Tutti i numeri del Torino Jazz Festival

Si chiude con un successo di pubblico il nuovo TJF di Giorgio Li Calzi: le nostre "pagelle", i concerti e la direzione artistica

Torino Jazz Festival 2018
La sala delle OGR
Recensione
jazz
Torino Jazz Festival 2018
23 Aprile 2018 - 30 Aprile 2018

Si è chiuso annunciando numeri trionfali (22 mila persone, tutti i concerti principali in sold out) il nuovo Torino Jazz Festival della giunta Appendino e dei direttori artistici Giorgio Li Calzi e Diego Borotti.

LEGGI L'INTERVISTA A GIORGIO LI CALZI

Visto che tanto spazio abbiamo dato al Torino Jazz Festival – sin dalla prima contestata edizione con Dario Salvatori del 2012 fino alla telenovela sul direttore artistico Stefano Zenni più o meno cacciato – facciamo il punto della situazione. 

Alcuni commentatori sui social, nelle settimane che hanno preceduto il festival, hanno criticato questa profonda attenzione per un Festival come – tutto sommato – ce ne sono molti. Perché accanirsi sul TJF? La risposta è che il Torino Jazz Festival, per come è nato, per come si è sviluppato, e ancor di più per come è stato impallinato per ragioni politiche e riproposto – più o meno – uguale dalla nuova giunta è davvero un caso di studio su come funzionano i grandi festival in Italia. Un po' come quei distretti elettorali altrimenti inutili che però rispecchiano in piccolo gli andamenti generali del voto, e che dunque sono tenuti in grande pregio dagli analisti. 

Dunque, cercando di parlare anche e soprattutto di musica, come è andato, questo Torino Jazz Festival? Diamo i voti –  tutti sufficienti, ovviamente (e ovviamente mi limito ai concerti che sono riuscito a seguire).

Le politiche culturali del Comune – s.v.

Il successo sbandierato del TJF 2018 viene più o meno esplicitamente paragonato, nei discorsi del pubblico e negli accenni di direzione artistica e giunta, all’ormai proverbiale «flop di Narrazioni Jazz» (la sfortunata incarnazione del TJF dell’anno scorso), che sarebbe costato la poltrona all’ex direttore artistico Zenni. Su quello stesso festival sembrerebbe pure in atto una progressiva damnatio memoriae: il sito del TFJ “salta” l’edizione 2017, eppure rivendica tutte le prime edizione di stampo fassiniano, mentre il sito di Narrazioni… beh, ridireziona sul sito del TJF.

Ora, è facile andare a riprendere gli articoli dell’anno scorso e i comunicati: Narrazioni Jazz non fu affatto un flop, anzi (noi ne avevamo scritto qui, criticando piuttosto la sovrapposizione con il Salone del libro). Non è questione di propaganda e di uffici stampa, io stesso ricordi i concerti affollati, e la soddisfazione di quanti ci lavoravano. Insomma, i sold out c’erano anche gli anni scorsi, così come c’erano «artisti trasversali capaci di interpretare il jazz in tutte le sue forme, privilegiando le contaminazioni» (dalla dichiarazione dell’assessore Francesca Leon).

In conclusione, al netto del bel successo incassato, continua a sfuggire la logica di uccidere un festival dopo averlo criticato per cinque anni di opposizione (anche con ragioni politicamente sensate), sostituirlo con un clone un po’ raffazzonato ma comunque di buon esito, e infine disconoscere il clone per proporre… il festival di prima, riappropriandosi pure del suo passato. Dunque, senza voto.

Torino Jazz Festival 2018

Le location – 8

Sicuramente l’effetto novità delle OGR, unito alla buona politica del biglietto a prezzo contenuto per dei doppi (o tripli) set, hanno contribuito al sold out dei 1200 posti a sedere in tutte le serate sul palco principale. Le Officine Grandi Riparazioni si confermano come uno degli spazi migliori in città per seguire la musica, pur con un’acustica che funziona bene per certi generi, meno per altri (ma del resto erano un posto dove riparavano i treni, per quanto ben ristrutturate non suoneranno mai come un auditorium). Bene anche il ritorno del Piccolo Regio, già apprezzato gli scorsi anni: su quelle dimensioni (400 posti) è la sala migliore di Torino.

La disponibilità di OGR ha anche permesso di risolvere l’annoso problema del festival open air, spesso funestato dalla pioggia. E, due piccioni con una fava, di risolvere pure quel problema di ordine pubblico per cui nella Torino post-incidenti di Piazza San Carlo per organizzare persino un banco di beneficienza servono moli di permessi e dispendio di soldi. In ogni caso, la soluzione funziona: il messaggio che i concerti si pagano (poco, perché è un festival pubblico) è quello giusto.

Torino Jazz Festival 2018

La direzione artistica – 9

Lasciando da parte la scelta di puntare sui jazzisti torinesi per la parte “off” (su cui mi sono già espresso) e valutando il cartellone principale, quello del TJF è stato un bel programma, coraggioso e originale, con un carattere ben riconoscibile. Era difficile ereditare un festival con una sua personalità come era quello di Zenni, coniugando le direttive delle politiche culturali del Comune con la qualità: inutile dire che Li Calzi e Borotti erano osservati speciali. Hanno fatto quello che una buona direzione artistica dovrebbe fare: non raccattare le produzioni in giro ma proporre una visione e un taglio chiari, anche eccentrici rispetto a quello che ci si aspetterebbe da un festival "jazz".

Per il futuro si annunciano eventi “extracurricolari”, per far vivere il Festival lungo tutto l’anno: vedremo. Per quanto mi riguarda, se la logica del “tutti i torinesi devono suonare” è da bocciare, è da premiare invece quella che porta sul palco principale alcune selezionate eccellenze locali in produzioni originali con big internazionali.

Torino Jazz Festival 2018

I concerti

Radian – 7 ½

Ci vuole coraggio e personalità ad aprire un festival jazz con un gruppo avant-garde post-rock, o comunque vogliate definire gli austriaci Radian. Soprattutto se è il primo concerto di una nuova direzione artistica: è l’equivalente, nel calcio, dell’attaccante che subentra dalla panchina e alla prima palla tenta una rabona – o del difensore che entra e si becca un cartellino. È una dichiarazione di intenti, rischiosa ma esplicita. I Radian fanno il concerto che ci si sarebbe aspettati: il limite, forse, sta nell’aver sfruttato poco bene lo spazio, la spettacolare sala della Mole Antonelliana e la sua acustica – diciamo così – peculiare. Si poteva forse ragionare meglio sul suono e sulle luci: nell’illuminazione bianca e piatta da museo, su un palchetto spoglio e un po’ deprimente, qualcosa della favolosa musica dei Radian si è certo perso.

Torino Jazz Festival 2018 - Radian

Federico Marchesano Atalante feat. Louis Sclavis – 8

Il primo set alle OGR, con la prima produzione originale del TJF, pure trasmette un’idea di jazz per niente ingessata e “tradizionale”. Federico Marchesano è uno dei musicisti torinesi scelti per lavorare con un grosso nome – in questo caso Louis Sclavis. L’organico è anomalo, tutto spostato verso le frequenze medio-basse, con il contrabbasso del leader, l’inconfondibile clarinetto basso di Sclavis e con una chitarra classica (dell’ottimo Enrico Degani) come unico altro strumento armonico (a cui si aggiunge la batteria di Eric Groleau). Atalante lavora su strutture cicliche, spesso in tempi dispari e con ritmi sostenuti, con contrabbasso e clarinetto che spesso si scambiano i ruoli senza risparmiare in volume. Il risultato è a tratti esaltante, e se talvolta il suono d’insieme patisce un po’ anche per l’acustica della sala – la chitarra classica, specie quando lavora sui bassi, viene spesso mangiata – il momento in solo di Marchesano (che ricorda a tutti di essere un esperto del contrabbasso solista: ne avevamo parlato qui) e una lunga cadenza in cui Sclavis dà sfoggio del suo repertorio di effetti sul contrabbasso compensano il tutto.

Torino Jazz Festival 2018 - MArchesano

Archie Shepp – 7 ½

Uno dei concerti più attesi, forse il nome più “grosso” per gli appassionati di jazz al Torino Jazz Festival. Ad Archie Shepp, classe 1937, tocca il secondo set della prima serata delle OGR, con la bella voce della francese Marion Rampal come ospite. Shepp entra sul palco tremolante, litiga con il montaggio dei sassofoni e con il bocchino, si teme per il peggio (quanto può essere terribile la vecchiaia di un maestro?). E invece, non appena comincia a suonare, sembra ringiovanire di colpo di vent’anni: anche il viso si distende quando canta – ancora con buona voce. Certo, il suono al tenore è meno graffiante di quanto ci si aspetterebbe, e tutto il gruppo (pianoforte-contrabbasso-batteria) suona più smooth di quanto molti vorrebbero. Ma Shepp non si risparmia, supera l’ora e mezza di concerto, e il suo suono sul soprano è, invece, bellissimo, limpido e luminoso – ad esempio nel bellissimo omaggio a Sydney Bechet “Si tu vois ma mère”, uno dei momenti migliori del set. Per il resto, standard da Ellington a Fats Waller (“Ain't Misbehavin'”), blues sostenuti e incursioni nel proprio repertorio, anche recente (“Une petite surprise”, “Revolution”).

Torino Jazz Festival 2018 - Archie Shepp

Ivo Papasov & His Wedding Band – 8 ½ 

Che gioia il concerto di Ivo Papasov al Piccolo Regio: sul livello del personaggio – ingiustamente superato per fama da altri nomi più cool della musica balcanica – c’è poco da dire. Con un gruppo che suona rodatissimo, con il clarinetto del leader che concede ampi spazi agli eccellenti solisti (chitarra, flauto kaval, fisarmonica) il set fila via a velocità impossibile, un assolo dietro l’altro. L’aspetto più affascinante è però piuttosto nel sound d’insieme, terribilmente demodé, con una tastiera anni ottanta (stanno tornando di moda, ma non penso che quella del tastierista Vasil Denev sia una scelta hipster) e una chitarra con il chorus che suona come se l’ultimo disco comprato dal chitarrista fosse The Wall dei Pink Floyd, o qualcosa dei King Crimson epoca Discipline. Eppure, è una scelta funzionalissima: Ateshhan Yousseinov (il chitarrista) mostra, oltre a una tecnica eccellente, anche una quantità incredibile di buone idee che vanno contro ogni logica codificata dell’assolo di chitarra. Insomma, si gigioneggia, ma c’è molto molto di più sotto la patina balkan-festaiola.

Torino Jazz Festival 2018 - Ivo Papasov

Frankie Hi-Nrg MC vs Aljazzera – 7

Altra produzione del TJF, sicuramente la più divertente tra quelle ascoltate, è l’incontro tra Frankie Hi-Nrg e l’energico trio Aljazzera (Manuel Pramotton al sax, Luca Mangani al basso elettrico e Donato Stolfi alla batteria). La partenza non è delle migliori, con Frankie Hi-Nrg che pare un po’ forzato. Poi tutto comincia a girare, le rime scorrono velocissime e gli arrangiamenti elettrici funzionano molto bene. Non mancano i classiconi del repertorio, “Quelli che benpensano” (che ormai risale a 21 anni fa, ben portati), con Giorgio Li Calzi che sale sul palco a completare la sezione fiati, “Fight da Faida” fino al finale con “Potere alla parola”.

Torino Jazz Festival 2018 - Frankie Hi-Nrg

Marc Ribot Ceramic Dog – 10

Il concerto del Torino Jazz Festival 2018: memorabile, emozionante, esaltante, che spiace persino essere comodamente seduti. Il trio Ceramic Dog, con Ribot alla chitarra, Shahzad Ismaily al basso e Ches Smith alla batteria – lo ammetto – è una mia vecchia fissa. Ma il concerto al Torino Jazz Festival, che presenta i materiali del freschissimo Yru Still Here?, va oltre ogni aspettativa – già alta. Tanto per comincare, si apre con una versione scarnificata di “Bella ciao” chitarra elettrica e voce («So che ieri, o l’altro ieri, era la vostra festa della Liberazione», dice Ribot). Ora, tirare ancora fuori qualcosa di musicalmente decente da “Bella ciao” è impresa impossibile: Ribot ce la fa, trasformandola in una specie di murder ballad alla Mark Lanegan, con accordi di chitarra luminosi e dilatati e appena una sequenza di sintetizzatore (in carico a Shahzad Ismaily) e qualche colore di batteria a increspare il tutto. Poi parte il concerto vero e proprio, tra brani nuovi a metà tra i Beastie Boys e i Joy Division, Arto Lindsay e i Led Zeppelin, con cori urlati e batteria a tutto volume, e ricadute cupe con Ribot che declama versi su tappeti scuri e cupi. Spettacolare.

Torino Jazz Festival 2018 - Marc Ribot

Melanie De Biasio – 8 ½  

Molta attesa anche per la prima italiana della cantante belga Melanie De Biasio (prima avvistata nel nostro paese solo come spalla di Agnes Obel, come lei stessa ha raccontato in questa bella intervista che le ha fatto Nazim Comunale). Li Calzi, nel presentare il concerto, ha dichiarato come quello della De Biasio sia stato uno dei primi nomi pensati per il nuovo TJF. In effetti – al pari dei Radian – è una scelta che caratterizza non poco una direzione artistica, soprattutto se si guarda ai molti possibili significati di “jazz”: quello della De Biasio è un “jazz” notturno ed elettronico, che lavora di sottrazione e suggestione, con canzoni (canzoni?) che si dipanano su lunghi tappeti di piano elettrico, clavinet trattato con il delay (molto originale, il suono che più di tutti caratterizza il sound live della De Biasio) e sintetizzatore. Dal canto suo, la cantante e flautista si cala con tutto il corpo in questo suono cupo e urbano, lasciando ampi spazi al silenzio e ai pianissimi (fino a fermare con una mano i click dei fotografi ufficiali). Qualcosa di Portishead, o dell’ultimo Nick Cave: finito il tutto, verrebbe voglia di accendersi una sigaretta e guidare in silenzio verso casa attraverso la periferia silenziosa… invece sono le 7 di sera, fuori c’è luce e bisogna andare alla serata delle OGR: strana collocazione, quella pomeridiana.

Magic Malik Dream Team – 6 ½

Il pubblico delle OGR gradisce ma io – oh, lo dico – mi sono annoiato. Intendiamoci, il “dream team” del flautista-cantante franco-ivoriano Magic Malik (Jean-Luc Lehr, basso elettrico, e
 Maxime Zampieri, batteria) suona molto bene. Ma i giochini con la voce sono divertenti per i primi cinque minuti, poi diventano tediosi. Soprattutto, la voce e il flauto – filtrati per essere processati in diretta dal leader – escono con un suono medioso e lo-fi, che cozza con il sound smooth di basso e batteria. Se è una scelta voluta, non convince. Belli invece alcuni momenti di incastri poliritmici e di armonizzazioni flauto-voce. 

Torino Jazz Festival 2018 - Magik Malik

Riccardo Ruggieri Quartet feat. Gary Bartz – 6

Sufficienza dovuta perché – lo devo ammettere – non è il mio genere, non è il “jazz” che mi interessa. Gli amanti dei suoni più classici, invece, si sono molto divertiti per questo incontro tra il quartetto capitanato dal pianista torinese Riccardo Ruggieri (Massimo Baldioli, sax tenore e soprano, Alessandro Maiorino, contrabbasso, Gregory Hutchinson, batteria) insieme al big Gary Bartz. Classe e stile.

Fred Hersch – 9 ½

Ci vuole coraggio ad aprire un festival con i Radian, ce ne vuole un po’ anche a chiuderlo con un set di piano solo, in coda a due set ben più energici. Il solo di Fred Hersch incanta il pubblico delle OGR, in religioso silenzio, per più di un’ora: omaggi classici (a Schumann), melodie melanconiche, una “Caravan” angolosa e isterica e una “It Might as Well Be Spring” ugualmente umorale, una nostalgica “For No One” («Ho 62 anni, sono cresciuto ascoltando i Beatles» dice Hersch) e una chiusura con Monk, prima del bis con il Billy Joel di “And So It Goes” – questa sì da canticchiare mentre si torna a casa in macchina guidando in silenzio.

Fred Hersch - Torino Jazz Festival 2018

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

jazz

Un originale quartetto guidato dal cantante belga ha chiuso Cremona Jazz

jazz

A Mantova il nuovo progetto in duo dei trombettisti Rob Mazurek e Gabriele Mitelli

jazz

Enrico Rava, Michel Portal, Ernst Reijseger e Andrew Cyrille insieme al Teatro Olimpico per la serata clou di Vicenza Jazz