Una burletta e una farsa completano il trittico teatrale del ROF 2026

Buon esito de L’occasione fa il ladro e La scala di seta, con le “recuperate” regie di Ponnelle e Michieletto

MM

19 agosto 2026 • 5 minuti di lettura

LA SCALA DI SETA (FOTO AMATI BACCIARDI)
LA SCALA DI SETA (FOTO AMATI BACCIARDI)

Teatro Rossini, Pesaro

Occasione fa il ladro e Scala di Seta

12/08/2026 - 22/08/2026

Dopo Le siège de Corinthe il programma del Rossini Opera Festival è proseguito con la “burletta” L’occasione fa il ladro (o Il cambio della valigia) e la “farsa comica” La scala di seta, presentate in allestimenti scenici di qualche decennio fa, già ripresi varie volte a Pesaro e in altri teatri in Italia e all’estero. Su questa scelta ha indubbiamente pesato la progressiva riduzione dei finanziamenti che il festival subisce da vari anni. Ma il programma dell’anno prossimo, che prevede nuove produzioni della Donna del lago e Tancredi, lascia sperare che si stia uscendo da questo periodo difficile. Comunque sia, queste due operine sono state godibilissime e hanno riempito il Teatro Rossini di un pubblico felice ed entusiasticamente plaudente.

La prima ad andare in scena è stata L’occasione fa il ladro, l’unico spettacolo realizzato a Pesaro (era il 1987) da Jean-Pierre Ponnelle, che qualche anno prima in tandem con Claudio Abbado aveva firmato Il barbiere di Siviglia e Cenerentola, due spettacoli rimasti nella storia dell’interpretazione rossiniana per l’eleganza, la leggerezza e il brio, che sostituivano la comicità greve e sbracata che spesso si vedeva ancora in quegli anni. Ripresa ora da Sonia Frisell, la regia di Ponnelle (che di questo spettacolo ha realizzato anche scene e costumi) non ha perso nulla della sua misura, della sua eleganza, della sua arguzia e del suo brio, tanto da far apparire un piccolo gioiello anche questa spesso bistrattata “burletta per musica”, che fu composta nel 1812 dal ventenne Rossini per il San Moisé, un teatro veneziano specializzato in questi atti unici, e che ancora oggi viene rappresentata molto raramente, mentre altre sue consorelle sono tornate in repertorio.

L’azione inizia ancora prima che il direttore d’orchestra dia l’attacco, perché Martino - il servitore che poi sarà quasi il deus ex machina della vicenda - distribuisce la partitura al direttore e gli spartiti all’orchestra. Far iniziare l’azione già durante la sinfonia d’apertura non sempre è un’ottima idea, ma in questo caso è giustificata da una particolarità più unica che rara nelle opere comiche di Rossini, in quanto la sinfonia è collegata direttamente all’opera vera e propria, perché vi risuona la tempesta - con tanto di tuoni, resi questa volta in modo veramente esplosivo - i cui effetti si faranno sentire anche nelle prime due scene dell’opera. La regia di Ponnelle prosegue con leggerezza ed eleganza, rendendo gradevole questa vicenda assurda e contorta e riuscendo a strappare un sorriso anche al pubblico dei nostri giorni.

Sulla stessa lunghezza d’onda è la direzione d’orchestra del giovane Alessandro Bonato, limpida e misurata e allo stesso tempo brillante e vivace. La sua bacchetta è tanto più pregevole perché in buca sta l’Orchestra Sinfonica G. Rossini di Pesaro, che non è che l’orchestra semistabile di una città di provincia eppure è sempre affidabile e migliora ogni anno e anche questa volta supera sé stessa. Il cast vocale è fatto su misura per questo genere operistico e non ha nulla né in meno né in più di quel che è necessario. L’esperta Damiana Mizzi (Berenice) e il giovane e promettente Dave Monaco (Conte Alberto) hanno anche delle arie non semplici e le superano agevolmente, mentre sono più nello stile buffo con rapidi sillabati e hanno un’estensione non proibitiva le parti di Manuel Amati (Don Eusebio), Martiniana Antoine (Ernestina), Matteo Mancini (Don Partenione) e Giuseppe Toia (Martino), un “buffo” che dopo aver cantato nel Viaggio a Reims dei giovani fa un promettente debutto nel cartellone principale del festival.

L'OCCASIONE FA IL LADRO (FOTO AMATI BACCIARDI)
L'OCCASIONE FA IL LADRO (FOTO AMATI BACCIARDI)

La sera successiva si tornava al Teatro Rossini per La scala di seta, che ai nostri giorni è quella più frequentemente rappresentata tra le sei farse e burlette composte da Rossini dal 1810 al 1813 (quindi dai diciotto ai ventuno anni) per Venezia, che gli guadagnarono una vasta fama. In questo caso l’allestimento era di oltre due decenni più recente di quello dello Scambio della valigia, essendo stato realizzato nel 2009 da Damiano Michieletto, che già allora faceva parlare di sé con le sue regie iconoclaste. Molto brillante l’idea del regista veneziano e del suo scenografo Paolo Fantin di realizzare una scena unica (obbligatoria, perché si tratta di un atto unico che non prevede pause per i cambi di scena) divisa però in vari ambienti (camera da letto, bagno, stanzino, camera da pranzo e cucina) individuati da mura divisorie immaginarie, la cui pianta è disegnata sul piancito del palcoscenico ed è riflessa da un grande specchio che sovrasta la scena, in modo che anche gli spettatori in platea possano vederla e seguire lo spostamento dell’azione nei vari ambienti della casa che ospita le farsesche peripezie della Scala di seta. Quest’impianto scenico è originale, sorprendente, perfino geniale e utile a sbrogliare le intricate peripezie della vicenda.

La regia non ha passato sotto silenzio che i due giovani innamorati Giulia e Dorvil trascorrono le notti insieme in camera di lei - fatto assolutamente inusuale nelle opere del tempo - e ci ha mostrato un fuggevole e castigatissimo amplesso. La parte farsesca insisteva sul solito vecchio tutore (Dormont) inesorabilmente destinato ad essere beffato e su una ancora più antica tipologia di personaggio buffo, il servo sciocco (Germano), che qui diventa un filippino, su cui Michieletto infierisce esageratamente. Purtroppo questa regia ha alcune ottime idee ma d’altra parte inciampa spesso in quelle buffonerie che vent’anni prima Ponnelle aveva elegantemente messo da parte e che oggi nemmeno fanno più ridere, tanto che anche un “buffo” navigato ed espertissimo come Paolo Bordogna fatica a strappare una risata o anche un sorriso con le buffonerie di Germano.

La giovane innamorata Giulia è cantata correttamente da Hasmik Torosyan, che non ha però molta verve. Nei panni del suo amante segreto Dorvil il tenore Alasdair Kent se la cava appena appena nei recitativi e nei pezzi d’insieme ma naufraga totalmente nella sua unica e difficoltosa aria: anche l’attenuante del nervosismo del debutto non può giustificare un simile risultato. Enrico Iviglia si fa onore nei panni del vecchio Dormont, affidato da Rossini a un secondo tenore. Con la sua agile e ben timbrata voce baritonale Iurii Samoilov ha dato vita al pretendente beffato Blansac, che si consola sposando Lucilla, ben cantata da Mara Gaudenzi, debuttante al ROF.

Debuttava a Pesaro anche il direttore, il messicano Ivan Lopez-Reynoso, di cui abbiamo apprezzato l’eleganza del suono e le delicate sfumature (a cui ha dato un ottimo contribuito l’Orchestra del Teatro comunale di Bologna). Ma i tempi un po’ slentati hanno smorzato la vivacità di questa musica.

Il pubblico ha manifestato il suo gradimento con applausi vivaci e brillanti.