Netrebko e Tézier per Aida

All'Arena di Verona con lo storico allestimento di Franco Zeffirelli e la bacchetta di Francesco Ommassini

GD

01 settembre 2026 • 4 minuti di lettura

Aida (foto di Ennevi)
Aida (foto di Ennevi)

Arena di Verona

Aida

30/07/2026 - 10/09/2026

Nell'ambito della 102esima edizione dell'Arena Opera Festival, oltre al ritorno dello storico allestimento di Franco Zeffirelli per Turandot, sul grande palcoscenico veronese si è consumato il recupero anche di quello che il regista scomparso nel 2019 ha realizzato per Aida.
Ancora oggi, lo spettacolo fa impallidire il pubblico di appassionati e turistii grazie alla sua natura colossale; in particolare, a stupire non sono soltanto le faraoniche scenografie e i lussuosi costumi di Anna Anni, bensì il fatto che lo stile della messinscena sia guidato da geometrie e simmetrie così precise da rifuggire il massimalismo barocco che si può ammirare, ad esempio, nella versione zeffirelliana dell'ultima opera di Puccini. Pertanto, la regia si integra perfettamente con le mistiche ed eleganti coreografie del corpo di ballo areniano (coordinato da Gaetano Petrosino), immergendo la platea in un Egitto leggendario ma comunque piuttosto tangibile.

Sul fronte vocale, un cast di all stars ha giustificato il sold out della recita del 30 agosto, illuminata soprattutto dalla voce e dal carisma di Anna Netrebko nel ruolo di Aida.
Il soprano russo ha offerto una performance in continuo crescendo e se nei primi due atti ha fatto intravedere qualche incertezza sul livello dell'intonazione (culminata con una piccola "stecca" in corrispondenza dei celebri versi "Numi, pietà del mio soffrir!" – un imprevisto che può capitare anche ai più grandi) e un vibrato non proprio uniforme - viziato dal progressivo e fisiologico scurimento del timbro -, nella seconda parte della recita è stato genuinamente sbalorditiva. Dal punto di vista recitativo, Netrebko continua a imporsi in ogni produzione grazie al suo naturale carisma scenico e, ovviamente, all'eccellente tecnica. L'esecuzione di "O cieli azzurri" è stata da manuale per l'intensità espressiva e il controllo tecnico riposti e, in generale, l'ascesa verso l'acuto era spesso rifinita da "mezzevoci" di sublime impatto emotivo, ben appoggiate sul fiato e sempre al servizio di un approfondito lavoro sul personaggio. L'ottima dizione era poi accompagnata dalla magnifica capacità di Netrebko di proiettare il suono fino alle gradinate più lontane dell'arena, permettendo alla diva di far risuonare tutti gli splendidi armonici del suo timbro ampio e imponente. Inoltre, occorre segnalare e applaudire l'equilibrata gestione del registro medio-basso che, opportunamente ammantato di un legato vellutato, ha consentito a Netrebko di raggiungere grandiosi vertici espressivi durante i duetti con Amneris e Amonasro. Nota a margine per l'incantevole resa di "O terra addio" nel finale dell'opera, in cui la principessa etiope è apparsa in tutta la sua caparbietà.
Insomma, nonostante lo scorrere del tempo, i mutamenti fisiologici della voce e la difficoltà di esibirsi in un luogo comunque impervio dal punto di vista fonatorio come l'Arena, Anna Netrebko conferma nuovamente il suo status di star della lirica mondiale e resta ancora una voce di riferimento per tutti.
Altrettanto positiva è stata la prova di un gigante della voce come Ludovic Tézier, che ha dipinto Amonasro con il limpido e caldo legato che lo contraddistingue e con un'intonazione chiara ed incisiva. Lo stesso si può dire della pugnace Amneris di Clémentine Margaine, che ha spiccato con il colore pastoso e risonante del suo strumento tecnicamente molto disciplinato. Oltre alla magnetica proiezione del suono, Margaine ha convinto anche per intonazione e recitazione, conquistando risultati di notevole intensità drammatica durante il duetto con Aida e in tutto il quarto atto.
Il quartetto di protagonisti si chiude con Yusif Eyvazov, che nelle vesti di Radamès non ha regalato, purtroppo, una performance stratificata quanto quella dei suoi colleghi. Di solito, il tenore azero bilancia i limiti del suo timbro un po' anonimo con un profondo lavorio canoro; tuttavia, stavolta, il cantante si è dimostrato davvero parco di quegli "effetti speciali" (filati, messe di voce, diminuendo) che altre volte gli hanno giustamente garantito il successo. Eyvazov ha prediletto esclusivamente un canto di potenza (comunque ben intonato), puntando sulla durata degli acuti; questa scelta gli ha invero consegnato qualche applauso, ma allo stesso tempo ha evidenziato il dislivello con gli altri membri del cast durante i duetti.
La compagine canora era completata dalla voce robusta e profonda del bravo Gianluca Buratto (Ramfis) e dalla professionalità degli adeguati Mariano Buccino (il Re), Carlo Bosi (un messaggero) e Francesca Maionchi (sacerdotessa).
Il coro areniano, preparato da Roberto Gabbiani, è risultato compatto e intonato, giungendo a soddisfacenti vette interpretative durante le misteriose scene di preghiera.

L'orchestra della Fondazione Arena di Verona ha presentato un gradiente sonoro di notevole morbidezza e candore, eloquente soprattutto nei tanti momenti di intimismo emotivo che caratterizzano il capolavoro verdiano. Sul podio c'era l'apprezzabile Francesco Ommassini, che ha preferito una direzione appunto introspettiva ed elegante, volta a sottolineare lo struggimento pienamente tardo-romantico celato nella partitura, ma senza dimenticare i ritmi tensivi di quest'ultima. L'unica riserva è da limitarsi al finale dei primi due atti, che avrebbero merito probabilmente un po' più di vigore dinamico.

Al termine dello spettacolo, il pubblico ha tributato un vivo successo a tutti gli interpreti, con picchi di entusiasmo per Netrebko, Tézier e Margaine.