Romaeuropa da Bach al Commodore

A Roma Robert Henke riscopre il computer anni Ottanta, Virgilio Sieni interagisce con Bach

Robert Henke Romaeuropa
Robert Henke (foto di Piero Tauro)
Recensione
oltre
Roma, Parco della Musica / Teatro Argentina
Robert Henke / Virgilio Sieni e Andrea Rebaudengo
27 Settembre 2020 - 02 Ottobre 2020

Antico e moderno si confrontano in questa edizione del Romaeuropa Festival caratterizzata dal distanziamento, visto il medesimo scenario che si presenta al pubblico arrivato in una Sala del Parco della Musica o nel Teatro Argentina: le poltrone lasciate vuote per separare gli spettatori dominano la scena e ricordano a tutti che il momento in cui si potrà tornare alla situazione pre-Covid è di là da venire. E tuttavia ai presenti è restato pur sempre il privilegio di assistere a manifestazioni artistiche che, secondo lo spirito del festival fin dalla prima edizione, si protendono verso futuro – ormai rappresentato dal terzo decennio di questo nuovo millennio.

– Leggi anche: Ritrovarsi a Romaeuropa

Iniziamo con Robert Henke, grazie al quale gli strumenti d’epoca – ormai una costante nelle esecuzioni del repertorio antico – sono incredibilmente entrati anche nel mondo della musica elettronica. Non si tratta di un paradosso, visto che il lavoro dello sviluppatore di Ableton Live si basava sull’uso cinque computer Commodore CBM 8032 AV (di qui il titolo dello spettacolo), storici apparecchi risalenti ai primi anni Ottanta e progenitrici del fortunato C-64, oltre che funzionanti grazie al medesimo chip usato nei primissimi computer Apple.

Lo stesso Henke ha introdotto il pubblico alla sua performance, spiegando che tre di questi computer erano responsabili dei suoni – un unico suono alla volta per macchina – mentre uno gestiva la grafica e l’ultimo controllava l’intero gruppo. Ma l’artista tedesco ha anche sottolineato che, se tutto ciò che stava per presentare poteva già essere realizzato nel 1980, tuttavia a quell’epoca nessuno avrebbe potuto lontanamente immaginare un simile uso del computer. Ecco perché lo spettacolo ha complessivamente posto le sue basi su una visione contemporanea, sfruttando le "limitazioni" dei CBM 8032 per affermare il valore della creazione artistica, soprattutto la sua componente irrazionale, e per proporre una riflessione sull’interazione uomo-macchina.

I frutti del tenace lavoro di preparazione, grazie al quale è stato possibile entrare nelle logiche della tecnologia più antica e costruire questo affascinante progetto, sono stati perfettamente recepiti dal pubblico della Sala Sinopoli. E le immagini del display – con quei minuscoli caratteri che scorrono nel tubo catodico verde, resi iconici dal film Matrix – correlate all’architettura di suoni, controllata e manipolata dallo stesso Henke, hanno dato vita a un suggestivo spettacolo: una vera e propria danza di suoni sinusoidali e di rumori creati digitalmente si è svolta sotto la regia del tedesco, complici riverberi e filtri di vario tipo che hanno movimentato il verde monocromatico delle immagini, raggiungendo l’obiettivo di mostrare l’inaspettata bellezza che le macchine d’epoca possono regalare a chi sa come utilizzarle in modo creativo.

Creatività è stata indubbiamente anche la parola d’ordine dello spettacolo di Virgilio SieniSolo Goldberg Variations – vista la consolidata capacità di questo artista di reinventare continuamente un linguaggio del corpo correlato non solo al capolavoro bachiano citato nel titolo ma soprattutto all’arte italiana dal Trecento al Seicento, attraverso un percorso che si muove tra opere di artisti come Antonello da Messina, Paolo Uccello, Piero della Francesca e Caravaggio. In realtà questo progetto in cui si manifesta appieno l’arte coreografica di Sieni non è esattamente una novità contemporanea bensì ha una storia ventennale alle spalle, un’esperienza che tuttavia ha consentito al protagonista di affinare continuamente il suo rapporto sia con i suoni sia con le immagini. Di indiscutibile forza espressiva, il continuo movimento del danzatore ancora una volta ha creato innumerevoli suggestioni visive, ripensando le scene delle opere pittoriche alle quali faceva di volta in volta riferimento e rinnovandosi continuamente nelle coreografie, in totale sintonia col concetto di "variazione" che sta alla base delle stesse Goldberg.

Foto di Giovanni Daniotti
Foto di Giovanni Daniotti

Vincente anche la scelta, anche questa ben collaudata, di coinvolgere alcuni spettatori per le ultime fasi della performance, ma il protagonista è sempre rimasto lui, Virgilio Sieni, tuttora capace di incantare con la leggerezza, fluidità e rapidità che sembra possedere come se gli anni non fossero affatto trascorsi. Tuttavia, malgrado i lunghi applausi con cui il pubblico alla fine ha ringraziato il danzatore e il pianista – Andrea Rebaudengo – che lo aveva fedelmente accompagnato durante tutta la serata, alcune riflessioni meritano di essere fatte.

Peccato innanzitutto non aver approfittato di una soluzione che oggi non è certo proibitiva – quella di proiettare di volta in volta sullo sfondo della scena del Teatro Argentina le varie opere pittoriche citate dallo stesso Sieni prima di ogni variazione – per dare un riferimento visivo più chiaro allo spettatore, rimasto viceversa come al buio dentro un museo. Frammentare poi un’opera profondamente unitaria come le Goldberg, costringendo Rebaudengo a uno "stop and go" quasi per ogni variazione, non è giovato né alla musica né all’esecutore. È evidente che non si poteva immaginare, con un unico interprete, un movimento continuo sulla scena per oltre un’ora, ma per non svantaggiare la danza si è fatto un torto alla musica. Musica che peraltro è stata proposta non nella lingua originale – Bach ha scritto le Goldberg per clavicembalo – bensì attraverso la voce del moderno pianoforte. E pensare che anche la musica elettronica comincia a rivalutare gli strumenti d’epoca.

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