Umbria Jazz Winter, tra Mina e i Beatles vince il vibrafono

Poche sorprese ma alto livello a Umbria Jazz Winter, da John Scofield che "legge" i Beatles a Paolo Fresu

Joel Ross Umbria Jazz Winter
Joel Ross (foto Umbria Jazz Winter)
Recensione
jazz
Orvieto
Umbria Jazz Winter
28 Dicembre 2019 - 01 Gennaio 2020

Se il ventisette – che identifica l’edizione di quest’anno di Umbria Jazz Winter – non è una cifra tonda, viceversa il 2020, al quale si è affacciata la manifestazione di quest’anno (conclusasi appunto il 1° gennaio), è un numero pieno, così come sono state decisamente piene le sale in cui si sono svolti i concerti, spesso sold out. Ottomila biglietti venduti per i circa novanta eventi che si sono alternati nelle cinque giornate di Orvieto, confermano un successo che, oltre a quello della musica, può contare su altri ingredienti decisivi, come l’arte, la storia e la buona cucina.

Umbria Jazz Winter ha conosciuto in passato sia edizioni contrassegnate dalla presenza di illustri musicisti stranieri – da Charlie Haden a Paul Bley, da Monty Alexander a Bill Frisell – sia edizioni in cui la presenza dei migliori esponenti del jazz italiano è stata predominante. Questa volta è toccato ancora una volta a più che conosciuti artisti nazionali, come Paolo Fresu, Danilo Rea, Rosario Giuliani e Roberto Gatto, ma i tempi sembrano essere piuttosto cambiati – gradualmente nel corso degli anni, s’intende – rispetto a quando il punto di partenza poteva esser rappresentato dai più noti standard e magari la lezione di riferimento era quella di Miles Davis: oggi piuttosto sono le canzoni di Mina o quelle dei Beatles a dare lo spunto per un appuntamento in chiave jazz.

Alla Tigre di Cremona è stata dedicata infatti una delle proposte che ha riscosso maggior successo, protagonista un trio che ha collaborato stabilmente con la cantante negli ultimi trent’anni e che in questa occasione ha deciso di rivolgere la propria attenzione al repertorio portato al successo negli anni Sessanta e Settanta. Danilo Rea, Massimo Moriconi e Alfredo Golino si sono accostati a titoli come “Tintarella di luna”, “Parole”, “La banda”, “Se telefonando”, reinventandoli in chiave jazz (ma nemmeno troppo) per la gioia un pubblico che, soprattutto vista l’età anagrafica, ancora si sente legato emotivamente a quell’epoca della canzone italiana. Tra un brano e l’altro, Moriconi, deliziosissimo interprete al contrabbasso, ha definito il ruolo di Danilo Rea – vero leader del trio – come quello di uno "scassinatore" della musica, ma il pianista – avvezzo a quegli espedienti tecnici (il corrispettivo dei vari grimaldelli) in grado di aprire qualsiasi forziere musicale – si fa di solito perdonare il "reato" perché riesce a scovare dei veri e propri gioielli, come sono le canzoni di Mina o quelle di De Andrè, su cui aveva posato la propria attenzione in un’altra occasione.

Riguardo a The Magic and the Mystery of the Beatles, progetto che era stato precedentemente presentato a Terni e che a Orvieto è stato implementato sia grazie alla presenza congiunta della Umbria Jazz Orchestra e dell’Orchestra da Camera di Perugia sia grazie all’apporto di una star come John Scofield, il discorso può seguire due diverse direttrici. L’omaggio affidato, per gli arrangiamenti e per la direzione, a Gil Goldstein ha sicuramente avuto il merito di portare sul palco giovani strumentisti, che con il loro entusiasmo hanno dato vita a un coinvolgente ricordo dei Fab Four. Ma vedere un gigante come Scofield dover seguire la partitura di titoli come “Let it Be”, nemmeno fosse uno studente all’esame per la lettura a prima vista, ebbene ha fatto un po’ sorridere, anche perché quando poi ha avuto spazio per le proprie improvvisazioni si è finalmente potuto scatenare da vero virtuoso della chitarra.

E poi, complessivamente, siamo sicuri che la rilettura dei successi dei Beatles (o di quelli di Mina), meriti un posto di primo piano da collocare in una vetrina del jazz di questo momento, in Italia e nel mondo?

Siamo sicuri che la rilettura dei successi dei Beatles (o di quelli di Mina), meriti un posto di primo piano da collocare in una vetrina del jazz di questo momento, in Italia e nel mondo?

Oltre a Paolo Fresu che di certo non ha bisogno di presentazioni e che a Orvieto ha raccolto molti applausi insieme al suo Devil Quartet (opportunamente integrato da vari ospiti), vale la pena di segnalare, tra gli artisti italiani, Francesco Diodati, chitarrista capace di coniugare il suono della chitarra elettrica con l’elettronica per creare nuove gamme di colori e di atmosfere tutte da scoprire. Protagonista in diverse formazioni, Diodati ha anche proposto brani dal suo ultimo album Never The Same – realizzato con il progetto Yellow Squeeds – che potranno anche suscitare le perplessità di una parte del pubblico, ma probabilmente rappresentano una delle voci più innovative che si stanno facendo strada nel nostro paese.

Anche i concerti di artisti statunitensi come Sullivan Fortner e Isaiah J. Thompson, provenienti dalla scena statunitense, hanno finito per costituire un elemento innovativo o quanto meno originale, malgrado il forte legame che avevano il primo con la tradizione di New Orleans e il secondo con un repertorio che prendeva le mosse da nomi come Thelonius Monk o Bill Evans. A destare l’attenzione del pubblico medio – in un cartellone così eterogeneo come quello che è stato proposto a Orvieto in questa edizione – alla fine può essere proprio il jazz più tradizionale, quello del classico trio pianoforte/contrabbasso/percussioni, specie quando alla tastiera c’è un fuoriclasse come il giovane Thompson, sotto le cui dita lo strumento assume i connotati più diversi. Niente effetti speciali, ma un gustoso viaggio tra ragtime, blues e swing, dove lo spirito di Miles Davis è ancora di casa.

In questa direzione forse uno tra gli eventi più significativi di tutta la kermesse – all’interno della quale non è mancato l’apporto esplosivo dell'Every Praise & Virginia Union Gospel Choir – è sembrato quello dedicato a Mit Jackson e Bobby Hutcherson. Di nuovo un tributo dunque, ma stavolta con protagonista il vibrafono, strumento che conta, oltre ai due nomi storici citati nel titolo (e i più anziani frequentatori di UJW ancora ricorderanno la presenza di Hutcherson nelle prime edizioni), virtuosi come Gary Burton e, soprattutto, una tradizione che oltre oceano ha portato alla formazione di nuovi talenti. Su tutti Joel Ross e Warren Wolf, a Umbria Jazz Winter insieme a Joe Sanders (contrabbasso) e Greg Hutchinson (batteria), hanno veramente esaltato le possibilità dello strumento, maneggiando le bacchette come fossero le dita sulla tastiera del pianoforte. Wolf ha fatto centro con la sua tecnica impeccabile, mentre il giovane Ross si è proposto con tutta la sua energia ritmica, eseguendo anche propri brani originali. E soprattutto è stata esemplare l’intesa che i due vibrafonisti hanno avuto tra di loro e con gli altri due musicisti sul palco, per dare vita a un concerto entusiasmante che certamente resterà tra i migliori ricordi di quanti hanno seguito questa edizione del festival umbro.

Ricordi, all’interno dei quali non potranno esservi più i magici fine serata, con indimenticabili jam session round midnight, nei jazz club orvietani, che pure costituivano un asse portante di edizioni ormai lontane.

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