Ricciardo e Zoraide zoppica ancora

Pesaro: il ROF ripropone dopo più di vent’anni quest’opera seria, che ancora non convince pienamente. E non solo per colpa della regia

Ricciardo e Zoraide
Ricciardo e Zoraide
Recensione
classica
Adriatic Arena, Pesaro
Ricciardo e Zoraide
11 Agosto 2018 - 20 Agosto 2018

I padri spesso amano i loro figli meno fortunati e questo sembra essere il caso anche di Rossini, che affermò che Ricciardo e Zoraide era la sua opera più bella. Sembra che in effetti vi abbia messo una cura particolare, come rivelano la forma elaborata della Sinfonia e certi nuovi coloriti strumentali e armonici cupi e preromantici, che si affacciano brevemente qua e là, ma non ci si può nascondere che resta un’opera non completamente riuscita: lo diciamo con la speranza che il tempo ci smentisca e che tra qualche anno saremo finalmente in grado di capire che Rossini aveva ragione.

Per ora la cruda realtà è che Ricciardo e Zoraide sparì dalla circolazione subito dopo la prima del 1818 al San Carlo di Napoli. Il ROF la ripropose nel 1990 con la regia di Luca Ronconi (ripresa nel 1996) ma neanche questo bastò a farla risorgere. Se non ci riuscì Ronconi, non si poteva pretendere che ci riuscisse Marshall Pynkoski, che rischia ora di fare il capro espiatorio per la nuova delusione che Ricciardo e Zoraide ha dato ai fans di Rossini. È vero però che il regista canadese non è riuscito a partorire una sola idea, tranne ricorrere ogni tanto a balletti e pantomime o a sventolamenti di bandiere, per ravvivare con effetti privi di causa lo spettacolo, quando l’assenza di idee rischiava di diventare intollerabile. Il tutto all’interno delle scene di Gerad Gauci, che si ispiravano alle scenografie dipinte ottocentesche. Forse la sua era una scelta dettata dalla constatazione che il libretto è talmente impossibile che non si può fare nulla per porvi rimedio e che quindi fare il meno possibile è la soluzione più saggia.

Anche per Rossini, che pure chiedeva pochissimo ai libretti, il parto letterario di Francesco Berio di Salsa deve essere stato una palla al piede, non tanto perché è assurdo, intricato e privo di interesse drammatico, né perché la qualità letteraria dei versi è risibile, ma perché spezzetta l’opera in una quantità di pezzi senza una minima progettazione drammatica, mentre Rossini tendeva ormai ad articolare ogni atto in pochi grandi blocchi musicali, talvolta solo due, come nel Mosé in Egitto. Ma il libretto offre almeno una situazione nuova e interessante a Rossini, quando i due tenori - che amano la stessa donna, ma uno di loro ignora di rivolgersi al suo rivale –  cantano in un duetto il loro amore, le loro pene e le loro speranze, confortandosi reciprocamente: è la stessa situazione del duetto belliniano tra Norma e Adalgisa di tredici anni dopo, però questo è tra due uomini e non tra due donne e ciò lo rende ancora più insolito e particolare. Nonostante il libretto, Rossini riesce a costruire comunque dei numeri musicali magistrali – per esempio, il concertato che chiude il primo atto – ma talvolta è costretto a ricorrere al mestiere e allora quegli stessi caratteri musicali altrove entusiasmanti appaiono formule usate per riempire il vuoto drammaturgico.

La direzione di Giacomo Sagripanti era attenta e perfino minuziosa, ottenendo la massima precisione anche nelle pagine più complesse, ma era anche piuttosto uniforme e metronomica, quindi non riusciva a valorizzare al meglio le diverse atmosfere che Rossini riesce comunque a suggerire pur in questo dramma evanescente. L’esecuzione era invece insuperabile per quel che riguarda le voci. Considerata sotto l’aspetto vocale, Ricciardo e Zoraide è innanzitutto una sfida tra due tenori. Ricciardo – il buono - è un tenore acuto ed era affidato al miglire in questo campo, Juan Diego Florez, che da alcuni anni ha acquistato un registro centrale più brunito, senza compromettere gli acuti svettanti: è un’evoluzione naturale con il passare degli anni, ma ora i due registri appaiono piuttosto diversi e separati, più pieno quello centrale, un po’ nasale quello acuto. Agorante – il cattivo, ma in fondo più diretto e sincero del rivale, quindi più simpatico – è un tenore baritonaleggiante, che all’inizio ha perfino qualche passaggio proprio più di un baritono che di un tenore: era Sergey Romanovsky, che è ancora giovane ma offre già una sicurezza totale in questo repertorio, per la proprietà stilistica e la padronanza tecnica, cui aggiunge un timbro pieno e virile e una dizione impeccabile e chiarissima. L’altro personaggio del titolo, Zoraide, è drammaturgicamente ancor più inconsistente degli altri, sballottolata com’è tra gli uomini che se la contendono, ma ha delle pagine non prive di fascino e vocalmente molto impegnative: Pretty Yende, che già avevamo apprezzato due anni fa nel Ciro in Babilonia, ha incantato tutti.

I protagonisti secondari (perdonate l’ossimoro) erano Nicola Ulivieri, sempre affidabilissimo, e Victoria Yarovaya, giovane e bravissimo mezzosoprano uscito dall’Accademia Rossiniana, da cui provenivano anche tutti gli ottimi comprimari, tra cui va citato almeno il tenore spagnolo Xabier Anduaga, con una voce di ottima qualità ma da rifinire tecnicamente: alla fine ha avuto un’ovazione tutta per lui, non troppo diversa da quella con cui il pubblico pesarese ha entusiasticamente salutato il suo beniamino Florez e gli altri protagonisti. E tra i protagonisti vanno inclusi a pieno titolo l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e il Coro del Teatro “Ventidio Basso” di Ascoli Piceno preparato da Giovanni Farina.

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