Un Lohengrin per voltare pagina
Dopo l’addio dei Berliner Philharmoniker, a Baden-Baden il Festival di Pasqua riparte con un notevole allestimento dell’opera wagneriana
07 aprile 2026 • 3 minuti di lettura
Baden-Baden, Festspielhaus
Lohengrin di Wagner
28/03/2026 - 05/04/2026Con l’edizione 2026, il Festival di Pasqua di Baden-Baden inaugura una nuova fase della propria storia: l’uscita di scena dei Berliner Philharmoniker, tornati a Salisburgo per il periodo pasquale, appariva come una separazione non priva di rischi. Eppure, a giudicare da questo Lohengrin, il festival non solo regge il colpo, ma rilancia con convinzione, delineando un futuro più che promettente.
Il merito è in buona parte di un allestimento che rifugge programmaticamente ogni lettura univoca. Il regista Johannes Erath costruisce lo spettacolo a partire da un’idea di ambiguità e sospensione: uno spazio in cui nulla è del tutto chiaro, dove fiducia e sospetto convivono costantemente. La scena di Herbert Murauer, spesso spoglia e quasi sacrale, diventa un luogo mentale prima ancora che narrativo, un territorio di proiezioni interiori – e proiezioni vere e proprie, in chiave astratta, di Bibi Abel – in cui la dimensione irreale nasce dallo sguardo di chi osserva. Il regista lavora con intelligenza sul tema del doppio: da una parte la coppia Lohengrin-Elsa, sospesa in una dimensione rarefatta, quasi fiabesca; dall’altra Telramund-Ortrud, incarnazione di una realtà più oscura e terrena. Non si tratta di una semplice contrapposizione morale, bensì di due piani che coesistono e si riflettono, come se i protagonisti “luminosi” fossero il sogno, o forse l’illusione, di un mondo che i loro antagonisti riportano con riportano con durezza alla concretezza. In questo gioco di specchi, l’iniziale fiducia cieca di Elsa e il successivo dubbio corrosivo che la dilania diventano il vero motore drammaturgico dell’allestimento. Lontano da ogni didascalismo, Erath non spiega troppo né impone univoche chiavi di lettura, ma costruisce immagini che restano aperte, talvolta volutamente enigmatiche. È teatro che chiede allo spettatore di completare il senso, di accettare zone d’ombra e ambiguità e restituisce Lohengrin come una “fiaba triste per adulti”, dove il bisogno di credere si scontra inevitabilmente con il desiderio di sapere.
Sul piano musicale, la Mahler Chamber Orchestra offre una prova di grande solidità e raffinatezza. Pur non essendo nuovo al repertorio operistico, sotto la salda direzione di Joanna Mallwitz l’ensemble orchestrale dimostra una padronanza notevole del linguaggio wagneriano, privilegiando una lettura trasparente, attenta ai dettagli timbrici e alla cantabilità della linea orchestrale. Il preludio, sospeso e luminoso, crea fin da subito un’atmosfera sospesa, quasi irreale, mentre nei momenti più drammatici l’orchestra sa trovare peso e tensione senza mai appesantire il tessuto sonoro.
Il cast vocale si distingue per equilibrio e coerenza stilistica. Il collaudato Lohengrin di Piotr Beczała si impone per purezza di emissione e controllo del fraseggio, restituendo un eroe poco ieratico e molto umano. La Elsa di Rachel Willis-Sørensen colpisce per intensità emotiva ed espressività vocale nel ritratto di un personaggio sognante ma tutt’altro che fragile. Sul versante opposto, il Telramund di Wolfgang Koch e l’Ortrud di Tanja Ariane Baumgartner si impongono con forza e intelligenza musicale, dando vita a interpretazioni molto incisive sul piano drammatico, che sottolineano la dimensione terrena e inquietante e contribuiscono in modo decisivo al gioco dei contrasti voluto dalla regia. Heinrich der Vogler trova in Kwangchul Youn un interprete di classe, capace di accenti di umanità e nobiltà di espressione, mentre l’araldo è Samuel Hasselhorn dalla voce solida e timbro impeccabile. Per la parte corale (e per i ruoli minori dei nobili brabantini) sono stati mobilitati due cori, il Coro Filarmonico Ceco di Brno e il Philharmonia Chor di Vienna, che offrono una prova notevole e un amalgama perfettamente riuscito.
Il successo di pubblico, caloroso e convinto anche all’ultima delle tre recite in cartellone, suggella la bontà dell’operazione. Soprattutto, in una transizione non priva di rischi, il Festspielhaus di Baden-Baden mostra di avere già trovato un nuovo equilibrio e, soprattutto, una direzione chiara.