Un thriller all’Accademia di Santa Cecilia
Theodor Currentzis dà forfait per motivi di salute ed è sostituito da Eric Jacobsen, mentre Yuja Wang suona al piano il Concerto n. 2 di Prokofiev e allo stesso tempo lo dirige
11 marzo 2026 • 6 minuti di lettura
Auditorium Parco della Musica di Roma
Yuja Wang
05/03/2026 - 07/03/2026Un thriller perfetto: misteri, suspence, paura, colpi di scena e, quando tutto sembra risolto, un altro momento di panico rimette tutto in questione, ma alla fine il bene.
Era uno dei concerti più attesi della stagione sinfonica dell’Accademia Nazioinale di Santa Cecilia. Teodor Currentzis, dopo aver conquistato negli anni scorsi il pubblico romano con due concerti insieme alla sua Utopia Orchestra, era atteso al suo debutto sul podio dell’orchestra di casa. La vendita dei biglietti andava benissimo e si pronosticava il tutto esaurito. Ma qualche giorno prima arriva il ferale certificato medico: le condizioni di salute di Currentzis (in conseguenza di una brutta caduta, si è detto) non gli permettono di dirigere. Panico. Era in programma la Sinfonia n. 13 “Babi Yar” di Šostakovič, ma i direttori che l’hanno in repertorio e sarebbero potuti subentrare a Currentzis sono pochi e già impegnati altrove. Quindi bisogna rassegnarsi a veder andare in fumo sia il lavoro dedicato dalle voci maschili del coro a preparare questa Sinfonia nuova per loro (sono passati ventotto anni dall’ultima volta che è stata eseguita a S. Cecilia, quando sul podio c’era l’indimenticabile Yuri Temirkanov) sia i contratti già firmati con il basso solista e con gli aggiunti dell’orchestra.
A questo punto arriva un’eroina a salvare la situazione: Yuja Wang, che doveva suonare il Concerto n. 2 di Prokofiev, si offre di completare il programma sobbarcandosi anche il Concerto per pianoforte di Samuel Barber. Ma dove trovare un direttore che abbia in repertorio questo pezzo di rara esecuzione? Nessun problema. La settimana precedente la Wang l’ha suonato ad Orlando, in Florida: dirigeva Erik Jacobsen, che è libero e pronto a prendere il primo aereo per Roma. Ma resta comunque da risolvere un problema, poiché Jacobsen non ha in repertorio il Concerto n. 2 di Prokofiev: “Nessuna paura - dice la Wang - lo dirigerò io”.
La sala è piena, l‘orchestra è schierata, gli uomini in frack e le donne in abito nero. Entra Yuja, indossa un abito fantastico, indescrivibile, che sarebbe eccessivo anche per l’eroina sexy di qualche manga (un’amica, evidentemente più esperta di me, lo ha paragonato agli abiti di scena di Josephine Baker e probabilmente ha ragione lei). È l’unico aspetto originale di una pianista che ha una tecnica stupefacente ma come interprete non ha molto da offrire, anzi - oserei dire - risulta piuttosto banale.
E veniamo allora alla musica. La Wang si siede al piano e attacca di slancio il “monologo del pianoforte molto animato e aggressivo” (dal programma di sala di Daniele Spini) che apre il Concerto per pianoforte e orchestra op. 38 di Barber. Questo Concerto è noto perché Barber lo compose nel 1960-1962 per John Browning, uno dei migliori pianisti americani di quegli anni, che però giudicò il terzo movimento troppo difficile, ineseguibile. Per dirimere la questione ci si rivolse a Wladimir Horowitz, il più grande virtuoso della tastiera di quegli anni, che diede ragione a Browning, cosicché Barber consentì a semplificare il finale, ma il Concerto è comunque irto di difficoltà. Forse proprio questa fama di essere al limite dell’eseguibile ha stuzzicato la Wang. Nel primo movimento macina pagine e pagine impervie, a base di densi passaggi accordali, ottave fragorose e intricati contrappunti, ma anche con alcune rare “atmosfere più rarefatte ed enigmatiche”: tutto questo è “più o meno consapevolmente in linea con il virtuosismo temibile e la cornice sinfonica vigorosa” dei Concerti di Rachmaninoff (è ancora Daniele Spinia parlare). Da questo movimento non originalissimo ma ben progettato, che tiene comunque desta l’attenzione ma non offre emozioni, si passa ad un breve tempo centrale un po’ stucchevole ma più coinvolgente (ricavato da un precedente pezzo per flauto e pianoforte intitolato “Elegy”) e allo stringato finale che, nonostante gli aggiustamenti richiesti da Browning e Horowitz, resta una parata di virtuosismi. La Wang li affronta non soltanto con sicurezza e precisione sbalorditive ma anche con spigliatezza e apparente facilità, senza gigionismi di cattivo gusto, ed entusiasma gli ascoltatori, forse non tutti ma sicuramente quella parte sempre più cospicua che nella musica cerca proprio questo e non chiede nulla di più.
Non ci si aspettava molto da Eric Jacobsen, un direttore arrivato da Orlando, una città della remota provincia americana, nota a noi solamente come sede di Disney World. Invece ha una visione chiara e precisa di questa ampia composizione, intreccia un dialogo ben misurato col pianoforte ed estrae dalla complessa e spesso sovraccarica orchestrazione alcuni bei momenti che mettono in evidenza i legni e l’arpa, con un gusto timbrico alla Ravel.
E conferma queste sue qualità in un capolavoro assoluto del Novecento, “La mer” di Debussy. L’abbiamo ascoltata innumerevoli volte in interpretazioni che offrivano immagini sonore estremamente seducenti, ricche di sfumature timbriche e ritmiche delicate e preziose. Jacobsen raffigura il mare di Debussy in modo diverso, non avvolto in colori nebbiosi ma con timbri e ritmi netti, vivaci e colorati. Conformemente al titolo “Dall’alba a mezzogiorno sul mare”, il primo movimento è immerso nella sempre più abbagliante luce solare. Nel “Giochi di onde” si sentono onde alte metri, che, anche quando hanno ritmi danzanti, manifestano tutta la loro immane forza (sicuramente no onde dell’Atlantico, non del Mediterraneo, e chi l’ha provate ne conosce bene la differenza). Il “Dialogo del vento e del mare” è ora grandioso ora leggero e quasi giocoso, come la perenne lotta tra questi due primordiali elementi della natura.
Dopo l’intervallo Wang rientra in sala con un abito un po’ meno vistoso, dà all’orchestra l’attacco del giovanile Concerto n. 2 op. 16 di Prokofiev e batte il tempo per qualche secondo con gesto ampio e vigoroso, poi deve sedersi alla tastiera e la parte pianistica non le lascia un attimo di respiro per dare uno sguardo o fare un cenno con la testa all’orchestra, che praticamente esegue questo non semplice Concerto senza nessuno che la diriga, tranne le altre due o tre volte in cui la Wang riesce ad alzarsi per alcuni secondi, senza per altro dare indicazioni significative ma limitandosi a seguire col gesto l’orchestra, che comunque procede sicura e coesa, grazie alla sua esperienza. Ma l’esecuzione sarebbe sicuramente stata più incisiva e propulsiva con un direttore sul podio. Comuqnue alla tastiera la Wang è strepitosa in questa pagina di diabolica difficoltà, in cui il virtuosismo non è fine a sé stesso ma è in funzione di una visione avveniristica (erano gli anni del futurismo) della musica.
Il concerto sarebbe finito ma qui è iniziata una terza parte, con ben quattro bis, alternativamente melodici e virtuosistici: il Valzer op. 64 n. 2 di Chopin (curiosamente lo stesso scelto qualche settimana prima da un altro pianista cinese, Cho: colgo l’occasione per scusarmi di aver scritto allora per un errore di battuta op. 69 invece che 64), il diabolico finale in tempo “Precipitato” della Sonata n. 7 di Prokofiev, la Danza degli spiriti beati dall’ “Orfeo ed Euridice” di Gluck (a stento riconoscibile nella rielaborazione tardo-ottocentesca di Giovanni Sgambati) e il Concert Étude op. 40 n. 3 “Toccatina”, un brano dal sapore jazzistico del compositore russo Nikolai Kapustin, che ora, a qualche anno dalla sua scomparsa, comincia ad essere rivalutato.
Quella di cui si è qui riferito era la replica del venerdì. Poi un altro capitolo si è aggiunto al thrilling che aveva accompagnato le varie fasi di questo concerto. La mattina del sabato Yuja Wang si sveglia con 39° di febbre! Ma con straordinaria dedizione ed energia ha affrontato e portato felicemente in porto anche la replica del sabato pomeriggio.