Il suono condiviso: 45 anni con il Quartetto di Venezia

Andrea Vio racconta storia, identità e visione di uno dei più longevi quartetti d'archi italiani, tra memoria interpretativa e nuove prospettive

SN

03 aprile 2026 • 7 minuti di lettura

Quartetto di Venezia
Quartetto di Venezia

A quarantacinque anni dalla fondazione, il Quartetto di Venezia rappresenta una presenza stabile nel panorama cameristico europeo. Nato all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso e formatosi nel solco della scuola mitteleuropea, l’ensemble ha costruito nel tempo un’identità definita, fondata su rigore stilistico e continuità di lavoro sul repertorio. Anche in questa stagione, un ruolo centrale dell’attività del Quartetto è la residenza all’Auditorium Lo Squero nell’Isola di San Giorgio, sede della Fondazione “Giorgio Cini”, dove il Quartetto presenta anche nel 2026 una serie articolata di concerti, affiancando ad autori di riferimento come Mozart, Beethoven e Schubert pagine del Novecento e contemporanee, includendo Kodály, Weinberg, Ginastera e Cacioppo.

In questa intervista, Andrea Vio, storico primo violino del Quartetto di Venezia, offre uno sguardo dall’interno su un percorso che unisce esperienza e costante revisione interpretativa. Questo importante anniversario diventa così occasione per riflettere non tanto sul passato, quanto sul funzionamento di un quartetto nel tempo: dinamiche interne, evoluzione del suono, rapporto con le partiture. Accanto a questo, emerge una riflessione sul ruolo del repertorio e sulla responsabilità dell’interprete nel mantenere aperto il dialogo tra linguaggi diversi.

Dopo 45 anni di storia del Quartetto di Venezia, quanto pesa – e quanto invece libera – la memoria delle interpretazioni passate quando affrontate di nuovo autori come, ad esempio, Mozart o Beethoven?

«I grandi interpreti del passato sono, saranno e devono essere un punto di riferimento fondamentale per tutti i musicisti che affrontano opere dei grandi compositori del passato, su questo non c'è alcun dubbio, un punto di arrivo e di partenza di tutte le nuove scuole interpretative moderne. Ovviamente 45 anni di conoscenza e di maturità portano ad avere una propria visione interpretativa molto forte che riguarda non solo Mozart e Beethoven ma un po’ tutto il repertorio quartettistico che comunque si basa sulle tre scuole fondamentali per la formazione del Quartetto di Venezia, quelle di Sando Vegh, Paul Szabo e Piero Farulli.»

Suonare in quartetto significa anche convivere artisticamente per decenni: quali sono le “micro-evoluzioni” quasi invisibili che trasformano un ensemble nel tempo, più ancora dei grandi cambiamenti?

«È come chiedere come cresce e perché cresce una persona e come si trasforma da bimbo a persona matura. La maturità cresce col tempo, le esperienze, le conoscenze artistiche ed umane, gli incontri. Ogni piccolo tassello nel tempo si aggiunge e porta, nel bene e nel male, a consolidare un rapporto professionale e di amicizia sempre più forte. E poi è conoscere i pregi e difetti di chi ti sta di fronte, sapendo cogliere con intelligenza gli aspetti migliori dell’altro ed accettando gli errori propri e quelli degli altri, sapendo molto bene che tutti hanno ragione e tutti hanno torto, come nelle migliori democrazie. L’importante è che nella bilancia crescano quelle positività che nel tempo portano all’arricchimento culturale ed umano di tutti e quindi dell'ensemble. Un’armonia che aumenta esponenzialmente se accetta questi contrasti.»

Quartetto di Venezia
Quartetto di Venezia

Tornare ciclicamente su certi capisaldi del repertorio è una scelta inevitabile o una sfida consapevole? In che modo evitate l’automatismo interpretativo?

«Inevitabile. Il repertorio quartettistico, come sappiamo, è immenso e i capolavori scritti dai più grandi compositori per questo ensemble sono numerosissimi. La richiesta di programmi delle società concertistiche e dei festival non può eludere le grandi composizioni del repertorio quartettistico. Devo però sottolineare che nei grandi interpreti la sfida di trovare idee nuove in brani che si suonano da molti anni è sempre presente: idee nuove, scoperte interpretative nello studio continuo della partitura, piccoli nuovi particolari o equilibri sonori che sembrano essere migliori o più efficaci, però allontanandosi sempre da quelle "trovate" spettacolari insopportabili che oggigiorno si sentono e si vedono sempre più spesso. Scelte effettistiche, che nulla hanno a che vedere con la volontà nobile dell'autore nella creazione di un’opera d’arte. La ricerca interpretativa non finisce mai.»

È dovere dell'interprete offrire al pubblico l'antico ed il moderno o contemporaneo per trovare sempre più nuovi linguaggi senza però dimenticare le grandi opere del passato.

Il quartetto d’archi è spesso visto come una forma “chiusa”. Eppure i vostri programmi, come quelli per l’Auditorium Lo Squero in questa stagione, mettono in dialogo epoche lontane: cosa rende ancora fertile questo formato oggi?

«Credo faccia parte della natura umana in tutti i campi: la creatività artistica dell’uomo è in continua evoluzione ed il sentire umano non è cambiato. Comunque, è dovere dell'interprete offrire al pubblico l'antico ed il moderno o contemporaneo per trovare sempre più nuovi linguaggi senza però dimenticare le grandi opere del passato. Così è in tutte le forme d’arte, la pittura, la scultura, la letteratura, la poesia ecc. Temo però che l’educazione artistica sia cambiata in peggio. Non si vuol capire o non si capisce proprio che l'arte, la cultura sono mezzi con cui le genti, i popoli trovano un linguaggio universale di vicinanza e fratellanza assai prezioso al giorno d’oggi. Noi musicisti stiamo vivendo un periodo difficile proprio per questo motivo. È una battaglia che si è rovesciata: oggi la spinta viene dal basso, non è sostenuta abbastanza da chi di dovere.»

Nella vostra esperienza, esiste un momento preciso in cui un quartetto trova davvero il proprio suono, oppure è un processo che non si conclude mai?

«Già da subito, quando cioè cominciammo a suonare assieme, capimmo che c’era un’intesa musicale, un’uniformità di suono, un modo di suonare che raramente si trova in modo quasi istintivo. Direi perciò che le caratteristiche tecnico/musicali di un quartetto nascono subito col piede giusto e credo non possa essere diversamente. Quante volte si ascoltano gruppi in cui ognuno suona in modo diverso, colpi d’arco, vibrato, qualità del suono, caratteristiche che devono essere simili? Oppure si assiste a incontri di solisti che affrontano il repertorio quartettistico in modo del tutto casuale, senza tener conto che il quartetto è uno strumento a sedici corde, ben accordate? Tornando a noi, ovviamente il tempo ha migliorato tutti questi aspetti, ci mancherebbe altro! Il bello del suonare assieme in tutti questi anni è che non si smette mai di cercare spunti musicali, particolari – lo “scavo" della partitura – che ti fanno scoprire dettagli nuovi e ovviamente sonorità nuove, ricercate.»

L’ascolto reciproco è un qualcosa di istintivo, naturale, che ogni membro del quartetto deve avere e guai se non fosse così. 

Come cambia il vostro modo di ascoltarvi a vicenda dopo tanti anni? L’ascolto diventa più intuitivo o richiede, paradossalmente, uno sforzo di attenzione maggiore?

«L’ascolto reciproco è un qualcosa di istintivo, naturale, che ogni membro del quartetto deve avere e guai se non fosse così. L'attenzione deve esserci sempre ma ovviamente negli anni questo aspetto diventa qualcosa di scontato o intuitivo come dice lei. Diventa cioè qualcosa che procede spesso quasi senza pensarci. È un po’ come la tecnica strumentale: tu studi per anni dei passaggi virtuosistici che poi diventano degli automatismi che suoni senza difficoltà.»

Nei programmi di questa stagione accostate autori molto diversi, da Johann Sebastian Bach a Robert Schumann fino alla contemporaneità con l’americano Curt Cacioppo: che tipo di “continuità nascosta” cercate tra linguaggi così distanti?

«In realtà molto semplicemente cerchiamo di offrire al pubblico un repertorio il più vasto possibile, dal barocco al moderno e contemporaneo, con alcuni tra i più importanti brani scritti per quartetto. In questo modo proponiamo al pubblico una full immersion nell’universo musicale quartettistico che possa regalare momenti di gioia, emozione, spiritualità, sorrisi in un auditorium dalla acustica e bellezza davvero unici. La cornice veneziana poi che si respira attraverso l’ampia vetrata che sta dietro i musicisti completa l’opera.»

Quartetto di Venezia
Quartetto di Venezia

La lunga esperienza della residenza all’Auditorium Lo Squero ha cambiato il vostro rapporto con il pubblico o con il repertorio?

«Il rapporto con il pubblico dello Squero è molto bello: vedere ed incontrare persone che prima non conoscevi, che tornano ad ogni concerto, si fermano a ringraziarti e salutarti nuovamente, è piacevolissimo e dà molta soddisfazione. Quindi direi che la novità sta proprio in questo; essere “quartetto in residenza” alla Fondazione Cini ed avere una nostra serie di concerti ha creato un clima armonioso ed amichevole con il pubblico.»

Il nostro modo di suonare viene da uno studio che continua tuttora e nasce con la grande scuola mitteleuropea di Sandor Vegh e Paul Szabo, due maestri che hanno indicato una strada molto chiara e netta alla quale siamo estremamente legati. 

Dopo 45 anni, esiste ancora il rischio – o forse il desiderio – di rimettere in discussione scelte identitarie del quartetto, come il repertorio privilegiato o lo stile interpretativo?

«No. Il nostro modo di suonare viene da uno studio che continua tuttora e nasce con la grande scuola mitteleuropea di Sandor Vegh e Paul Szabo, due maestri che hanno indicato una strada molto chiara e netta alla quale siamo estremamente legati. Per quanto riguarda il repertorio sappiamo bene che quello per quartetto è un mare di opere grandiose, tutti i più grandi compositori hanno scritto per questo ensemble ed i programmi non possono che comprendere questi capolavori. Spesso i programmi vengono arricchiti con opere di autori contemporanei, dedicati al Quartetto di Venezia. In uno dei prossimi concerti allo Squero eseguiremo un brano dell’amico compositore statunitense Curt Cacioppo, con il quale ci lega una amicizia di lunga data. Curt ha dedicato al nostro Quartetto molte opere, la maggior parte delle quali registrate per la casa discografica Navona; uno di questi CD ha avuto la nomination ai Grammy Awards.»

Guardando indietro, ci sono opere che avete capito solo molto tempo dopo averle suonate per la prima volta? E cosa ha innescato quella nuova comprensione?

«La maturità negli anni è decisiva in questo senso. Più gli anni passano e più l’interpretazione di uno stesso brano si arricchisce di idee musicali, particolari che fino a quel momento non erano emersi. Più che la comprensione è l’arricchimento personale e di assieme che aggiunge ricchezza all’esecuzione stessa. Un capolavoro quartettistico, e di questo parliamo quasi sempre, è comprensibile da subito.»

Se doveste immaginare il Quartetto tra altri 10 o 20 anni (o oltre), pensate più a una continuità con il vostro passato o a una trasformazione ancora radicale?

«Io avevo una mezza idea di rifarmi il naso…»