culturale del jazz americano o del rock britannico.

E siamo arrivati alla fine di marzo di quest’anno, quando esce Fight the Fire: Digital Reggae, Conscious Roots and Dub in Nigeria 1986-1991, una raccolta di 14 brani che esamina i rapporti tra Lagos e Kingston.

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Se gli anni Cinquanta e Sessanta sono stati il periodo d'oro della decolonizzazione globale, gli anni Settanta sono stati il momento in cui gli ex colonizzati hanno iniziato a fare il bilancio di cosa significasse realmente e profondamente l'indipendenza. Che aspetto aveva? Che sensazione dava? Meglio ancora, nel nostro caso, che suono aveva? Questa raccolta è la testimonianza di quanto quest'ultima domanda fosse risonante in Africa. Il ruolo del reggae è spesso trascurato nell'evoluzione della musica popolare africana, dal soukous, highlife, juju e afrobeat fino agli odierni e spavaldi afrobeats (la "s" segna una distinzione generazionale e musicale cruciale, guai a fare confusione).

Considerato quanto continuino a essere d’impatto gli artisti reggae africani - dal compianto sudafricano Lucky Dube ai grandi ivoriani Alpha Blondy e Tiken Jah Fakoly - vale la pena porsi un'altra domanda: in che modo il reggae è diventato africano? La risposta a queste domande si trova nel paese più popoloso dell'Africa, la Nigeria, come ci ricorda Louis Chude-Sokei nel booklet che accompagna il disco in questione.

La Nigeria ha ottenuto l'indipendenza nel 1960, ma negli anni Ottanta e Novanta la libertà era diventata più difficile da vedere o da percepire. Per molti nigeriani sembrava indistinguibile dalla sudditanza economica e culturale ai loro ex padroni coloniali europei. A peggiorare le cose, le ricche riserve petrolifere del Paese portarono a reti di corruzione politica che indebolirono ulteriormente la sua capacità di indipendenza. Questo scenario portò a un brutale ciclo di dittature militari, con le loro false promesse di lotta alla corruzione e di ritorno a una libertà finalmente purificata dal vizio.

La Nigeria ospitava anche una delle culture musicali più note e sviluppate del continente africano. Piuttosto che attingere alle risorse fornite dalle tradizioni sonore della Nazione, molti musicisti nigeriani optarono per un'importazione musicale. Questo suono arrivò nel Paese negli anni Sessanta, ma tra la fine degli anni Settanta e i successivi Ottanta iniziò ad alimentare un vero e proprio movimento culturale e musicale locale: il reggae giamaicano. Ciò che spinse il reggae nel mainstream nigeriano andava oltre il semplice aspetto musicale: il reggae dava senso, o cercava di darlo, a quelle contraddizioni di libertà e liberazione che assediavano il Paese all'indomani della cosiddetta indipendenza.

Per questo motivo, l'impatto del reggae giamaicano nella Nigeria degli anni Ottanta ebbe molto a che fare con le sue idee su razza, cultura e storia. Ecco perché l'arrivo del reggae ebbe molto a che fare con la popolarità nazionale e globale di un musicista (e non solo) decisamente radicale come Fela Anikulapo Kuti.

Militante pan-africano e socialmente, diciamo così, dirompente, Fela aiutò a stabilire in Nigeria un clima che rendeva popolare la politica radicale nella musica. Ma a lui non piaceva il reggae. Di più, non gli piaceva per niente. Se Fela ebbe un impatto musicale sulla scena reggae nigeriana in via di sviluppo, fu attraverso la sua tendenza a lunghi groove quasi psichedelici. I suoi gruppi perfezionarono questo stile mentre il formato discomix a 12 pollici diventava popolare nella musica dance. Questo formato era influenzato dalla musica dub e dalla cultura del remix pionieristica in Giamaica. Si ascoltino "Labrock Dub" di Mac Dessy Adult in questa collezione, o "Drunken Driver Dub" di B.G. and Fibre. Nessuno di questi brani suonerebbe fuori posto in una sessione al malfamato club di Fela a Lagos, The Shrine.

L'avversione di Fela per il reggae era molto probabilmente frutto di risentimento. La musica giamaicana e lo stile rastafariano iniziarono a eclissare l'impatto del suo afrobeat, in particolare con l'ascesa di Bob Marley, Peter Tosh, Burning Spear e altri giamaicani che iniziarono a esibirsi nel continente africano negli anni Ottanta. Queste figure innamorate dell'Africa affermavano di essere, o erano descritte come, le voci politiche di quello che allora era il "Terzo Mondo" o, come diciamo oggi, il Sud Globale. Il fatto che gli attuali esponenti afrobeats generino spesso risentimento da parte di musicisti e produttori giamaicani per ragioni simili è una bella e preziosa ironia. Essa sottolinea quei ricchi flussi di scambio, appropriazione e competizione che compongono il mondo musicale pan-africano.

A proposito d’ironia: Fela non entrò in contatto con il Black Power e la coscienza pan-africana in Africa, li scoprì a Los Angeles, in California. Lì incontrò, come ampiamente documentato nei documentari a lui dedicati, Sandra Isidore del Black Panther Party, che lo introdusse alla politica radicale nera. Questo è importante per il reggae nigeriano perché in Giamaica il genere, in particolare la varietà roots afrocentrica, si basava sulla nozione che l'Africa fosse un'utopia. Il continente era il luogo dove si sarebbero trovate le risposte alle contraddizioni e ai traumi della schiavitù e del colonialismo.

Nello stesso modo in cui Fela scoprì l'Africa tra i neri americani che spesso idealizzavano il continente, artisti reggae nigeriani come Majek Fashek, Ras Kimono, Orits Wiliki e molti dei cantanti compresi in questa raccolta scoprirono le loro "radici" nelle fantasie giamaicane delle origini africane.

Il reggae divenne centrale per la politica e la cultura della scena che iniziò a coagularsi nella megalopoli di Lagos nei primi anni Ottanta. Gli artisti esprimevano una visione del mondo rivoluzionaria alimentata dal contraccolpo tra democrazia fallita e dittatura militare. Nonostante i sentimenti di Fela verso il reggae, la loro comune coscienza rivoluzionaria faceva sì che il roots non competesse con l'Afrobeat. Sentire l'uno accanto all'altro per le strade di Lagos era assolutamente normale. Piuttosto, il reggae competeva con la musica disco/boogie elettronica da club prodotta in loco. Quel fenomeno suonava più lucido e scintillante, come futuri ancora possibili, invece di quel desiderio di un passato pre-coloniale caratteristico del roots reggae.

Inoltre, lo stile e la sottocultura rasta erano visti come esotici, a volte stranieri. Ciò era dovuto in parte all'appropriazione da parte degli artisti nigeriani del patwa giamaicano filtrato attraverso il pidgin nigeriano. Stranamente, nemmeno i dreadlock aiutavano. Avevano significati indigeni che differivano dalle idee anticoloniali giamaicane. In alcuni casi, significavano qualcuno di sacro e in altri, l'impuro o il folle.

Tuttavia, verso la metà degli anni Ottanta sorsero gruppi, club ed etichette indipendenti dedicati al reggae e alle sue idee. Ci furono successi per le major e meteore che portarono al rub-a-dub di "Reggae Rigmarole", la “tiritera reggae” descritta nel brano di Jan Blast incluso in questa compilation.

Ma prima di allora la scena roots di Lagos ruotava intorno allo studio di registrazione Japex, dove incidevano gruppi influenti come i Mandators, guidati da Victor Essiet. Fu anche il luogo dove iniziò la carriera del fortunatissimo Orits Williki – presente con la canzone, fortemente influenzata da Bob Marley & The Wailers, che dà il titolo all’intera raccolta -, insieme a figure importanti come i già citati Ras Kimono e Majek Fashek, che sarebbe probabilmente diventato la prima vera pop star del reggae africano.

Lagos era cosmopolita ed era stata a lungo il luogo in cui interagivano le oltre 200 lingue, tribù e gruppi etnici della Nigeria. La città ha plasmato un vernacolo comune, una sorta di koinè, così come visioni condivise della situazione politica. Quella cultura nera multietnica è ciò che ha reso possibile gran parte della musica popolare emersa dopo l'indipendenza e dopo il Biafra. Highlife, afrorock, afrobeat, disco o boogie nigeriano e infine hip hop, afropop e ora afrobeats, genere profondamente debitore nei confronti del reggae.

Quella musica era ed è una fusione cross-culturale e pan-etnica, cucinata a fuoco lento nell'intensa vita urbana di una città africana che ha del miracoloso, che sfida la logica e la sopportazione del rumore. Gli artisti reggae nigeriani sono stati i più consapevoli di quella storia e i più impegnati a plasmare quella nuova cultura attraverso la musica.

Fight the Fire: Digital Reggae, Conscious Roots and Dub in Nigeria 1986-1991 mostra proprio come il roots, il dub e l'altrettanto popolare dancehall abbiano fatto proprio questo, come anelli necessari nella catena del suono. Non era solo musica, era un’arma. Questo è il racconto non solo di come il reggae sia diventato africano, ma di come la Giamaica abbia aiutato Lagos a…sì, lo possiamo dire, a reinventare il continente.

È un ritorno in Africa, per davvero.