Tutta l’angoscia di Eurydice

Al Festival Aperto di Reggio Emilia bel successo per la prima dell’opera di Dmitri Kourliandski su testo di Nastya Rodionova

Eurydice (Foto Xavier Lambours)
Eurydice (Foto Xavier Lambours)
Recensione
classica
Teatro Cavallerizza, Reggio Emilia
Eurydice
18 Ottobre 2020

Il variegato cartellone del Festival Aperto di Reggio Emilia ha dedicato un intenso fine settimana al teatro musicale contemporaneo, proponendo sabato scorso quell’efficace via di mezzo tra melologo e opera rappresentato da I Cencidi Giorgio Battistelli da Antonin Artaud – per il nostro giornale già ampiamente recensito da Stefano Nardelli nel maggio del 2019 da Lugano e da Enrico Bettinello in occasione della sua ripresa venezianadi qualche settimana fa – e, il giorno dopo, la prima rappresentazione di Eurydice, une expérience du noir, del russo Dmitri Kourliandski, della quale abbiamo seguito la seconda delle due messe in scena proposte.

In particolare, il lavoro del compositore moscovita ci ha posto di fronte ad una lettura densa ed essenziale del mito che, tra Peri e Monteverdi, ha dato origine ad inizio del Seicento all’opera in musica, immergendoci letteralmente in un suono cangiante, dinamico e frastagliato, ora disperatamente affilato ora inquietantemente profondo, segno plastico e immanente dell’angoscia della protagonista.

Una Euridice intenta ad indagare nell’abisso della sua “esperienza del nero”, di quella disarmata solitudine che pare, assieme, così antica e così vicina ai tempi che siamo vivendo e, in questo senso, così contemporanea. A dar vita a questa sorta di indagine dark tra aldilà e dimensione reale, al tempo stesso solipsista e collettivamente condivisa, racchiusa in quest’opera per soprano, pianoforte e live electronics, abbiamo trovato la soprano Anne Emmanuelle Davy, capace di restituire con efficace solidità vocale e sicura intensità espressiva il ruolo protagonista, il bravo danzatore Dominique Mercy nei panni – messi, tolti e rimessi – di un Orfeo muto e plasticamente ora attonito, ora disperato e disperante, completati dalla pianista Bianca Chillemi, presenza assieme fisica e astratta, sorta di alter ego sonoro della protagonista.

La musica di Kourliandski ha innervato il testo francese, tratto dal poema di Nastya Rodionova e articolato in sette arie, attraverso suoni distribuiti nello spazio grazie una spazializzazione capace di fungere da amplificatore espressivo, veicolo per una materia sonora tormentata, distribuita tra i timbri elettronici inquietantemente screziati, la fissità ossessiva della vocalità della protagonista e la deriva dissonante del suono del pianoforte. Caratteri assecondati con pulita funzionalità dall’impianto registico ideato da Antoine Gindt(assistente alla regìa Elodie Brémaud scenografia Elise Capdenat luci Daniel Levy costumi Fanny Brouste accessori), uno spazio drammaturgico essenziale, astrattamente decadente, nell’ambito del quale Euridice si muove con spostamenti misurati, da sonnambula, senza quasi mai incrociare il vagare spaesato di Orfeo.

Un universo scenico-sonoro buio, claustrofobico e allucinato, dove la stessa Euridice diveniva simbolo di una solitudine che ha potuto riverberarsi su ognuno dei componenti del pubblico presente. Pubblico che, da par suo, ha seguito questo spettacolo attraverso un ascolto attento, salutando alla fine tutti gli artisti impegnati con applausi convinti.

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