Torino Jazz Festival, la classe dei (vecchi) maestri

Doppio set al Conservatorio di Torino per Fred Frith e Gavin Bryars: qualche riflessione su come invecchia la "nuova" musica

Fred Frith - Torino Jazz Festiva 2019
Fred Frith al Conservatorio Verdi di Torino
Recensione
jazz
Conservatorio Verdi, Torino
Fred Frith / Gavin Bryars Ensemble
28 Aprile 2019

È partito il Torino Jazz Festival, salutato (almeno per ora) dal bel tempo e da un buon riscontro di pubblico. È un riscontro che premia la formula ormai rodata, messa su nei primi anni della gestione di Stefano Zenni e rifinita l’anno scorso – non senza qualche polemica protratta negli anni – nella nuova direzione artistica di Giorgio Li Calzi (a cui quest’anno si è affiancato ufficialmente Diego Borotti).

Torino Jazz Festival, il programma completo

Il programma è ricco, la sensazione (almeno per me) è sempre quella di una certa ingordigia, di una bulimia di programmazione con tante cose sempre, tra jam session, marching band, mandala in piazza e concerti veri e propri; una sensazione che è poi magnificata dalla grande eterogeneità ed eccentricità delle proposte rispetto al jazz più comunemente inteso.

Ma – chiarisco – se possiamo discutere sul “troppo” in termini di politiche culturali (molte risorse allocate nel breve periodo, con la logica della “festa”, a scapito di altre azioni lungo l’anno), l’eterogeneità è invece un punto a favore della direzione artistica, che come già l’anno scorso esprime chiara una sua idea. (Il che dovrebbe essere scontato e connaturato alla professione del direttore artistico, ma la scena italiana ci insegna che non è sempre così). 

Dunque, che qualcuno uscendo dal Conservatorio Verdi domenica 28 sera, al termine del concerto in solo di Fred Frith o di quello successivo di Gavin Bryars, possa interrogarsi ancora sull’annosa questione «è jazz / non è jazz / cosa c’entra questo col jazz» (è successo), è alla fine il maggior complimento che si possa fare a Li Calzi e Borotti. Lo stesso claim del festival “In sostanza, jazz”, allude un po’ beffardamente a questo carattere eccentrico della proposta.

In effetti, tanto il primo set di Frith (ritardato di un’ora per lo “smarrimento” della sua chitarra in aeroporto) quanto il secondo sono degli ottimi punti di osservazione e auto-riflessione. Non tanto su «cosa è il jazz» (che poi anche un po’ basta), ma su come quel complesso di musiche che chiamiamo jazz abbia permeato, in modi diversi, tante diverse musiche del Novecento, finanche a stilizzarsi, a proporre dei modelli di composizione, improvvisazione e ascolto che rimangono difficili da scardinare.

Fred Frith porta a Torino il suo set in solo, con la chitarra tenuta sulle ginocchia e sottoposta a sfregamenti, titillamenti, raschiamenti, percussioni con piatti metallici, catenelle, biglie e altri oggetti vari non intellegibili dalla fila 10. È un set rodatissimo, che certifica come Frith sia ancora uno dei maestri della chitarra “preparata” (di fatto, è uno degli inventori di questo approccio). È un set serrato, un’ora senza pause, che fila via veloce tra momenti di puro rumore e aperture liriche, con il musicista a suonare a due mani sulle due metà della tastiera: meraviglioso, emozionante, coinvolgente.

Ma, allo stesso tempo, eternamente uguale a se stesso, stilizzato nella sua meraviglia, in cui sono la classe, la sensibilità e il gusto di Frith a fornire il piacere, e non più – come è ovvio – la rottura del suo gesto, l’antiaccademismo e la trasgressione del suo suonare.In effetti, anche la gran messe di pedali e pedalini per alterare e scolpire il suono (che dalla fila 10 non scorgo e che si rivela solo alla fine) è usata con grande parsimonia, in maniera decisamente meno invasiva di buona parte dei chitarristi sperimentali, diciamo così, di generazioni successive. La concezione di Frith rimane tutto sommato fedele a una certa idea del suono della chitarra – che è il suo punto di forza e insieme, in un’ottica che premia la rottura e l’originalità, il suo limite.

Fred Frith Solo Torino Jazz Festival

È un discorso che si può traslare sul secondo concerto della serata, quello di Gavin Bryars con il suo ensemble (oltre il leader al contrabbasso e alla direzione: Nick Barr alla viola, Nicholas Cooper al violoncello, Katie Wilkinson al violino, James Woodrow alla chitarra elettrica e la figliastra di Bryars, Alexandra Tchernakova, al pianoforte). È un set sulla carta piuttosto vario, che mette insieme diverse passioni e diversi filoni dell’ormai pluridecennale carriera del musicista inglese. Dall’amore per un certo jazz, ben rappresentato dall’omaggio di “Dancing With Pannonica” (del 2012), alle variazioni sul Laudario di Cortona di “Ramble On Cortona”, alle collaborazioni con Bill Frisell su ECM (di cui James Woodrow fa le veci egregiamente, essendo nel suono a tratti più friselliano di Frisell stesso). 

Fino, naturalmente, all’atteso e annunciato “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet”, il pezzo del 1972 che è a oggi una delle “hit” di Bryars (come uno rimane male se va a sentire Springsteen e non gli fa “Born To Run”, se uno sente Bryars si aspetta che suoni “Jesus”). A Torino il pezzo, basato sulla voce registrata di un senzatetto replicata in loop, sul quale poco a poco si aggiungono le armonie degli archi in un continuo e lento mutamento, viene proposto in una versione “ridotta” a una ventina di minuti, e sembra francamente dividere il pubblico tra gli entusiasti e i tediati. La verità è che il pezzo, a differenza di altri brani di quello che spesso va genericamente sotto il nome di “minimalismo”, sembra non essere invecchiato benissimo.

Ancora una volta, è la classe e lo stile del compositore e dell'arrangiatore – più che la rottura dell’idea e del gesto – a emergere. E questa, francamente, viene fuori più nitidamente nei bei lavori di orchestrazione (ad esempio, nel bis finale dedicato a Tom Waits – che pure registrò una versione di “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet”) che non nel presunto "pezzo forte". Una cosa simile era successa a MITO Settembre Musica con il Kronos Quartet.

Gavin Bryars

Sono processi, quelli dell’invecchiamento dei “maestri” e della loro musica, che plasmano nel profondo le nostre modalità di ascolto, in un’epoca in cui tutto sembra già stato fatto e detto e suonato (e non è così, naturalmente). In ogni caso, due bei concerti da ricordare e su cui riflettere: in sostanza, una bella serata. 

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