Il suono-Kronos tra hype e classicità

A Torino per MITO Settembre Musica splendido concerto del Kronos Quartet, da Terry Riley a Omar Souleyman 

Kronos Quartet, MITO Torino
Foto di Gianluca Platania
Recensione
classica
Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi
Kronos Quartet
06 Settembre 2018

Si sa che cosa aspettarsi a un concerto del Kronos Quartet e la data torinese per MITO Settembre Musica – certo fra gli appuntamenti più interessanti e attesi della rassegna torinmilanese (milantorinese?) – non ha fatto eccezione. Livello dell’esecuzione ineccepibile, buona resa in sala (per quanto il Conservatorio non sia forse la scelta migliore per questo tipo di proposta) e programma vario e originale, che non manca di suscitare qualche riflessione.

Le due ore di concerto in effetti filano via veloci, incalzate da una scaletta agile, quasi “pop” per come è pensata (almeno nella prima parte). Del resto, l’approccio del Kronos Quartet alle scalette (almeno, per questo tipo di concerti) sembrerebbe più simile a quello di un gruppo rock che non a quello di un quartetto classico. A volerlo sintetizzare, il repertorio del Kronos può essere ricondotto a tre filoni.

Innanzitutto, i CLASSICONI, che nel caso del Kronos significa “minimalismo americano”: sono i pezzi che il Kronos deve fare, esattamente come Bruce Springsteen deve suonare “Born in the U.S.A.” e Pupo deve fare “Su di noi”: sono i pezzi che raccontano da dove vieni, quelli che ti danno l’autorevolezza per fare tutto il resto e per poter proporre le cose nuove. C’è tutto un pubblico del Kronos – quello che viene dalla contemporanea – che vuole sentire questi brani, che in molti casi sono divenuti dei veri classici. Altri invece, accattivati dal programma sbarazzino, guardano l’orologio nel mezzo della lunga tirata di Different Trains di Steve Reich (che – a dirla tutta – rispetto ad altri pezzi di quel filone, anche più vecchi, suona oggi molto meno fresco). A Torino, oltre al lavoro di Reich – il brano più lungo eseguito, curiosamente messo in coda alla scaletta – si è ascoltato il bellissimo One Earth, One People, One Love di Terry Riley. Entrambi, naturalmente, scritti per il Kronos Quartet.

Ci sono poi le NOVITÀ (più o meno nuove che siano): brani di compositori viventi e più giovani che in scaletta non catturano l’occhio, vicino a nomi più altisonanti, ma che dimostrano che il quartetto continua a essere parte di una scena, che la musica contemporanea non si è fermata a Glass ma è viva (e lotta insieme al Kronos).

Le cose migliori ascoltate a Torino rientrano in questa categoria: innanzitutto, Carrying the Past di Dan Becker (in prima italiana), in cui il quartetto interagisce con una base preregistrata ottenuta rielaborando alcuni vecchi dischi a 78 giri in cui suonava Eddie Sandson, trombettista e nonno del compositore. Una riflessione sul passato, sul privato, sulle radici, dove frammenti ricomposti di vecchie big band gracchianti si scontrano con le trame degli archi, che ora gli suonano contro sovrastandoli, ora si aggiungono e si sottraggono sugli arrangiamenti originali. Ironico e insieme malinconico, uno dei punti più alti di una serata già di per sé stellare. E poi il luminoso Clouded Yellow di Michael Gordon, già noto come parte di Bang on a Can, con i glissando dei violini a evocare – forse – il volo della farfalla di cui il brano porta il nome.

Infine, la terza categoria – che è in fondo quella che differenzia il Kronos dai suoi molti tentativi di imitazione: le COVER – ovvero gli arrangiamenti di brani altrui, spesso famosi, quelli che attirano il pubblico che non va a sentire la contemporanea e che non appena parte il pezzo dice “Ah ma questa è…”. Al Conservatorio ne abbiamo ascoltata una ricca selezione, dalla divertente “Baba O’Riley” degli Who (che comunque, come noto, viene dal minimalismo e al minimalismo ritorna senza problemi) a “Strange Fruit” in un arrangiamento superlativo, curato dal collaboratore abituale del Kronos Jacob Garchik; fino all’altrettanto strepitoso bis con un brano di Mahalia Jackson, “God Shall Wipe All Tears Away”, già incluso nel bellissimo disco del Kronos Quartet con il Trio Da Kali.

Un po’ a parte in questo filone sta la versione di “Flow” di Laurie Anderson, che nasce già come pezzo per violino a cinque corde (da Homeland, 2010) ma che l’arrangiamento di Garchik porta in una dimensione altra, spettrale e sospesa (l’altro apice della serata).

Kronos Quartet, MITO Torino
Foto di Gianluca Platania

Nella categoria delle cover c’è poi una sottocategoria, quella che – personalmente – mi convince di meno: la chiamerò delle COVER HYPE. Sono quegli arrangiamenti di brani “esotici” pescati dal più recente repertorio della world music alla moda, riletture di quelle ultime novità che proprio non potete non conoscere se non volete beccarvi dell’etnocentrico nel prossimo dibattito sulla pagina Facebook di Pitchfork. Qui i risultati sono alterni: troppo rigide Zaghlala di Islam Chipsy, La Sidounak Sayyada di Omar Souleyman e Kule Kule dei Konono N.1, che stanno rispettivamente al mahraganat, alla dabka e al repertorio congolese per likembe elettrificato come una serigrafia sta a un dipinto a olio. Non è tanto la rimozione del contesto – che è di ballo e festa per le musiche citate – a non convincere, quanto proprio la “traduzione” per quartetto delle specificità di queste musiche. Insomma, più hype che sostanza. Semplicemente deliziosa invece Sunjata’s Time: 5. Bara kala ta di Fodé Lassana Diabaté del Trio Da Kali: qui viola e violoncello evocano benissimo il suono del balafon, i suoi peculiari incastri ritmici e ronzii – ma del resto, è musica acustica, e la frequentazione tra i musicisti del Kronos e quelli del Trio è profonda e rodata.

Sono comunque appunti marginali, note intorno a un concerto memorabile che racconta della costante attualità del suono-Kronos, che cavalca le mode – in fondo – rimanendo sempre riconoscibile, a sua volta un classico contemporaneo che sopravvive a ogni hype.

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