Verdi va a Pigalle

All’Arena di Verona Paul Curran trasforma La Traviata in uno spettacolo Belle Époque dove il Moulin Rouge occupa la scena più della tisi della protagonista

SN

28 giugno 2026 • 4 minuti di lettura

La Traviata all'Arena di Verona (Foto Ennevi)
La Traviata all'Arena di Verona (Foto Ennevi)

Arena di Verona

La Traviata

12/06/2026 - 12/09/2026

Nel cartellone dell'Opera Festival 2026 dell'Arena di Verona, lungo come mai in questa estate e fitto come sempre di titoli di repertorio e grandi ritorni, l'unica vera novità è affidata alla Traviata allestita dal regista Paul Curran. Una scelta tutt'altro che casuale: il regista scozzese, già assistente di Baz Luhrmann per il film Moulin Rouge!, trasferisce il dramma di Violetta nella Parigi della Belle Époque, facendo del Moulin Rouge, con tanto di mulino diligentemente ricostruito dallo scenografo Juan Guillermo Nova, il centro simbolico di una società che applaude il lusso, celebra il piacere e condanna senza pietà chi ne diventa vittima. L'idea è chiara e, almeno sulla carta, anche convincente. Più problematica è la sua traduzione scenica nell'immenso palcoscenico areniano, dove l'obbligo di riempire il vuoto a ogni costo finisce talvolta per prevalere sulla misura teatrale. Le due feste (da Violetta prima e da Flora poi) si trasformano così in una frenetica successione di ballerine scosciate impegnate in estenuanti can-can, mentre a casa Bervoix si sfoggia un gusto déco dichiarato, con zingarelle che sembrano uscite da una tavola di Erté e toreri in pettorine inamidate mossi dalle stravaganti coreografie di Kyle Lang. Lo spettacolo non manca, anzi abbonda, ma l'impressione è che Curran insegua più l'effetto che il racconto. E all’effetto si può anche ascrivere il profluvio di costumi disegnati Stefano Ciammitti, fantasiosi per l’armata di mimi e comparse e più convenzionali per i tre protagonisti.

La Traviata all'Arena di Verona (Foto Ennevi)
La Traviata all'Arena di Verona (Foto Ennevi)

Più convenzionali gli altri quadri. La dimora campestre di Violetta nasce dalla trasformazione del palcoscenico del Moulin Rouge in una sontuosa serra, soluzione elegante ma prevedibile; il terzo atto, con i suoi paraventi e il letto di morte, sembra invece recuperare senza troppi scrupoli materiali da una vecchia Bohème. Non tutti gli espedienti risultano però altrettanto felici. L'elefante nella stanza, questa volta, non è una metafora. Il gigantesco pachiderma con baldacchino moresco compare per una manciata di battute di “È strano...”, poi diventa un costoso soprammobile: Violetta preferisce un pianoforte e un cocktail, del quale si versa l’ultima goccia addosso sulle note del finale. Forse un tentativo di innocente provocazione in uno spettacolo altrimenti perfettamente addomesticato alle regole del grande spettacolo areniano, che Curran sembra conoscere perfettamente: questa Traviata convince più come macchina scenica che come indagine psicologica, privilegiando il colpo d’occhio rispetto ai chiaroscuri interiori dell’opera verdiana.

La Traviata all'Arena di Verona (Foto Ennevi)
La Traviata all'Arena di Verona (Foto Ennevi)

All'Arena per i cast vocali vale ancora la battuta del vecchio film Grand Hotel con Greta Garbo, “gente che viene, gente che va”. Nessuna recita è uguale all'altra e i protagonisti si alternano con un ritmo che pochi festival possono ancora permettersi. Fino a settembre saranno infatti ben quattro le Violette, sette gli Alfredi, cinque i Germont padre e persino due le Flore, perché l’abbondanza, all'Arena, è la cifra della casa. Nella serata cui abbiamo assistito, Gilda Fiume ha disegnato una Violetta intensa e partecipe, sostenuta da una vocalità sempre ben governata e da un fraseggio sensibile. Galeano Salas è un Alfredo generoso, focoso, dotato di un timbro luminoso e di una proiezione efficace, anche se il fraseggio tende talvolta a uniformarsi. La rivelazione della serata è però Mihai Damian: il suo Giorgio Germont possiede tutto ciò che si desidera da un autentico baritono verdiano, nobiltà d'accento, emissione saldissima, fraseggio naturale e autorevolezza scenica. È lui a firmare i momenti musicalmente più alti della rappresentazione. Attorno ai tre protagonisti si muove un cast che svolge con professionalità il proprio compito. Si fa notare Anna Werle, che tratteggia una Flora decisamente virago, cilindro e frustino compresi, dominando la scena con un timbro materico e quasi uterino, perfettamente coerente con l’estetica esuberante dell'allestimento. Qualche imprecisione nel Coro areniano più per colpa dell'eccesso di movimenti e presenze sul palcoscenico ma la compattezza e la qualità musicale restano sempre all'altezza della fama, anche in virtù dell'attenta preparazione di Roberto Gabbiani.  

La Traviata all'Arena di Verona (Foto Ennevi)
La Traviata all'Arena di Verona (Foto Ennevi)

La sorpresa più gradita, ma non del tutto inattesa, arriva tuttavia dal podio. Michele Spotti rifiuta qualsiasi tentazione di "muscolarizzare" Verdi per adattarlo agli spazi dell'Arena. Al contrario, costruisce una lettura elegante, attentissima alle dinamiche, ai colori orchestrali e alla respirazione del canto. È una direzione che non rinuncia alla teatralità ma rifugge ogni trivialità sonora, dimostrando che anche nell’immenso catino areniano è possibile fare musica con intelligenza e misura. L'Orchestra dell'Arena lo asseconda e incassa una prova di assoluto rilievo. 

Il pubblico, naturalmente, non tradisce il tradizionale appuntamento dell'estate scaligera. Nel caldo eccezionale di questo fine giugno, mentre sulle gradinate abbondano calici (di plastica) di prosecchino e l’ormai immancabile Aperol Spritz da asporto contro un coreografico sventolare di ventagli, lo spettacolone di Curran raccoglie calorosi applausi anche a scena aperta. E forse è proprio questa la cifra dell'Arena: un luogo dove il rito sociale e quello operistico, continuano, da oltre un secolo, a brindare insieme nei lieti calici.