Iosonouncane, Floating Points e i tempi dell’ascolto

Ha senso ascoltare ancora dischi lunghi, nell'epoca di TikTok?

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In queste ore la mia bubble social sta vibrando del dibattito sul nuovo, annunciatissimo, disco di Iosonouncane, Ira, 1 ora e 50 di musica per 17 brani che stanno mediamente attorno ai 6 minuti di lunghezza.

– Leggi anche: Iosonouncane: i giorni dell’Ira

Al di là dei gusti e delle legittime opinioni (ovviamente al solito polarizzate con la galvanica e convinta rapidità di reazione che i modi social richiedono), il plat du jour è la questione se l’apparentemente anacronistico riappropriarsi di una forma estesa e complessa – che richiede certamente ascolti attenti e prolungati – sia un’operazione riuscita oppure il disco potesse essere sfrondato di alcune lungaggini e limitarsi alle intuizioni sonore più interessanti.

Non nego una certa invidia (insaporita, se volete, da una punta di scetticismo tecnico) per coloro le e i quali sono riusciti nel giro di poche ore dalla pubblicazione del disco a ascoltarlo tutto con la dovuta attenzione, tutto e senza interruzioni, magari più di una volta, in quel flusso che naturalmente un’operazione del genere richiede.

Dichiarando questa invidia/ammirazione, dichiaro ovviamente anche senza problemi che io, invece, il disco per intero non sono ancora riuscito a ascoltarlo, per cui vi sollevo dal timore di un’ulteriore opinione a riguardo (ma mi riprometto di trovare un po’ di “finestre” da un 1 ora e 50 per ascoltarlo per bene, dal momento che trovo Iosonouncane un musicista molto interessante), ma mi va di condividere qualche riflessione più ampia sul tema dei tempi e dei modi dell’ascolto.

Perché nell’epoca del crollo delle soglie di attenzione, del ritorno dei singoli, dell’atomizzazione dei lavori musicali dentro playlist, la narrazione sulla long-form ha trovato una sua interessante collocazione, che a non volerla fare assorbire subito dalle necessità del marketing, spinge a interrogarsi sulle tante sfaccettature della fruizione.

La questione non è nuova alla popular music: è stata proprio la commercializzazione di un formato che consentisse la riproduzione di porzioni sempre più lunghe di musica (il lato del 33 giri coi suoi 20 e più minuti prima, il CD poi) a stimolare concept e archi narrativi coerenti sempre più lunghi; così come è ora la fruizione veloce attraverso gli smartphone a avere riportato a centralità la canzone da 3 minuti.

Ma le differenti modalità hanno sempre coabitato: per un ascoltatore che si ascolta(va) tutto The Lamb Lies Down On Broadway dei Genesis o The Wall dei Pink Floyd, c’è sempre stata una comunità (più vasta) che invece era affezionata al singolo del momento e via a girare la manopola della radio. Nulla di nuovo pertanto.

Certo, quando non c’era altro modo di ascoltare se non un giradischi o una musicassetta (con le loro limitate flessibilità di skip, a meno di non alzarsi ogni 3 minuti a spostare il braccetto o di non far slittare il nastro nello stridulo FFWD che ne toglieva qualche mese di vita) era forse più comune che una volta messo su un disco, si potesse arrivare alla fine, concetto piuttosto estraneo al mondo delle piattaforme, come provano spesso impietosamente i numeri degli ascolti accanto ai titoli, in caduta spesso verticale dal secondo pezzo in avanti. Ma oggi come ascoltiamo? E quanto?

Ma oggi come ascoltiamo? E quanto?

Difficile dirlo e impossibile (nonché errato) generalizzare. Io ogni tanto queste cose le chiedo in giro, magari ai miei studenti e studentesse – che mi danno sempre risposte fantastiche e illuminanti per la loro irriducibilità a qualsivoglia teoria – ma diciamo che per tentare una riflessione veloce posso provare a partire da me stesso e da qualche esempio.

Se torniamo indietro di poche settimane lo stesso buzz che in queste ora riguarda Iosonouncane era riservato a Floating Points e Pharoah Sanders con il loro Promises, altro disco che non ha molto senso ascoltare a pezzi, ma nemmeno ascoltare in bassa qualità.

– Leggi anche: Le promesse di Floating Points e Pharoah Sanders

Se sulle prime infatti, pur ascoltandolo tutto in digitale, il lavoro non mi aveva particolarmente colpito, una volta ascoltato in CD e su un impianto decente e al giusto volume, si conferma come un’esperienza avvolgente e affascinante. Cui va dedicato certo meno tempo rispetto a Ira, ma che quei tre quarti d’ora senza disturbi li richiede tutti.

Chi frequenta il mondo del jazz sa bene – a volte non lo ammette, ma lo sa – che a partire dai tardi anni ottanta il CD ha suscitato una sorta di horror vacui in molti musicisti, i cui dischi hanno iniziato a contenere mediamente una ventina di minuti (o più) del tutto irrilevanti e a volte controproducenti.

Ma anche il tempi più recenti, l’acclamato triplo Epic di Kamasi Washington? I tanti fans lo ascoltano sempre tutto? Davvero ha un senso formale indispensabile la lunga durata - come in un Morton Feldman - o a volte il “gigantismo”, finita l’epoca dei Tommy e dei Lamb è diventato anche una convenienza di comunicazione? 

– Leggi anche: Arca, Kamasi Washington: è questo il futuro del pop?

Come in letteratura, in fondo, c’è chi è un poeta da haiku e chi un romanziere torrenziale (con buona pace di eccellenti autori e autrici di racconti che la polarizzazione sottrae dagli hashtag più gettonati) e non ha tanto senso sbandierare il fatto che la riappropriazione di una forma che richiede pazienza e dedizione sia di per sé un valore in quanto “non omologata” alle modalità “usa e getta” di oggi e più vicina all’essenza della musica.

Perché poi in fondo le cose non vanno quasi mai come si vorrebbe: certamente una fetta di ascoltatori è affezionata a “Comfortably Numb”  o “Another Brick In The Wall”, ma magari a distanza di anni a un bel po’ di pezzi minori di The Wall potrebbe anche rinunciare volentieri, ma in fondo anche dello stesso precedente  Die di Iosonouncane si tende a ricordare un po’ troppo “Stormi” e troppo poco il complesso del disco. 

Perché una volta che un lavoro è affidato ai flutti dell’ascolto, può succedere di tutto.

Come dimostra anche - pur nella sua eccezionalità – il caso di Everywhere at the End of Time di The Caretaker, la cui notevole lunghezza complessiva (6 ore e mezza) strutturale al progressivo processo di disfacimento della memoria ha trovato una “second life” nelle sfida di resistenza dei ragazzini di TikTok.

E il senso del tempo che i lunghi mesi della pandemia hanno verniciato sul nostro sentire è esso stesso piuttosto contraddittorio, tra monotonie quotidiane e distopie da zoom, voglia di riprendere un po’ di sano ritmo di vita e amniotico rifugio nelle sospensioni più ambientali (che a magari a qualcuno evocano invece le angosce dell’isolamento).

Di fronte, ancora una volta per fortuna, alla libertà di autodeterminare la propria relazione temporale, emotiva, culturale, con quello che si ascolta, non resta che fare pace con i diversi tempi e modi della fruizione, con la consapevolezza che certe cose si dispiegano meglio su arcate temporali ampie e complesse (i cui spazi vanno riconquistati forse proprio a scapito di un po’ di prontezza su Instagram), altre invece si accodano ai bioritmi un po’ jungle cui ci siamo abituati.

Ma ora vi lascio che voglio ascoltarmi bene questo Ira… o magari solo un paio di pezzi, dai!

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