Mahler senza tempo alla Biennale Danza

Con Five Days in the Sun, spettacolo inaugurale della Biennale Danza 2026, Emanuel Gat trasforma la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler in un organismo coreografico pulsante, lasciando che sia la musica a dettare il respiro del movimento

SN

18 luglio 2026 • 4 minuti di lettura

Five Days in the Sun (Foto Julia Gat)
Five Days in the Sun (Foto Julia Gat)

Venezia, Teatro Malibran

Biennale Danza 2026

17/07/2026 - 01/08/2026

La Biennale Danza, la sesta firmata da Wayne McGregor, si intitola Time Does Not Exist traendo spunto dalle riflessioni del fisico Carlo Rovelli sulla natura relazionale del tempo. Ad inaugurarla è Five Days in the Sun, ultima creazione di Emanuel Gat, approdata al Teatro Malibran poche settimane dopo la prima mondiale al Festival Montpellier Danse. Una dichiarazione programmatica quella del direttore artistico che trova nello spettacolo la sua traduzione scenica più convincente: non un racconto, non un’allegoria, ma una continua ridefinizione del tempo attraverso il corpo, dove memoria e presente coesistono nello stesso gesto. Da sempre Emanuel Gat costruisce la coreografia come se scrivesse una partitura. In Five Days in the Sun, però, è la partitura stessa a diventare principio generatore della danza. La Quinta Sinfonia di Gustav Mahler non accompagna la danza: la genera. E lo fa nella celebre registrazione dei Wiener Philharmoniker diretti da Leonard Bernstein, ripresa dal vivo nel 1987 e pubblicata un anno dopo da Deutsche Grammophon. Non stupisce la scelta: si tratta di una delle interpretazioni più incandescenti dell'ultimo Mahler bernsteiniano, capace di esasperare ogni contrasto dinamico e ogni frattura emotiva senza mai perdere il controllo della grande architettura.

La Quinta di Mahler costituisce probabilmente il terreno ideale per questo tipo di ricerca. Fra le grandi sinfonie mahleriane, è forse quella in cui il movimento stesso diventa principio compositivo. È proprio qui che il coreografo israeliano trova una materia coreografica di straordinaria fertilità. Più ancora che una narrazione sinfonica, la Quinta è un’immensa architettura di tensioni, nella quale episodi contrastanti si attraggono e si respingono in un continuo processo di trasformazione. La “Trauermarsch” iniziale, le lacerazioni del secondo movimento, la vertiginosa energia dello “Scherzo” e la sospensione dell'“Adagietto” non rappresentano semplici stati d'animo, ma differenti modi di abitare il tempo musicale. È proprio questa mobilità permanente della forma che Gat sembra intercettare, rinunciando a qualsiasi tentazione illustrativa per lasciare che sia la musica stessa a generare il movimento.

Five Days in the Sun (Foto Julia Gat)
Five Days in the Sun (Foto Julia Gat)

Gat sceglie intelligentemente di non illustrare. Non c'è traccia di psicologismo, né di narrazione simbolica. La coreografia si alimenta invece della logica interna della scrittura mahleriana: i contrappunti diventano traiettorie che si incrociano; gli sbalzi ritmici producono improvvise aggregazioni e dispersioni del gruppo; le travolgenti onde dinamiche dell'orchestra trovano corrispondenza nella continua trasformazione dello spazio scenico, continuamente ridisegnato dai corpi e da un disegno luminoso essenziale che, senza mai imporsi come elemento decorativo, accompagna le metamorfosi del movimento. È un’architettura complessa, nella quale ogni gesto sembra nascere da una rete invisibile di relazioni piuttosto che dall'iniziativa del singolo interprete.

A renderla possibile è l'eccezionale compagnia Emanuel Gat Dance: Emma Bogerd, Théo Brassart, Geremia Cappagli, Léa Delaporte, Zohar Kotz, Itai Meir, Giulia Quacqueri, Johanne Skogstad, Katherina Solvang, Noah Tyrell, Anaïs Van Caekenberghe e Winter Wieringa. I dodici interpreti affrontano questa scrittura con una padronanza tecnica sbalorditiva: corpi duttili, di una plasticità quasi liquida, capaci di passare senza soluzione di continuità dall'impulso più esplosivo alla sospensione più rarefatta. Colpisce soprattutto la qualità dell'ascolto reciproco. Ogni danzatore conserva una forte individualità ma, al tempo stesso, assorbe e rilancia l'energia del gruppo, facendo apparire spontanea una costruzione coreografica di estrema complessità.

Ma proprio quando il monumentale “Scherzo” sembra aver raggiunto il suo culmine energetico, Gat sospende il dialogo con Mahler. L'orchestra tace. Sul fondale, immerso in una luce giallastra, rimane soltanto un paesaggio sonoro fatto di voci di ragazzi, richiami di gabbiani, frammenti di una musica remota che affiora e subito si dissolve. È una sospensione inattesa, un'intercapedine temporale che, una volta di più, sembra tradurre scenicamente il motto di questa Biennale Danza, Time Does Not Exist: il tempo della Sinfonia si arresta, quello della scena continua a respirare. La cesura non prepara semplicemente il celebre “Adagietto”; lo rifonda, liberandolo dalla memoria sedimentata di un brano ormai consumato dall'immaginario concertistico e cinematografico (inevitabile il fantasma viscontiano di Morte a Venezia).

Five Days in the Sun (Foto Julia Gat)
Five Days in the Sun (Foto Julia Gat)

Quando finalmente gli archi di Mahler riaffiorano, l'“Adagietto” non è più il quarto movimento della Quinta. Gat lo trasforma, di fatto, nel finale della propria coreografia. Sottratto alla funzione di ponte verso il Rondò-Finale, il celebre movimento acquista un peso drammaturgico completamente diverso: non più una sospensione in attesa della riconciliazione conclusiva, ma un approdo definitivo, una quiete che non promette alcuna risoluzione. Bernstein ne restituisce una lettura che evita ogni sentimentalismo e lascia emergere invece una fragilità luminosa; Gat, dal canto suo, ne dilata il respiro attraverso un movimento ormai purificato da qualsiasi necessità narrativa. Dopo la convulsa vitalità dei primi tre movimenti, la danza sembra diventare essa stessa ascolto.

Rinunciando deliberatamente al “Rondò-Finale” — il movimento nel quale Mahler ricompone dialetticamente tutte le tensioni precedenti — Gat non si limita a interrompere la Quinta: ne riscrive la drammaturgia. Facendo dell'“Adagietto” il punto d'arrivo del proprio percorso, sostituisce alla teleologia della sinfonia una forma aperta, sospesa, perfettamente coerente con il tema di questa Biennale Danza. Non la vittoria finale immaginata da Mahler, ma il permanere di un presente continuamente cangiante, nel quale musica e corpi sembrano esistere soltanto finché qualcuno continua ad ascoltarli.

Al Teatro Malibran un pubblico numeroso accoglie la conclusione dello spettacolo con calorosi applausi, tributando a Emanuel Gat e ai dodici straordinari interpreti della compagnia un successo pieno.