L'organetto diatonico, canzoni ed elettronica

Due nuovi dischi con Alessandro D'Alessandro – insieme a Gnut e nel progetto Banditori – per riflettere sull'organetto contemporaneo

GF

21 marzo 2026 • 3 minuti di lettura

Banditori
Banditori

L’incontro tra canzone d’autore e note, strumentisti e strumenti di origine popolare è un gomitolo che si è già srotolato nei decenni, lasciandoci un’eredità dialettica: un filo teso di ricerca che molto spesso è diventato anche schietta bellezza.

Sono due sponde che convivono bene, quando c’è onestà intellettuale di base, e gli esempi potrebbero essere davvero numerosi, dallo scorcio degli anni Cinquanta del Novecento ad oggi.

Ecco ora sbalzare fuori un altro tassello fresco e forse anche inatteso, perché frutto di quegli incroci del fato di cui hanno ben raccontato Calvino e Borges.

L'incontro è fra Gnut, al secolo Claudio Domestico, classe 1981, uno dei cantautori del parterre meridionale più interessanti della scena contemporanea, figura tutt’altro che modaiola, e Alessandro D’Alessandro da Coreno Ausonio, Lazio, classe 1985, alchimista dell'organetto e delle potenzialità inesplorate del piccolo mantice, sperimentatore accorto ben conscio, anche, della necessità di conoscere a fondo i capisaldi del modo di suonare prima tramandato solo oralmente, poi, con tutta una declinazione di supporti e mediazioni di fonofissazione, a propria volta diventati canone di riferimento.

L'idea di fondo: accostarsi in libero confronto e poi scegliere un  florilegio di quelle canzoni napoletane che sembrano quasi incistate nel carattere stesso di un popolo, che ne ha tratto succhi umorali ed emotivi, col rischio, spesso, di diventare macchietta, ma anche con l'azzardo vero di veder nascere la poesia pura, destinata a durare nel ricambio delle generazioni.

È successo per caso, o forse perché è entrato in azione Kairós, il momento propizio di cui narravano i greci, quell’attimo fuggente che se è colto al volo schiude prospettive inusitate.

Loro si sono incontrati in una residenza artistica toscana lo scorso anno, e per gioco e comune passione si sono messi a sfogliare, senza pregiudizio alcuno, il fitto canzoniere popular, d'arte e popolare napoletano. Scremando e scegliendo, provando e meravigliandosi di come scaturiva sorgiva la musica, e che lampeggiare di situazioni diverse e frastornanti, anche per chi come loro ha dimestichezza con centinaia di brani.

Perché qui troverete Libero Bovio e Carosone, il De Simone della Gatta cenerentola, Peppino Di Capri, Sergio Bruni, Salvatore di Giacomo e Pino Daniele, e inclusi nel lotto lirico alcuni loro (splendidi) inediti e una versione in napoletano di "Manhà de carnaval", ospite Tosca, così come Enzo Gragnaniello partecipa a "‘E ccerase".

Il tono generale è quasi trasognato, una sorta di allure onirica sembra avvolgere il tutto.

La cosa curiosa è che, nello stesso momento o quasi in cui esce il disco in duo, D'Alessandro è protagonista di un lavoro assai sperimentale, Banditori (Le vele), con Ghiaccioli e Branzini, al secolo Marco Dalmasso.

Richiami di mercato e di venditori ambulanti, manipolazioni e interpolazioni elettroniche, ri - costruzione di una sorta di soundscape fantaetnografico, eppure crudo e vero, all'ascolto.

Così ce l'ha descritto lo stesso D’Alessandro, mettendo in relazione i due lavori: «L'approccio all'utilizzo dell'organetto preparato parte sempre dallo stesso stimolo, ovvero rendere il mio lavoro funzionale alle varie 'forme' con le quali mi devo confrontare».

L'approccio all'utilizzo dell'organetto preparato parte sempre dallo stesso stimolo, ovvero rendere il mio lavoro funzionale alle varie 'forme' con le quali mi devo confrontare.
Alessandro D'Alessandro

«Le parti percussive, ormai una caratteristica centrale del mio suono, sono state una costante di entrambi i lavori, come in passato era già avvenuto per il mio disco solista Canzoni o per Canti ballate e ipocondrie d'ammore in duo con Loguercio. In ogni caso cerco sempre di rendere il più possibile orchestrale l'organetto attraverso la commistione dei suoni acustici con l'elettronica, lavorando molto sulla parte del basso, o anche utilizzando suoni synth nei fraseggi e nei soli».

«Può sembrare strano ma in entrambi i casi ho dovuto lavorare comunque per sottrazione. In Dduje paravise per valorizzare la canzone e non sovrastare la voce, quindi spesso usando suoni lunghi o delay come sfondo sonoro; in Banditori, invece, nella scrittura dei fraseggi, ho eliminato molte parti libere o soli, concentrandomi più su riff ripetuti per rendere maggiormente "ossessivo" il pezzo, essendo la musica elettronica più essenziale dal punto di vista musicale».