Trattato semiserio sulla paura 

A Mannheim Anna Viebrock allestisce La chute de la maison Usher di Claude Debussy come un’installazione sul tema (anche) della paura 

House of Usher (Foto Walter Mair)
House of Usher (Foto Walter Mair)
Recensione
classica
Mannheim, Nationaltheater
House of Usher 
12 Aprile 2019 - 18 Aprile 2019

Un paio di anni fa la sede veneziana della Fondazione Prada ospitava il progetto espositivo transmediale dal titolo non troppo liberamente ispirato a Leonard Coen The boat is leaking. The captain lied. (La barca fa acqua. Il capitano ha mentito.) Tale scelta, non priva di ironia, nasceva da un equivoco “marittimo” fra i tre curatori – Anna Viebrock con Alexander Kluge e Thomas Demand – sull’interpretazione del quadro di Angelo Morbelli Giorni … ultimi!, nucleo del progetto espositivo. L’equivoco nasceva dallo scambiare gli anziani miserevoli del Pio Albergo Trivulzio di Milano di Morbelli con vecchi marinai in attesa della morte. 

Per House of Usher il nuovo objet trouvé con il quale si misura Anna Viebrock su invito del Nationaltheater di Mannheim è musicale: l’opera breve in due parti, poco più che abbozzate, di Claude Debussy La chute de la maison Usher ispirata dal celebre racconto di Edgar Allan Poe. “Ci sono momenti in cui perdo il senso delle cose attorno a me e se la sorella di Roderick Usher dovesse entrarmi in casa, non ne sarei troppo sorpreso” scriveva Debussy nel 1908, a progetto appena iniziato e che mai riuscì a completare nelle due parti previste prima che il cancro se lo portasse via nel 1918. Dispersi appunti e abbozzi nel corso dei decenni successivi, il cileno Juan Allende Blin nel 1976 riuscì a mettere insieme poco meno di mezz’ora di musica autenticamente (se così si può dire) debussyana grazie a un paziente lavoro di ricostruzione di materiali autografi. L’inglese Robert Orledge volle fare meglio e compose lui stesso in stile debussyano le parti completamente mancanti, portando a circa 45 minuti l’opera incompiuta. 

È questa la base da cui parte lo spettacolo di Anna Viebrock, che non si limita a offrire una proposta scenica del lavoro ma, a rischio anche qui di qualche equivoco, espande il frammento di Debussy a circa un’ora e 40 minuti con l’aggiunta di altre musiche del compositore francese e rende questa House of Usher una vera e propria installazione visiva e sonora, che si può considerare un sofisticato e intellettualissimo trattato sul meccanismo della paura che smonta e esibisce il meccanismo della paura a partire dal racconto gotico di Poe. La paura figura anche come personaggio in carne e ossa: gli presta voce e fisicità stralunata il compassatissimo Graham F. Valentine, performer-feticcio di Christoph Marthaler, antico sodale della Viebrock. Nella scena di apertura ispirata al più puro stile surreale marthaleriano, fra un paesaggio desolato di uomini assorti accomodati su sedie e poltrone, che sono le stesse del Tristan montato da Marthaler e Viebrock a Bayreuth nel 2005 (come per creare un corto circuito fra passato e presente), la paura legge le prime pagine del racconto di Poe, mentre un pianista suona la Ballade di Debussy e sullo schermo sopra la scena scorrono le immagini della scena stessa in lieve asincronia. La linearità è bandita dalla narrazione scenica, che privilegia, al contrario, il movimento circolare degli ambienti sul palcoscenico rotante e il gioco di sovrapposizione dei piani temporali. 

Lo stesso materiale drammaturgico alla base dello spettacolo viene espanso per dare corpo e voce a Madeline, presenza pressoché immateriale nel racconto di Poe e, per alcuni, proiezione puramente psichica del nevrastenico fratello Roderick Usher. Come coda straniante al frammento operistico ispirato al racconto, Madeline si esprime musicalmente attraverso il canto del Colloque sentimental in un singolare duetto del soprano Estelle Kruger con la paura, ancora Valentine, che si insinua insensatamente dal caminetto del salone. Abbondano ovviamente i richiami al cinema, mezzo discronico per eccellenza, che specialmente con questo racconto di Poe ha sempre intrattenuto una relazione speciale (e nella “partitura” vocale c’è anche qualche battuta dalla versione cinematografica di Ivan Barnett del 1950). Come in un film, lo spettacolo si apre con la proiezione del titolo House of Usher a sipario ancora chiuso con la postilla “credete solo alla metà di ciò che vedete e nulla di quanto udite”, che può suonare come monito beffardo, dato il contesto, ma si tratta di una citazione dello stesso Poe. Le immagini filmiche sviluppano un contrappunto di assonanze narrative con scarti spiazzanti, come nella sequenza nella quale viene catapultato il pianista Antonis Anissegos dopo l’ispirata esecuzione del secondo movimento della Fantaisie per pianoforte e orchestra di Debussy: si tratta di una citazione alla lettera de La decima vittima e il pianista stesso è vestito e truccato come il Mastroianni platinato del film di Elio Petri. La paura prende ancora il sopravvento nel finale con una sorta di lungo e insensato grammelot telefonico, prima di riprendere il filo e concludere con le parole di Poe questo strano e intrigante oggetto scenico. 

“Il respiro di una casa è il suono delle voci al suo interno”, recita una citazione dell’architetto John Hejduk che accompagna il visitatore nell’installazione del foyer del Nationaltheater che fa entrare nel meccanismo della scenografia. Il respiro della casa della Viebrock lo regola il direttore Benjamin Reiners con l’Orchestra del Nationaltheater, capace di corpose sonorità ma poco versata nelle trasparenze debussyane, e con i solisti Thomas JesatkoJorge Lagunes e Uwe Eikötter – rispettivamente Roderick Usher, l’amico e il medico – che funzionano nel gioco scenico ma mostrano una certa negligenza stilistica. Ma in fondo qui Debussy è solo un pretesto. 

Pubblico piuttosto scarso alla seconda recita, qualcuno se ne va sbattendo la porta, ma chi resta non lesina sugli applausi. 

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