Stabat Mater pesarese

All’ Auditorium Scavolini il concerto di chiusura del ROF

LF

25 agosto 2026 • 4 minuti di lettura

Gioachino Rossini, Stabat Mater, ROF (foto Amati Bacciardi)
Gioachino Rossini, Stabat Mater, ROF (foto Amati Bacciardi)

Auditorium Scavolini, Pesaro

Gioachino Rossini, Stabat Mater

23/08/2026 - 23/08/2026

Il Rossini Opera Festival si chiude con Stabat Mater, in una esecuzione che ha visto impegnate alcune delle presenze più significative di questa 47esima edizione. Nel ruolo di solisti quattro artisti già ascoltati nei titoli operistici: il soprano Vasilisa Berzhanskaya, il mezzosoprano Anna Doris-Capitelli e il basso Adrian Sâmpetrean,  già largamente apprezzati  nella nuova produzione del festival, Le siège de Corinthe, e il tenore Dave Monaco (in sostituzione dell’annunciato Dmitry  Korchak, che ha dovuto rinunciare per gravi motivi familiari) che invece è stato tra gli interpreti de L’occasione fa il ladro e di un recital a lui dedicato, come Sâmpetrean.  E poi l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna  e il Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, preparato da Pasquale Veleno. Su tutti, la bacchetta dello spagnolo Ramón Tebar, al suo secondo debutto in terra marchigiana,  dopo quello allo Sferisterio di Macerata dove ha diretto appena due settimane fa i Carmina Burana di Carl Orff.

Direttore assai versatile  e dedito a repertori anche molto diversi, dal sinfonico all’operistico, e attivo in Europa, America ed Asia, Tebar ha interpretato con gesto ampio e sicuro le diverse anime  della partitura, che alterna colori e stili anche molto diversi tra loro. Composizione travagliata, che vide la luce dopo l’abbandono delle scene operistiche e  unica  per grande organico e di estese dimensioni dopo il Guillaume Tell, Stabat Mater ebbe la sua prima esecuzione pubblica italiana a Bologna nel marzo 1842 sotto la direzione di Gaetano Donizetti,  dopo la prima parigina antecedente  di due mesi al Théâtre Italien.

Dopo più di dieci anni di silenzio Rossini tornava sui palcoscenici, ma lo faceva per una serie di circostanze che andarono oltre la sua volontà.  Commissionato nel 1831 dall’arcidiacono di Madrid, Manuel Fernández Varela, conosciuto da Rossini grazie  all’ amico banchiere María Alejandro Aguado durante un viaggio in Spagna, questo Stabat Mater  era destinato ad un’ esecuzione privata. Rossini  ne  compose solo sei numeri  ed affidò la stesura  delle parti mancanti a Giovanni Tadolini. Alla morte del committente questa versione fu venduta dagli eredi  all'editore parigino Aulagnier, che fu sul punto di pubblicarne la partitura, provocando una controversia legale con Rossini; il quale per sanare la situazione accettò l’invito dell’editore Troupenas di completare la composizione, sostituendo i sette brani composti da Tadolini con quattro scritti di suo pugno, per poi darla ufficialmente alle stampe.  

Le atmosfere che si avvicendano in questa sontuosa partitura, che si apre e si chiude circolarmente con la stessa idea musicale a dare un senso di unitarietà, sono quelle dimesse e meste dell’Introduzione; la spiritualità  del canto a cappella in stile severo di Quando corpus morietur, accanto ai  cromatismi di Eja, Mater, figure musicali degli affetti dolorosi; la drammaticità di Inflammatus ; la cupa maestosità di Pro peccatis per basso e il complesso contrappunto dell’In sempiterna saecula, Amen. Ma insieme alle pagine che descrivono la sofferenza  umana, vissuta nelle fibre del corpo, tutte  in modo minore, convivono gli affreschi sonori dove il dolore è trasfigurato, le emozioni cristallizzate, e dove si avverte il loro superamento in una sorta di sublimazione spirituale; ecco allora la radiosità delle tonalità maggiori nell’ aria  del tenore  Cuius animam, nel duetto delle voci femminili Qui est homo, nella cavatina per il mezzosoprano Fac ut portem  e nel quartetto Sancta Mater, tutti in quello stile profano e teatrale oggetto di tante polemiche da parte di chi voleva riportare la musica sacra alla purezza della polifonia rinascimentale e che sarebbero sfociate  nel movimento ceciliano del tardo Ottocento.

il Coro del Teatro Ventidio Basso ha dato nel complesso un’ottima prova, sia per la precisione degli interventi che per l’amalgama delle voci, che si sono apprezzate per la morbidezza di quelle maschili e la luminosità delle femminili. La bravura dei  quattro solisti, dopo le performances negli spettacoli teatrali, era scontata: la proiezione, il volume, la duttilità di Vasilisa Berzhanskaya sono eccezionali, la sua voce uno strumento sonoro che il soprano ha dovuto a volte dominare e alleggerire negli ensemble, per garantire l’omogeneità; intensa, drammatica e calda la voce di Anna Doris-Capitelli, interprete attenta e sensibile di ogni parola del testo latino;  chiarissima la dizione di Dave Monaco,  sorretta da una emissione corposa, omogenea in tutti i registri  e di bel timbro;  scolpita nell’articolazione del testo, pastosa  e ricca di volume la voce di Adrian Sâmpetrean.

Ramón Tebar ha guidato l’orchestra del Comunale di Bologna in una esecuzione che metteva in luce di volta in volta i colori accesi, o trasognati, o cupi della partitura,  cercando sempre l’equilibrio  dei volumi  tra le sezioni dell’orchestra e la compagine vocale; l’orchestra ha risposto al gesto con puntualità ritmica, equilibrio e  bellezza di suono.

Un gran finale della manifestazione pesarese, proiettata in diretta su maxi schermo  in Piazza del Popolo,  che ha riscosso lunghe ovazioni per tutti gli interpreti.