L'anno di Beyoncé

Con Renaissance: a Film by Beyoncé la cantante si conferma l'unica vera competitor di Taylor Swift

beyonce
Articolo
pop

Per chi, come me, non ha assistito a nessuna data del suo tour dello scorso anno, Renaissance: a Film by Beyoncé è un valido Piano B (o dovrei dire Piano Bey?).

Se la scorsa estate il fenomeno ribattezzato Barbenheimer (Barbie + Oppenheimer) ha avuto il merito di staccare momentaneamente il pubblico giovanile dalle serie tv e dai social per portarli al cinema, possiamo allo stesso modo affermare che il 2023 è stato l’anno di Tayloncé.

– Leggi anche Ballando con Beyoncé

Proprio come Barbie e Oppenheimer hanno inconsapevolmente unito le forze per svecchiare il cinema, allo stesso modo Taylor Swift e Beyoncé hanno cementato il loro status in comproprietà di regine del pop dell’anno da poco conclusosi.

Renaissance Beyonce

Entrambe le cantanti ispirano una devozione al limite del fanatismo, entrambe hanno intrapreso tour negli stadi così grandi da stravolgere le economie locali – si veda l’aumento di un paio di decimali dell’inflazione in Svezia conseguentemente ai due concerti di Beyoncé a Stoccolma che hanno dato il via al suo tour mondiale lo scorso maggio – ed entrambe hanno chiuso l’anno con un film.

Lo scorso ottobre Taylor Swift: the Eras Tour è diventato il concert movie con il maggiore incasso di tutti i tempi; ora è il turno del film Renaissance di Queen Bey, senza dubbio destinato anch’esso a fare sfracelli al box office.

Le due sono amiche, almeno all’apparenza: Beyoncé è intervenuta alla prima proiezione del film della Swift a Los Angeles e quest’ultima ha restituito il favore presentandosi alla prima mondiale di Renaissance a Londra.

Dove il film della Swift replica in maniera fedele l’esperienza dei suoi concerti, Renaissance ci restituisce anche il lavoro eccezionale e l’atmosfera frenetica del making of, importante tanto quanto i concerti.

Citando una felice immagine impiegata da Steve Rose di The Guardian, Swift ci dà il cigno che scivola armoniosamente, Beyoncé ci mostra anche le zampe che scalciano sotto la superficie dell’acqua. È senz’altro una mossa coraggiosa, la sua: com’era già successo con il film del 2019 Homecoming, che ripercorreva Beychella, le due esibizioni tenute l’anno prima al festival di Coachella, questo nuovo lavoro cinematografico riesce nel duplice compito di scrostare quella facciata di perfezione che accompagna Beyoncé in ogni momento (tranquilli, giusto un po’ nella vita privata: sul palco lei è la solita Alien Superstar) e dare contesto alla star e alla musica.

Dopo una tournée gigantesca coronata dal successo che ha radunato quasi 2 milioni e 700.000 spettatori nel corso di 56 concerti in giro per il mondo per un incasso di 580 milioni di dollari, la quarantaduenne Beyoncé dà dunque l’attacco alle sale cinematografiche. Renaissance è uscito a inizio dicembre negli Stati Uniti, mentre in Italia è stato disponibile durante le feste – in attesa che approdi sulle piattaforme di streaming.

Renaissance s’ispira più al documentario che al concert movie, un concetto molto in voga ultimamente. «Si tratta della visione di Beyoncé, del suo lavoro feroce, del suo coinvolgimento in tutti gli aspetti della produzione, del suo spirito creativo e della sua volontà di creare la sua eredità e di gestire la sua arte», spiega la sinossi del film. Gli spettatori dunque hanno diritto a immagini inedite della sua vita privata, a momenti davvero intensi dei suoi concerti e a retroscena dei cinque mesi di tournée della diva di “Crazy in Love”, una rarità dopo l’estrema protezione della privacy messa in atto da lei e dal marito nei confronti dei media.

E in più, all’uscita nei cinema si accompagna un nuovo titolo, “My House”, posizionato sapientemente al termine del film, costringendo così gli spettatori a seguire i titoli di coda e rendere omaggio al lavoro delle centinaia di persone coinvolte nell’organizzazione del tour. Per il suo ritorno sul mercato discografico dopo Renaissance uscito nell’estate del 2022, Beyoncé ha fatto la scelta di un titolo potente grazie soprattutto ai fiati e ai cori, ma anche ricco in virtù delle numerose variazioni musicali nel corso del brano.

 «When I grow up, I'm gon' buy me a (house) / Make love in the (house) / Stay up late in this (house) / Don't give a fuck about my (house) / Then get the fuck up out my (house) / Lend your soul to intuitions / RENAISSANCE, new revolution / Pick me up even if I fall / Let love heal us all, us all, us all» - My House

Come l’album e il tour con cui condivide il nome, Renaissance: a Film by Beyoncé cerca di essere una celebrazione della gioia queer afro-americana. Fin dall’inizio Beyoncé esplicita il suo desiderio di creare uno spazio sicuro, uno spazio in cui ognuno può essere chi e come vuole, senza doversi preoccupare del giudizio degli altri. «Renaissance significa un nuovo inizio», dice; è un balsamo «dopo tutto ciò attraverso cui siamo passati».

Ma a cosa si riferisce con esattezza? La carica di morte e malattia a cui ha dato origine la pandemia? Le leggi finalizzate a criminalizzare i transessuali? La misoginia, l’omofobia e il razzismo crescenti che conducono a una reale violenza? I molteplici e continui genocidi? Beyoncé non ci dà indizi per farci comprendere ciò a cui si riferisce o come ciò tocchi le sponde di una vita dominata e guidata da quel tipo di benessere che la isola dai problemi che preoccupano i comuni mortali.

Le sue parole riflettono in realtà largamente le banalità liberal che servono a darle quell’apparenza di attenzione ai grandi temi, in modo che i suoi fan possano proiettare su di lei qualche forma di radicalismo. Un atteggiamento di facciata ben attento a non farle perdere denaro, o a spingerla a schierarsi seriamente per qualcosa.

 Quantunque Renaissance non si avventuri troppo oltre i tropi convenzionali dei concert movie – un rapido viaggio alimentato dalla nostalgia a Houston, città natale di Bey, per esempio, risulta allo stesso tempo commovente e stereotipato – ha successo in quanto pellicola che sa che i propri punti forti risiedono non nella sua forma ma nel suo contenuto.

Il Renaissance tour, con tutti i suoi visual surreali, i suoi tre palchi (e che palchi, quattro anni per idearli e realizzarli!) in giro per gli Stati Uniti per abbreviare il più possibile i tempi di attesa tra un concerto e l’altro, le sue decine di tonnellate di acciaio (montate e smontate da una troupe in larga parte femminile), la sua rete informatica si suppone molto complessa, le sue centinaia di costumi e le sue coreografie sconvolgenti, è la star dello spettacolo, com’è giusto che sia: Beyoncé è bravissima a fare ciò che Beyoncé sa fare. Lei e gli altri produttori hanno capito che fosse meglio concedere al collage di concerti il centro del film e la possibilità di parlare da sé piuttosto che sovrastarlo con fronzoli.

Per tutta la sua durata il film combatte sulla maniera corretta di definire un tour e un’era musicale che hanno avuto un impatto fondamentale sulla carriera della cantante e sui milioni di spettatori che hanno assistito alle date che si sono susseguite per cinque mesi. La renaissance, la musa dei molti soggetti ripresi nel film, è un “nuovo inizio” o una “rinascita” o una “cosa curativa e fiduciosa”.

L’energia tematica del Renaissance tour è composta da molti fattori: nella sua essenza l’album del 2022, a mio modo di vedere, era un tributo ai suoni della house e della dance music a cui diedero inizio artisti neri negli anni Settanta e oltre; la coreografia del tour, inoltre, fa riferimento alla ricca storia, durata decenni, della ballroom culture, la scena underground e incredibilmente sfarzosa dominata dalle comunità queer afro-americane e ispaniche e conosciute per aver dato inizio a mosse di ballo come il voguing.

La scena ballroom è anche, come ci informa il film, una delle fonti d’ispirazione di una sottocategoria dei ballerini di Beyoncé, conosciuti collettivamente come The Dolls.

 «La mia speranza era che la musica di Renaissance facesse sì che alcune di queste belle leggende ricevessero i fiori che meritano» – Beyoncé, riferendosi nel film agli iniziatori della ballroom culture

E allora spazio ai ballerini Honey Balenciaga, Carlos Irizarry e Amari Marshall, alcuni dei molti artisti portati alla ribalta, una mossa che contribuisce a un travolgente senso di comunità, la sensazione che Beyoncé e il suo team siano una grande famiglia felice, o, come lei stessa dice: «There’s so many bees in this hive, ci sono così tante api in questo alveare», chiaro riferimento a BeyHive, termine con cui i fan di Beyoncé sono soliti chiamarsi tra loro.

 Il tour e i suoi visual prendono le citate influenze dalla cultura afro-americana e da quella queer e le incorporano all’interno di un’estetica afro-futurista riempita di robot, esplorazioni spaziali, high-fashion body e cromature in abbondanza. Nello stile di altri lavori afro-futuristi – i primi che vengono alla mente sono Dirty Computer di Janelle Monáe e persino Black Panther, senza bisogno di scomodare i Parliament Funkadelic – Renaissance, come dichiara il film, è «la potente abilità di immaginare una Terra differente».

Immaginando questa realtà alternativa, il tour abilmente mantiene il femminismo, la cultura queer e le comunità nere sotto i riflettori, trasmettendo la sensazione che Renaissance sia uno spazio sicuro e radicalmente inclusivo per tutti. È qui che il film brilla veramente: scene gioiose di spettatori addobbati a festa che ballano, piangono e gridano mentre dal palco si abbattono su di loro le canzoni – una sorta di messa laica –, testimoni della creazione in tempo reale di un manufatto culturale.

«Gli spettatori sono una parte davvero importante dello show», dice Beyoncé nella parte iniziale del film, «è più di uno stato mentale, è una cultura». Ed è vero, le inquadrature intime dei fan mentre fanno festa immersi nella gioia di Renaissance, più ancora delle confessioni di Beyoncé sulla sua vita personale, la difficoltà a ritagliarsi del tempo da dedicare ai figli e al marito (nulla che qualsiasi donna che lavora non conosca) e le lotte a cui la costringe il fatto di essere una delle donne più famose (e ricche, aggiungo io) al mondo, formano la spina dorsale del film. 

Ma Beyoncé sa perfettamente quanto concedere e quindi mostra vulnerabilità in modi che apparentemente sminuiscono ma in realtà enfatizzano il suo perfezionismo. Prima del tour ha affrontato un intervento chirurgico al ginocchio vittima di un incidente avvenuto sul palco quasi due decenni fa e la vediamo durante la riabilitazione lavorare il doppio per essere in grado di esibirsi nei tempi programmati. Il suo commento? «Di norma io faccio le prove solo sui tacchi ma, a causa del ginocchio, non sono ancora arrivata a quel punto. Mi fa male da impazzire ma la cosa migliore da fare è solo quella di rimontare in sella».

E lo fa letteralmente: infatti nel corso del film la vediamo durante “Summer Renaissance” volare sulla platea seduta sul cavallo glittering disco che compare sulla copertina di Renaissance.

Durante il tour Beyoncé riceve l’omaggio di altri artisti: Diana Ross interviene durante il concerto che coincide col quarantaduesimo compleanno della cantante di Houston, Megan Thee Stallion durante le due date di Houston e Kendrick Lamar durante quella di Los Angeles, vestito come un addetto dell’ANAS e Queen Bey in versione “ape regina”. 

 Un’annotazione importante: a differenza di altri concerti monstre, qui vediamo i musicisti; poi, ovviamente, ci saranno anche delle basi pre-registrate, le coriste danno una mano importante, ma in ogni caso Beyoncé è praticamente perfetta e il meccanismo gira che è un piacere, salvo un blackout durante una data, onestamente riportato nel film.

Lungo tutto Renaissance, come sempre, Beyoncé ha il controllo completo della propria narrazione – quell’impressione di impeccabilità non si verifica da sola e, malgrado l’intimità del film, non riusciamo mai a lanciare un’occhiata al di là della tenda. Ci rimpinza abbastanza – ci sono lacrime, risate e riflessioni – e ci lancia bocconi di ciò a cui bisogna rinunciare per essere una delle più grandi star della musica.

È soddisfacente senza essere indulgente, è senz’altro opulento, ma più di ogni altra cosa è un monumento al prestigio di Beyoncé in quanto una delle figure più durature della scena del pop e a tutto ciò che serve per raggiungerlo.

«La più grande crescita nella mia vita artistica è arrivata dal superamento delle sconfitte, del conflitto e del trauma. Ma la prossima fase della mia vita voglio che si sviluppi dalla pace e dalla gioia. Io sono chi sono e tu mi prendi o mi lasci. È davvero una bella posizione dove stare in quanto donna… È il miglior periodo della mia vita. Pensavo di averlo raggiunto a 30 anni, ma nooo, sta andando sempre meglio, la vita sta andando sempre meglio. Ho passato così tanta parte della mia vita a essere una che ama piacere in maniera seriale e finalmente non me ne frega più un cazzo» - Beyoncé, Queen Bey

P.S. 1 Durante la visione del film ho finalmente capito cosa vuol dire essere una BeyHive: alle mie spalle una ragazzina di 15 o 16 anni ha cantato tutte le canzoni del film, anche le parti rappate, senza mai sbagliare un colpo, al punto che al termine non ho potuto fare a meno di congratularmi con lei. 

P.S. 2 Ci ho messo un po’ a capirlo: il film ovviamente è in V.O. con sottotitoli e a un certo punto, prima di salire sul palco, Beyoncè chiede, a detta del sottotitolo, un pregame sandwich. Cosa sarà mai, un panino tipico dei narcotrafficanti del Sinaloa? In realtà manca un trattino, è un pre-game sandwich. Ammetto di aver nascosto a fatica la delusione.

P.S. 3 Se conoscete un po’ la biografia di Beyoncé, sapete che dopo la crisi col marito Jay-Z ha pubblicato il disco Lemonade in cui si è tolta alcuni sassolini dalle scarpe. Come nel film ricorda sua madre Tina Knowles, when life gives you lemons, make lemonade, ovvero sii positiva di fronte alle avversità. Bene, nella scena finale sull’aereo privato Beyoncé vorrebbe fare un brindisi ma non c’è vino: una voce fuori campo suggerisce, con apprezzabile ironia, di usare una lemonade, con buona pace del povero Jay-Z.

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

pop

Sufferah. Memoir of a Brixton Reggae Head è l'emozionante autobiografia dello scrittore londinese di origini giamaicane Alex Wheatle

pop

Mutiny in Heaven, diretto da Ian White, è il racconto sincero e senza sconti del primo gruppo di Nick Cave

pop

Il film Bob Marley: One Love del regista Reinaldo Marcus Green non riesce ad andare oltre gli stereotipi