Il Regio di Torino riparte dal Verismo
Intervista al sovrintendente Mathieu Jouvin
25 settembre 2026 • 6 minuti di lettura
Mathieu Jouvin è un accanito lettore (autore preferito: Puskin), un appassionato cinefilo (attentissimo conoscitore di Claude Sautet) e d’estate ama fare surf sulle onde dell’Oceano Atlantico. Di professione fa il sovrintendente del Teatro Regio di Torino, e lo fa con passione.
Lo abbiamo incontrato mentre fervono le prove del Festival Verismo che aprirà la stagione 2026/27: dal 15 ottobre al 22 novembre andranno in scena quattro opere, tutte dirette dal direttore musicale Andrea Battistoni: Cavalleria Rusticana di Mascagni (regia di Daniele Menghini, cantano Ekaterina Semenchuk, SepkJong Baek, Ariunbaatar Ganbaatar) e Pagliacci di Leoncavallo (regia di Francesco Micheli con Carolina Lopez Moreno, Martin Muehle, Ariunbaatar Ganbaatar, sponsor del dittico inaugurale è Intesa Sanpaolo), La Bohème di Leoncavallo (regia di Francesco Micheli, con Matteo Lippi, Anna Goryachova, Alessandro Luongo, Francesca Dotto), Iris di Mascagni (regia di Daniele Menghini, con Erika Grimaldi, Angelo Villari, Roberto Frontali, Luca Tittoto).
Tutta la stagione del Regio qui.
Sovrintendente Jouvin, perché iniziare la stagione con un Festival Verismo?
«L’idea è partita dal Festival Manon, nell’ottobre 2024 abbiamo proposto insieme le tre Manon di Auber, Massenet e Puccini, è stato un momento molto importante per il teatro e cercavamo un format della stessa natura che potesse creare interesse su opere non scontate, originali, diverse, insomma una sfida. Ci piace che all’inizio della stagione questo progetto sia una sorta di manifesto dell’identità del teatro.
Con il direttore artistico Cristiano Sandri abbiamo pensato a due autori come Mascagni e Leoncavallo: hanno scritto due capolavori come Cavalleria rusticana e Pagliacci ma dopo, paradossalmente, le loro altre opere sono state poco rappresentate, non è giusto! Così abbiamo pensato di rinnovare l’interesse su altri due titoli: Iris di Mascagni (è molto bella, è la prima opera italiana a soggetto giapponese, ma è stata oscurata da Madama Butterfly di Puccini) e La Bohème di Leoncavallo (oscurata, ovviamente, da quella di Puccini). Poi ci sembrava interessante proporre un’altra Bohème proprio al Regio dove è nata quella di Puccini. Non possiamo sempre rappresentare le stesse opere: che noia!»
Ventidue recite in poco più di un mese: è come produrre un kolossal!
«L’organizzazione delle tre Manon ci ha insegnato molto: in questo caso ci siamo dati più tempo e più respiro, un solo direttore per i quattro titoli, ma due registi diversi. E’ un bel periodo produttivo, ci tengo molto: è un bel biglietto da visita per il teatro, è un orgoglio di tutti noi essere capaci di realizzare un progetto come questo che va oltre l’ordinario»
Quanto è importante per il Teatro Regio avere un direttore musicale come Andrea Battistoni?
«Il primo motivo è una riflessione artistica: scegliere un direttore così colto come Andrea arricchisce il lavoro mio e del direttore artistico, non volevamo un “divo”, volevamo qualcuno con il quale condividere le nostre idee, con il quale lavorare insieme e così avviene. Il secondo motivo è che un direttore musicale dà un’identità del teatro e Andrea lo ha fatto benissimo, è un giovane già affermato e in crescita e la sua crescita accompagna quella del teatro. Qui può esprimersi nell’opera, nei concerti, tra lui e l’orchestra c’è rispetto, c’è affetto. Il direttore ha partecipato a tutti i concorsi e dà l’impronta di quella che sarà l’orchestra tra dieci anni. C’è un senso di responsabilità, orchestra, coro (sono felicissimo che il nuovo maestro del coro sia la bravissima Gea Garatti Ansini) sono disponibili al confronto, c’è impegno, la consapevolezza di essere al servizio del teatro»
Che cosa ha significato vincere tre Premi Abbiati di seguito per La Juive (“miglior spettacolo 2023”), Manon Manon Manon (“premio speciale 2024” e Hamlet (“costumi: Giada Masi, 2025”)?
«E’ stata una bellissima sorpresa! Non sta a noi giudicarci, non saremmo obiettivi, ma quei riconoscimenti e le motivazioni premiano il coraggio delle nostre scelte, la nostra originalità, il nostro impegno produttivo. L’altro riconoscimento ci viene dal pubblico ed è un grande motivo di orgoglio: a settembre (e la stagione non è ancora iniziata) siamo al 10% in più di vendita degli abbonamenti e del 35% in più dei Carnet! Penso sempre a quello che spiega il maestro Muti: maestro deriva da magis cioè “più”, ministro da “minus” e deve essere al servizio degli altri. Ecco, tutti noi in teatro ci sentiamo al servizio degli altri»
Gli sponsor aiutano il Teatro Regio?
«Certo, ringrazio la fedeltà dei soci fondatori e dei sostenitori da lunga data, ci sono stati vicini anche in anni difficili. Adesso vediamo l’interesse anche di altre realtà e ci fa piacere che siano loro a cercarci spontaneamente, vuol dire che siamo percepiti come “desiderati”, è il caso dei nuovi: Esselunga (che sponsorizza anche l’attività per le Scuole) e Idealista. Nei prossimi anni tutto questo si può sviluppare molto di più, adesso che la squadra e l’organigramma è completo potremmo fare ulteriori passi di sviluppo.
Parliamo un po’ dei titoli e degli allestimenti della stagione: Juditha triumphans di Vivaldi (dirige Gianluca Capuano) in forma di concerto, perché?
«E’ da tempo che vogliamo andare verso il teatro barocco (spoiler: nei prossimi anni metteremo in scena un’opera barocca) e con il maestro Gianluca Capuano ci siamo detti: perché non fare un Vivaldi in versione da concerto? A pochi metri dal Regio c’è la Biblioteca Nazionale dove è custodito l’importantissimo fondo vivaldiano Foà Giordano. Un’opera in forma di concerto è un bel modo di rendere omaggio a Vivaldi, si è più concentrati sull’ascolto. Io adoro la dimensione teatrale ma una volta ogni tanto è bello concentrarsi solo sulla musica, è un altro modo di prestare attenzione. Mi piacerebbe mettere in scena un’opera e poi, una volta, eseguirla in forma di concerto, così, per fornire un ascolto diverso»
Come sarà La Traviata (dirige Andrea Battistoni) con la regia di Jacopo Spirei che al Regio ha già diretto un bellissimo Hamlet?
«Mi piace molto l’idea di Spirei che non vede Violetta come una vittima (certo, era stata venduta dal padre), ma come una donna forte che decide del suo destino, che gioca con le regole, che sa il fascino che ha sugli uomini, la sua è una sfida, decide di morire. E poi bisogna considerare che è una donna malata, è condannata, e bisogna avere una grande forza per vivere con una malattia»
La tragèdie de Carmen con la regia di Peter Brook arriva per la prima volta al Regio: è uno spettacolo del 1981 che non è invecchiato?
«Assolutamente no. Brook è un genio e i suoi spettacoli, come Don Giovanni o Il Flauto magico non invecchiano mai, durano nel tempo, è come vedere uno spettacolo di Pina Bausch: non hanno scadenza! E’ molto bello tornare alle origini di Carmen. E poi nella stagione proponiamo Carmen con la regia di Arnaud Bernard che ha scelto un allestimento “duro” che si ispira al film Stromboli di Rossellini e collega il sud della Spagna con il sud dell’Italia e si sbarazza del folklore spagnolo. E’ come un profumo leggero, hai l’essenza della dimensione della tragedia nel senso greco del termine»
Salome (dirige Axel Kober) arriva da Ginevra e la regia di Kornél Mundruczò ambienta l’opera…
«In un Grand Hotel contemporaneo, di più non posso svelare perché è un vero e proprio coup de théatre, una sorpresa forte. Salome è come una tragedia greca e ha molto da insegnarci anche oggi»
La stagione si conclude con Eugene Onegin (dirige Valentin Uryupin, regia di Robert Carsen), una delle sue opere preferite.
«Sì, è vero, ma non costruiamo la stagione sulle mie passioni. Quello di Puskin è un destino incredibile: muore in un duello proprio come il duello che ha raccontato nell’Onegin. Nei Pagliacci si dice “il teatro e la vita non son la stessa cosa”, talvolta sì, ma nella vita si muore davvero. Puskin è stato maestro del proprio destino, ha messo la sua vita in gioco, in quel periodo il valore della vita era diverso, il rapporto con la morte era diverso. Uryupin ha già diretto da noi, è una certezza, è un direttore in piena crescita»
Un sogno per il Teatro Regio?
«Mille anni di vita! Che continui a essere un faro per la cultura torinese: è un teatro nato nel 1740. Mi piace l’idea che rimanga un simbolo della Torino culturale, il Regio ha una continuità storica, il Regio deve essere contemporaneo e fedele alla sua storia, è importante avere la propria identità, la libertà di proporre cose originali e non banali»