Una serata a Palazzo Giustiniani nella Venezia del ‘700
L’ensemble Salomone Rossi restituisce con perizia esecutiva un’ipotetica serata musicale imperniata sui Salmi di Benedetto Marcello e con musiche di altri veneziani, “d’importazione” e autentici
04 giugno 2026 • 4 minuti di lettura
Auditorium di Santa Croce nel Tempio, Firenze
Sonate e cantate italiane del '700
02/06/2026 - 02/06/2026Francesco Gasparini, Antonio Vivaldi, Benedetto Marcello, Evaristo Felice Dall’Abaco erano gli autori scelti dal valente ensemble Salomone Rossi (Lydia Cevidalli direzione e violino, Alberto Intrieri violino, Alessandra Giovannoli violoncello, Fabio Longo contrabbasso, Govanni Togni clavicembalo, con il mezzosoprano Marta Fumagalli) per immaginare il programma di una serata musicale settecentesca a Palazzo Giustiniani a Venezia. Crediamo trattarsi della stessa magione in cui Richard Wagner, durante il primo dei suoi soggiorni veneziani, scrisse il secondo atto del Tristano e Isotta; ma in questo concerto fiorentino, lo si segnala come luogo di una temperie culturale, aristocratica sì come doveva essere vista la natura stessa dello stato veneziano (lo stesso Benedetto Marcello era nobile), ma tutt’altro che conservatrice, anzi cosmopolita e ricca di stimoli. Tale doveva essere ai tempi di Girolamo Ascanio Giustinian, amico di Benedetto Marcello nonché estensore della versione in italiano dei celebri Salmi, i primi cinquanta, intonati da Benedetto Marcello nella sua raccolta Estro Poetico-Armonico (1724 – 1727). Una raccolta che ebbe una vasta circolazione europea grazie anche all’ammirazione che riscossero da compositori e teorici della musica come Charles Avison.
Il florilegio scelto dall’ensemble Salomone Rossi interpretava questa situazione, proponendo, per questa serata immaginaria a Palazzo Giustiniani, quattro autori. Si cominciava con un veneziano d’importazione come il toscano Francesco Gasparini, dalla carriera variegata com’era normale per tanti musicisti dell’epoca, ma dal 1701 al 1713 maestro di cappella a Venezia alla Pietà, collega di Vivaldi dunque, molto attivo anche come operista nei teatri lagunari (citiamo almeno l’Ambleto del 1706 su libretto di Apostolo Zeno e Pietro Pariati, tratto da Saxo Gramaticus, la stessa fonte di Shakespeare), e allora reputatissimo sia come compositore che come docente e didatta: fra gli allievi lo stesso Marcello e Domenico Scarlatti, ma è da citare anche l’enorme fortuna editoriale del suo trattato di armonizzazione L’armonico pratico al cimbalo. Di Gasperini veniva proposta una cantata, “Destati, Lidia mia”, che figurava molto bene a rappresentare il clima arcadico di una pseudo-naturalezza ispirata ad un’innocente vita agreste.
C’era poi il venezianissimo Antonio Vivaldi, con una delle sonate a per due violini e continuo dell’op. 1 (edita a Venezia nel 1703), l’ottava, in cui l’impianto ancora secentesco-corelliano lascia comunque scaturire la natura elettrica, eccitante, talvolta drammatica dell’invenzione vivaldiana: pensiamo, in questa stessa op. 1, alla trascinante versione della celeberrima “Follia”, che chiude la raccolta. Una natura che poi, di lì a qualche anno, si sarebbe pienamente esplicitata nei concerti dell’Estro Armonico, e che qui, come nei pezzi seguenti, veniva evidenziata dal trattamento veramente ricco e brillante del basso continuo. C’era anche, con un’altra sonata per due violini e continuo, op. 3 n. 4, il veronese Evaristo Felice Dall’Abaco, la cui carriera non toccò Venezia ma la cui fama, garantita dalle raccolte a stampa, non era probabilmente ignota a Palazzo Giustiniani; e qui, rispetto a un Vivaldi, mostra meno dell’esuberanza barocca e uno stile che ci è sembrato complessivamente più composto e lineare, secondo strategie compositive che poi si svilupperanno dalla metà del secolo.
Questo programma aveva però il suo centro ideale appunto nell’esecuzione di due Salmi dall’Estro Poetico-Armonico di Benedetto Marcello, i salmi 15 e 21, dando corpo sonoro a quanto presupposto da Marcello nella sua edizione, e cioè facendo prima cantare a voce sola da Marta Fumagalli le intonazioni delle melodie cantate nelle sinagoghe veneziane degli “Ebrei Tedeschi” (sic), le melodie Ma’oz Tsur e Shofet col Haaretz, che poi diventano la base melodica della reinvenzione di Marcello secondo la forma, grossomodo, della cantata, con i suoi recitativi e le sue arie. Dall’ascolto di queste pagine di rara esecuzione emerge bene ciò che ben sappiamo dalla storia della musica, e cioè la fisionomia di un compositore notoriamente orientato ad una serietà antiedonistica di restituzione del testo, che contrasta in particolare con le fantasiose fioriture vivaldiane di salmi come il Dixit Dominus e il Beatus Vir (al punto da farci sospettare che lo stesso titolo della raccolta, Estro Poetico-Armonico, sia una sorta di risposta un po’ polemica al titolo vivaldiano Estro Armonico); e anche l’idea di un ambiente culturale aperto e curioso di tradizioni altre rispetto alla propria appartenenza (in questo caso fondandosi su una linea di pensiero che contava oramai qualche secolo, la ricerca già umanistica sulle antiquitates non solo greco-romane). Il che rientra perfettamente nelle scelte e nelle linee dell’Ensemble Salomone Rossi, fondato da Lydia Cevidalli proprio allo scopo di approfondire il contributo ebraico alla musica del mondo occidentale. Belle esecuzioni dell’ensemble, come sempre lo scavo attento e sensibile del testo da parte della voce solista, Marta Fumagalli, e successo molto caloroso.
Questo concerto era proposto nell’ambito del Baroque Festival Florence organizzato dall’associazione Konzert Opera Florence, e si svolgeva in un luogo dalla storia molto particolare, l’ex Oratorio di della compagnia della Croce nel Tempio (vicino alla grande basilica francescana di Santa Croce), antica sede dell’omonima compagnia dedita al conforto dei condannati a morte, e non a caso sorgente sul tragitto dei diretti al patibolo.