Suggestioni turche e armene all'Olimpico di Vicenza

Fascinoso concerto con Tchakerian e Brunello

Tchakerian-Brunello
Tchakerian-Brunello
Recensione
classica
Teatro Olimpico di Vicenza
Tchakerian-Brunello
12 Giugno 2019

Quando entra sul palcoscenico del Teatro Olimpico di Vicenza, il primo sguardo di Mario Brunello appare magnetizzato dalla scena a prospettive di Vincenzo Scamozzi, illuminata da una tenue luce azzurra. L’estremo capolavoro palladiano, con il suo volgersi all’antico attraverso una sensibilità moderna, appare infatti il luogo ideale per realizzare quell’incrocio di prospettive culturali immaginato da Sonig Tchakerian, da quest’anno direttrice artistica delle Settimane Musicali.Il cammino prescelto per questa terzultima serata del Festival intreccia un suggestivo dialogo tra la ricerca compositiva turca e armena del secondo ‘900 e le più ardite sperimentazioni raveliane degli anni ’20. L’ascoltatore inizia così un viaggio immaginario che porta  “dall’Ararat a Parigi”, come suggerisce  il titolo dell’incontro, aperto dalle litanie scabre, inquiete, velate di nostalgia della Partita per violoncello (1954) di Ahmed Adnan Saygun. Brunello ne sottolinea il tratto sognante, a volte sussurrato, sospeso in attese epifaniche improvvisamente spezzate da ritmi fortemente accentuati e melodie che fendono come ferite, prima di tornare al loro principio originario. Un’analoga inquietudine interiore caratterizza la Sonata Monologo per violino (1975) di Aram Kaciaturian. Sonig Tchakerian ne offre un’interpretazione incalzante, illuminando il legame segreto che pulsa tra i labirinti dell’anima, la memoria storica e il fascino sottile delle reminiscenze folcloriche. L’esoterica Sonata per violino e violoncello di Ravel, con la sua stringata essenzialità, appare come uno dei possibili approdi a ritroso di questa ricerca interiore. I due solisti fanno corpo unico, esaltano le ricerche timbriche tono su tono che caratterizzano l’estrema spoliazione di una scrittura giunta ormai ai vertici della propria perfezione, esaltano i tratti tzigani del Très vif e le voraginose fenditure del Lent, prima di precipitare nel dionisiaco rondò finale. Applausi calorosi e fuori programma con un’originale trascrizione bachiana.

 

 

 

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