Zandonai preraffaellita

Francesca da Rimini alla Scala diretta da Luisi e la regia di Pountney

Francesca da Rimini
Francesca da Rimini
Recensione
classica
Milano, Teatro alla Scala
Francesca da Rimini di Zandonai
15 Aprile 2018 - 13 Maggio 2018

Il "dugento" fiorentino imperversò a sprazzi dal primo Novecento (Francesca da Rimini di D'Annunzio è del 1901) fino a dopo la Grande Guerra (Il beffardo di Nino Berrini su Cecco Angiolieri è del 1919), nell'illusione che quel linguaggio fasullo coincidesse col sublime. Lo stesso Zandonai ne fu coinvolto, salvato par i capelli da Tito Ricordi che prosciugò la ridondante tragedia del "vate" a libretto dell'omonima opera lirica. Ben ha fatto Fabio Luisi a rinunciare alla "viola pomposa" e ad altri effetti "d'epoca" sgombrando il campo da qualsiasi artificiosità per privilegiare gli echi di Wagner e Debussy dei quali è ricca la partitura. Perché il nerbo vitale e più interessante di Francesca da Rimini sta proprio in orchestra. Il direttore non è mancato all'appello con un assoluto controllo dell'organico (l'aveva già dimostrato giorni fa nel concerto della Filarmonica della Scala col Pelleas und Melisande di Schönberg), alternando delicatezze ed enfasi, suoni aciduli e impatti violenti. Col risultato di regalare una solida compattezza all'intera composizione e facendo passare il più possibile in second'ordine le mai sopite tentazioni di canto verista. 

Il regista inglese David Pountney non ha avuto timore di misurarsi col mondo preraffaelita, i migliori momenti dello spettacolo sono proprio gli interni coi personaggi femminili che vivono in un mondo a parte, fuori c'è soltanto la violenza macha di Gianciotto e Malatestino e la guerra. Per l'occasione trasformata nella Prima Guerra Mondiale, con tanto di cannoni che sparano nuvole di fumo, pistole, divise simil nazifasciste ante litteram. Un fondale adatto a evocare il peggio del D'Annunzio bellicoso; se le date l'avessero permesso, Pountney avrebbe di sicuro aggiunto l'occupazione di Fiume e lo sproloquio filofascista in piazza della Scala nel 1922. La scenografa Leslie Travers con bell'effetto ha inventato una sorta di cavea occupata da un busto canoviano di donna nuda, che nell'evolversi della vicenda viene trafitto da lance e dotato di due mani, una a reggere il libro "galeotto" che serve anche da letto del peccato e un'altra a sorreggere il biplano del vate che vola su Vienna a lanciare "parole". Quando serve, la cavea viene poi chiusa in un cilindro metallico con praticabili sovrapposti, che ospita il coro guerresco ed è luogo privilegiato dei due sordidi fratelli, ridotti a scontrarsi in uno spazio troppo ristretto che ne diminuisce l'impatto drammatico. Un effetto contrario l'ha invece la scelta di far uccidere con una pistolettata il povero giullare, perché il suo cadavere pur coperto di pecette colorate rimane in scena durante tutto il primo atto, disturbando visivamente la spensieratezza delle fanciulle che si destreggiano come possono attorno al morto. Mentre un po' deludente è l'uccisione finale degli amanti, non trafitti dalla mano di Gianciotto ma da una lancia che scende dall'alto quasi manovrata dall'Onnipotente e si ferma a mezz'aria.

Il cast è più che degno. Maria José Siri nei panni della protagonista è senza dubbio la migliore, pur se sovente troppo distaccata dalla parte; belluino e spregevole al punto giusto il Gianciotto di Gabriele Viviani, dalla voce autorevole, come pure il Maltestino di Luciano Ganci. Marcelo Puente (che ha sostituito all'ultimo Roberto Aronica) se la cava dignitosamente e non ha certo meritato i buu della prima (questa nota è scritta dopo aver assistito alla seconda rappresntazione), anche se ne è partito uno sporadico e inutilmente bilioso a fine spettacolo. Brave tutte le altre interpreti femminili. Ma perché non mettere una parrucca a Biancofiore (Sara Rossini), che viene interpellata come "bionda" da Francesca?

Al termine applausi per tutti gli interpreti, col coro e il suo direttore maestro Casoni che sono comparsi alla fine del secondo atto perché dopo non avrebbero avuto altri impegni. Platea con parecchi posti vuoti, come pure molti palchi.

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