Samson è uno sciamano

Madrid: da Saint-Saens al rap e al gospel

Samson (Foto Pablo Lorente)
Samson (Foto Pablo Lorente)
Recensione
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Sala roja de Teatro Canal di Madrid
Samson
20 Gennaio 2024 - 21 Gennaio 2024

In questi ultimi tempi stiamo assistendo ad un’intensificarsi della presenza di compagini sudafricane sul palcoscenico del Teatro Canal di Madrid. Ed è una presenza che in qualche modo ci testimonia della vivacità di una vita artistica e teatrale, ricca di sperimentazioni performative, con nuove combinazioni linguistiche, che si vengono costruendo, con l’apporto sempre più importante delle tradizioni espressive del mondo africano. Ad opera del regista olandese Brett Bailey, sul palcoscenico della Sala Rossa del Teatro Canal, è andata in scena “Samson”, una particolarissima rivisitazione della vicenda biblica di Sansone e Dalila. Opera o performance, come la si voglia chiamare, la rappresentazione si sviluppa come una sorta di rituale sciamanico, in cui si alternano il declamato stentoreo di una narratrice, un’azione coreografica serrata e continua, un canto ed una musica che va dal rap, attraverso il gospel, un canto genuinamente africano, il funk, l’elettronica e inclusa la musica dall’opera di Saint Saens.

In un clima di animazione costante, con punte di parossismo nel crescendo ritmico e dei movimenti, la vicenda dell’eroe biblico resta come sullo sfondo: prepotente si delinea la metafora del potere colonialista bianco, dello schiavismo, del capitalismo neoliberista, fino alla tortura di un Sansone, impersonato da un attore/danzatore, Elvis Sibeko, fornito di una parrucca di bianchi dreadlock, egli stesso sciamano, che culmina in un lungo e lancinante urlo spasmodico.

Il ritmo dell’azione e della successione degli eventi è serrato, il tono eminentemente epico, si scoprono le carte di un teatro che brechtianamente scolpisce in maniera netta e a tinte forti i suoi personaggi: così come il Sansone/Sciamano, abbiamo i filistei pingui e grotteschi, con tratti e costumi da clownerie, ed una Dalila, puro strumento di una macchinazione (preziosa la sua interpretazione dell’aria “Mon cœur s'ouvre à ta voix” dall’opera di Saint Saens, su una base elettronica).  Scenario spoglio con un notevole gioco di proiezioni, denso e colorato. Il tema della violenza e del riscatto dal senso di colpa, manifestato in maniera esplicita, da parte della regia, domina e pervade l’allestimento. Musicalmente si assiste ad un lavoro di montaggio scrupoloso in cui l’azione, le coreografie e il canto, del rap, vuoi solistico o corale, si inseriscono in perfetta sincronia; un lavoro musicale in cui risalta più il sincretismo delle sue combinazioni che una particolare ricerca linguistica. Un po’ scontata e abusata l’immagine metaforica del finale nella quale le colonne abbattute da Sansone prendono le note forme delle torri gemelle che si sgretolano.

 

 

 

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