Trovatore al Museo e scatta la noia

Alla Scala l'allestimento di Hermanis già visto a Salisburgo

Il Trovatore (Foto Brescia Amisano)
Il Trovatore (Foto Brescia Amisano)
Recensione
classica
Milano, Teatro alla Scala
Il Trovatore
06 Febbraio 2020 - 29 Febbraio 2020

Tutto si svolge in una pinacoteca, dove c'è una mostra che al termine verrà smantellata. Ferrando fa la guida turistica e racconta i fattacci pregressi ai visitatori indicando via via i ritratti di alcuni protagonisti dell'opera. Leonora invece è la capo custode della pinacoteca, con tanto di divisa che a un tratto si toglie per entrare nel personaggio. Anche Azucena fa la guida turistica, ma per indossare il costume rosso da abbietta zingara (sono tutti rossi i costumi) si abbandona su una della panche e viene vestita a dovere dal personale della pinacoteca. Il Conte di Luna e Manrico sono invece già nella parte e probabilmente spuntano dai quadri. Sembra quasi che Alvis Hermanis, firmatario dello spettacolo importato dal Festival di Salisburgo, si sia ispirato a un film della fortunata serie Una notte al museo con Ben Stiller. Si può capire che di fronte alla sconclusionata discontinuità del Trovatore, divisa in compartimenti stagni, abbia cercato di darle almeno unità di luogo, ma gli accostamenti coi quadri finiscono per funzionare da personali associazioni libere più che da didascalie alle scene. Molte le Madonne per raccontare l'infelice maternità di Azucena, ma c'è anche Leda e il cigno, tante le crocefissioni, i soggetti religiosi si sprecano e tutti scorrono su pannelli mescolati come un mazzo di carte, che creano fondali sempre nuovi con ripetitiva meccanicità. Anche in questo caso, se ne può capire la ragione perché, tranne nella scena finale, nel Trovatore nulla accade in scena, tutto viene raccontato e Hermanis ha cercato d'inventarsi una drammaturgia di sostegno. Alcuni momenti sono efficaci, perché i quadri sono bellissimi, ma il giudizio complessivo rimane quello della noia e il rimpianto dell'atmosfera notturna dell'opera, spazzata via dalle invadenti citazioni pittoriche. Non così la direzione d'orchestra di Nicola Luisotti, che ha buon controllo dell'organico e non si fa scrupolo a sottolineare i tanti momenti grossolani della partitura. E chi finisce per aver ragione è Verdi.

Nel cast da segnalare soprattutto Violeta Urmana, intramontabile Azucena (la cantò mirabilmente nel 2000 all'apertura di stagione con Muti sul podio) e Francesco Meli che supera agilmente le tante difficoltà di Manrico. Liudmyla Monastyrska è una decorosa Leonora, senza però i necessari abbandoni sognanti, mentre Massimo Cavalletti non pare troppo adatto a vestire i panni del Conte di Luna, nè come voce né come baritono cattivo della tradizione. Il migliore di tutti, com'è abitudine, è risultato il coro diretto da Bruno Casoni, misuratissimo e quando occorre violento.

Molti gli applausi ai cantanti a fine serata e un coro di buu per i responsabili della messa in scena. Qualche defezione in platea dopo i primi due atti e un fuggi fuggi al termine, poco rispettoso del lavoro degli interpreti.

 

 

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