Emanuele Parrini, un discorso da continuare

Intervista a Emanuele Parrini intorno al suo nuovo Digging. Reflections on Jazz and Blues

Emanuele Parrini (foto di Emanuele Meschini)
Emanuele Parrini (foto di Emanuele Meschini)
Articolo
jazz

Emanuele Parrini, violinista jazz toscano, musicista libero e non incline al compromesso. Il suo ultimo lavoro, Digging. Reflections on Jazz and Blues, è un gioiello.

Un quintetto in stato di grazia (con il leader ci sono Taylor Ho Bynum alla cornetta, Dimitri Grechi Espinoza al sax alto, Giovanni Maier al contrabbasso e Andrea Melani al batteria) che suona con l'urgenza della migliore New Thing senza scadere nemmeno per un istante nella didascalia.

Era necessario approfondire.

– Leggi anche: Emanuele Parrini. Una suite per Amiri Baraka

Emanuele Parrini - Digging

Ci racconti la genesi del disco, cosa ti ha ispirato, come avete lavorato, come il tuo percorso si è incrociato con quello di Taylor Ho Bynum?

«Questo disco rappresenta la sintesi di Viaggio al centro del violino, un lavoro complesso sviluppato in tre album e vari concerti. In questi lavori il materiale trattato era un mix di brani ricorrenti, perché ci fosse un filo conduttore che legasse gli album tra loro, e di brani scritti o scelti appositamente, perché ogni disco fosse caratterizzato ed autonomo. Digging rientra in questa logica di pensiero. Taylor l'ho incontrato nel 2015 all'interno del Sonic Genome di Braxton al Museo Egizio di Torino, a cui ho partecipato; in precedenza lo avevo ascoltato e apprezzato in più di un'occasione. Ho pensato che potesse essere una voce importante e nuova nel mio progetto e che ne potesse allargare gli orizzonti. Ho lavorato un anno e mezzo per rendere reale la possibilità di coinvolgerlo. Da subito ho capito che qualcosa era successo, vista la gran complicità e la facilità nel suonare, già dalle prove».

«Digging è scavare nel profondo, un guardarsi indietro per andare avanti. Decisiva è stata la figura di Renzo Pognant, il titolare della Felmay, che ha creduto in questo progetto e in un periodo controverso come quello della quarantena ha lavorato con me dandomi stimoli e fiducia. Insieme a quello della mia famiglia (mia moglie ha curato la grafica dell'album) il suo supporto ha consentito di ultimare un lavoro che probabilmente non avrebbe mai visto la luce. Ringrazio pubblicamente anche tutti gli altri che ne hanno reso possibile la realizzazione: Maurizio Zorzi, Luciano Rossetti ed Enrico Romero autori delle immagini e Griffin Alan Rodriguez che ne è stato il sound engineer».

Il disco ha il grande pregio di suonare istantaneamente classico e fuori dal tempo, potrebbe essere un disco di cinquanta anni fa eppure suona attuale e pieno di energia e di negritudine: chi sono i tuoi fari ispiratori e come lavori in fase di scrittura, che rapporto c'è tra questa e l'improvvisazione nei pezzi?

«Pensare sempre a cose nuove, al futuro, questa è l'eredità più viva che mi ha lasciato il mio mentore Tony Scott, e mettere in discussione i propri maestri è la riflessione consegnatami da Archie Shepp quando gli ho confessato la mia devozione. Sta tutto qui il significato di quello che ti dicevo prima sul guardarsi indietro per andare avanti. Mettersi in discussione, guardare alla tradizione per tirare fuori idee nuove e continuare un discorso, una storia. Rinnovarsi, abbandonare le proprie zone di sicurezza per intraprendere strade impreviste, affrontare il gioco ed il rischio».

«Pensare sempre a cose nuove, al futuro, questa è l'eredità più viva che mi ha lasciato il mio mentore Tony Scott».

«Brani come "Black Dada Nihilismus" di Amiri Baraka ed il New York Art Quartet sono un grande esempio di come quella generazione cercasse di portare avanti un linguaggio e proprio quei musicisti (tra gli altri), che incarnano quel movimento definito come New Thing, sono diventati per me un grande punto di riferimento. Nella fattispecie Digging è un album composito in cui si alternano brani più formali e descrittivi a brani più astratti dove temi e improvvisazioni si confondono o addirittura non c'è tema, dove le parti solistiche sono pensate per i suoni e le personalità che le dovranno affrontare.È un percorso di pieni e vuoti, molto strutturato, paradossalmente per avere più libertà d'azione».

Emanuele Parrini
Foto di Enrico Romero

Prospettive di portarlo in giro? Questa domanda tocca forse un tasto dolente. Come vanno le cose con il lavoro di musicista in questa fase post lockdown? Che prospettive hai?

«Lavorare all'uscita di questo album è stata la cosa che più mi ha tenuto vicino alla mia vita di musicista in questo periodo passato di lockdown, in cui poca voglia ho avuto di prendere in mano il violino e suonare. Oltre a essere il documento di una fase di un percorso in divenire è stato uno degli stimoli che mi sono dato per riportare il gruppo a suonare di nuovo dal vivo. Se ci saranno le condizioni servirà molto impegno, come molto impegno c'è voluto per reggere il colpo. La quarantena ha messo in evidenza tutte le carenze e le magagne di un sistema che già da prima era in grande difficoltà a tutti i livelli e in tutti i settori. Entrare nel merito delle questioni è complessissimo e una soluzione veloce non c'è. Nonostante i buoni propositi e gli appelli a stare uniti non sarà semplice risollevarsi, le cose saranno diverse e migliori se ci sarà impegno da parte di tutti, oppure non abbiamo imparato niente e per la maggior parte resteranno uguali se non peggio».

«La quarantena ha messo in evidenza tutte le carenze e le magagne di un sistema che già da prima era in grande difficoltà a tutti i livelli e in tutti i settori».

«Personalmente ho cercato di trovare un nuovo equilibrio e mi sono posto grandi dubbi su me stesso e sul mio ruolo di musicista e lavoratore. Cerco di tenermi informato un po' su tutto, ma soprattutto sulle tempistiche e sulle modalità di ripresa, sulle alternative, perché la situazione economica pesa più dell'esigenza artistica. Qualcosa sta arrivando, vedremo. Per il resto ci sono i progetti che non mancano e la voglia di realizzarli è una cosa che ti tiene ancora ancorato alla professione».

Facci qualche nome di musicisti imprescindibili nel tuo percorso, e di fonti di ispirazione extramusicali.

«Ho sempre pensato che gli incontri che fai nel tuo percorso musicale siano tutti importanti e tutti contribuiscano a farti crescere, da quelli terribili a quelli in cui la scintilla è scoccata. Si impara da tutti. Hanno lasciato un segno profondo nella mia vita il mio insegnante di violino Antonio Cavallucci o i concerti di Stephane Grappelli e di Leroy Jenkins, e avere avuto la possibilità di poter parlare con loro. Tra le collaborazioni più importanti e ritengo che Tony Scott e Amiri Baraka siano quelli che mi hanno arricchito maggiormente come persona mentre John Tchicai e William Parker quelli di cui ho avuto l'impressione che maggiormente riuscissero a spostare la musica. Cecil Taylor, Braxton e Butch Morris sono invece quelli che mi hanno offerto la visione di nuovi mondi facendomeli vivere in prima persona. La mia vita musicale è fatta poi di collaborazioni durature e formazioni longeve che considero il mio gruppo di lavoro a lungo termine e sono tutte imprescindibili. Parlo dell'Italian Instabile Orchestra, i Dinamitri Jazz Folklore sin dalla prima formazione, Tiziana Ghiglioni, Tononi e i Nexus, Paolo Botti, Tony Cattano e Naca, Giovanni Maier, Stevland, Silvia Bolognesi, La Motociclica Tellacci: sono il mio mondo».

«Per quanto riguarda le ispirazioni extra musicali sicuramente Mimmo Rotella, che ho anche incontrato ripetutamente e visto all'opera, e Pier Paolo Pasolini, artisti che sono al centro di due lavori intitolati Rotella Variations e 1974 Io so Damn If I Know, e che caratterizzano un periodo particolarmente formativo. Nel primo, in cui la titolarità è condivisa con Tiziana Ghiglioni, cercavamo di riproporre in musica il concetto creativo dei decollage di Rotella utilizzando anche la sua poesia epistaltica; nel secondo, con una formazione simile, proponevo un messaggio politico accostando il Pasolini degli Scritti Corsari a una musica ispirata allo Shepp del periodo Impulse».

Musicisti che sono fuori dal radar e che tutti dovrebbero conoscere a tuo modo di vedere?

«Mauro Avanzini e Samuele Venturin. Il primo è un musicista profondo, dalla spiccata sensibilità. Compositore raffinato e sassofonista dal suono pieno, caldo. Delicato, ma allo stesso tempo energico, uno di quelli che non butta via una nota, che fa sembrare semplici anche le cose più complesse, di una melodicità dolce. Venturin invece è un artista poliedrico, polistrumentista e pittore dal talento e musicalità disarmanti. Motore della Motociclica Tellacci, collaboratore di personaggi come Caterina Bueno e Claudia Bombardella, musicista di pancia che spazia dalla musica popolare all'improvvisazione radicale. Un vulcano dall'intelligenza brillante. Sono due anime belle che propongono quello che sono senza finzioni».

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

jazz

Pur nelle difficoltà, alcuni festival jazz dell'estate italiana 2020 resistono, puntando su appuntamenti particolari e su artisti nostrani

jazz

Il meglio del jazz di giugno 2020 da ascoltare in una playlist esclusiva, a cura di Enrico Bettinello

jazz

Keith Tippett è morto a 72 anni: abbiamo chiesto al suo amico Riccardo Bergerone di ricordarlo per noi