Quel “Naso” di Kosky che balla il tip-tap 

Dopo Londra anche alla Komische Oper di Berlino si ripete il successo dell’opera di Šostakovič nell’allestimento di Barrie Kosky 

Foto di Iko Freese / drama-berlin.de
Foto di Iko Freese / drama-berlin.de
Recensione
classica
Berlino, Komische Oper
Il Naso (Nos) 
16 Giugno 2018

Un’energia straordinaria e un ritmo da togliere il respiro: è Il naso secondo Barrie Kosky. L’opera di Dmitrij Šostakovič arriva sulla scena a una stagione di distanza dal debutto londinese alla Royal Opera House con un nuovo protagonista e un cast in parte rinnovato. Diversa anche la lingua: l’inglese di David Pountney per la scena di Londra e il tedesco nella versione di Ulrich W. Lenz per Berlino con più di una strizzata d’occhio all’attualità, ma che serve soprattutto l’idea di Kosky di adottare il linguaggio del musical.

Il naso
Foto di Iko Freese / drama-berlin.de

Un musical che conserva e respira il ritmo implacabile della musica di Šostakovič ma che visivamente, nei fantasiosi e coloratissimi costumi di Buki Shiff più che nell’ambiente neutro costruito dallo scenografo Klaus Grünberg, evocano piuttosto la Russia di Gogol’ e le atmosfere yiddish, amatissime dal regista australiano. Il flusso narrativo scelto dal regista non segue coordinate realistiche, che, del resto, farebbero a pugni con l’opera di Šostakovič. Nel suo parossistico antinaturalismo e nelle trascinanti coreografie di Otto Pichler (spassosissimo il tip-tap dei nasi ballerini) si respira piuttosto l’atmosfera surreale dell’incubo, con quel non venire a capo di una situazione inspiegabile – la scomparsa del naso di Kovalyov, che tutti invece esibiscono come adunca protuberanza facciale – e persecutoria, con insistenti tentativi di castrazione (solo timori?) del protagonista. 

Più ancora che in altri spettacoli di Kosky, determinate è sembrato l’ottimo lavoro sugli interpreti, a cominciare dal protagonista Günter Papendell (Platon Kovalyov), che profonde un grande impegno fisico per le due ore senza pausa dello spettacolo con ottimi risultati sul piano attoriale come su quello vocale. Non meno riuscite le caratterizzazioni degli infiniti ruoli della nutrita locandina. Andranno citati almeno Jens Larsen, il barbiere dalle mani che puzzano Ivan Yakovlevic, e la straunata Rosie Aldridge come Praskova Ossipovna, moglie del barbiere ma anche anchorwoman della BBC che si interroga sul mistero di quest’opera in un simpatico cameo alla fine della vicenda. Alexander Kravets non si impicca nella “parte più impiccata che conosca il teatro lirico” (la definizione è di Fedele D’Amico) che è quella del commissario di polizia, e Ivan Turšić è il sottomesso cameriere abusato di Kovalyov con incontinenti smanie artistiche. Infine una parola per il Coro della Komische Oper che dimostra un impegno non inferiore a quello dei solisti e una versatilità piuttosto rara fra i cori dei teatri d’opera. 

Grande prova per il giovane direttore Ainārs Rubiķis, direttore musicale designato della Komische Oper dalla prossima stagione: aderenza totale al verbo di Šostakovič, precisione e controllo sull’Orchestra della Komische Oper davvero in forma smagliante. 

Teatro esaurito. Grande successo.

 

 

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