Madama Butterfly nelle moderne periferie

Riproposta al Circo Massimo la bellissima regia di Ollé dell’opera pucciniana

Madama Butterfly (Foto Fabrizio Sansoni)
Madama Butterfly (Foto Fabrizio Sansoni)
Recensione
classica
Roma, Teatro dell’Opera al Circo Massimo
Madama Butterfly
16 Luglio 2021 - 06 Agosto 2021

Questa produzione della Madama Butterfly  era – od era sembrata – perfetta, quando fu rappresentata per la prima volta alle Terme di Caracalla nel 2015: non era una perfezione puramente formale, anzi era uno spettacolo volutamente cattivo e sgradevole, che metteva in evidenza quello che nell’opera c’è ma spesso restava nascosto dietro i kimono di seta e le movenze aggraziate della geisha. La nuda realtà è che Pinkerton ha comprato Cio-Cio-San con i suoi dollari, per un po’ ci si è divertito, poi se ne tornato a casa e infine si rifà vivo insieme alla sua vera moglie americana per riprendersi il figlio nato da quella moglie per gioco: punto e basta. Il resto è solo un contorno, che vellicava il gusto per le giapponeserie propagato dall’arte floreale, buono per le tappezzerie, i vasi, i paraventi e le tazzine da thè delle case borghesi del tempo.

La regia di Àlex  Ollé (Fura dels Baus) elimina le giapponeserie di maniera e va direttamente e spietatamente al significato nudo e crudo della storia, con alcuni piccoli interventi personali che sottolineano e non tradiscono il nucleo drammatico dell’opera. Innanzitutto la vicenda è ambientata ai nostri giorni, come ormai è la regola. E il contrasto tra due civiltà - l’America ricca e materialista e il Giappone allora sottosviluppato secondo i criteri occidentali, nonostante le sue nobili e antiche tradizioni - diventa il contrasto tra due classi sociali. Da una parte Pinkerton, un ricco paperone americano il cui business è la speculazione edilizia, dall’altra il sottoproletariato urbano, di cui fa parte Cio-Cio-San, che vive in una bidonville a ridosso del centro direzionale fitto di grattaceli che Pinkerton sta edificando. Simili stridenti contrasti tra grande ricchezza e grande miseria esistono quasi ovunque, anche nelle nostre città. Questa vicenda potrebbe svolgersi ovunque. 

Di conseguenza Ollé mette la sordina all’esotismo, che - ripetiamolo - è l’aspetto più datato di questa opera, amata in tutto il mondo per ben altre ragioni, cioè per come Puccini indaga i sentimenti non di non una bambolina di porcellana ma di una donna reale, con un misto di amore e spietatezza, insomma con il sadismo che emerge in quasi tutte le sue opere. È inevitabile che con questa trasposizione registica si verifichi qualche divario tra le parole del libretto e quel che si vede sulla scena, ma non è grave, perché Ollé coglie l’essenza profonda di quest’opera, prendendoci alla gola con la storia di una ragazza comprata, sfruttata e abbandonata. È significativo che questa regia venga ora ripresa per la terza volata senza che mai nessuno spettatore abbia dissentito e contestato, anzi è stato sempre applaudita con grande calore. 

Per adattare al Circo Massimo uno spettacolo nato per le Terme di Caracalla, Ollé e i suoi collaboratori Alfons Flores (scene), Marco Filibeck (luci) e Franc Aleu (video) hanno dovuto modificare un po’ l’allestimento del 2015. Per esempio, poiché il palcoscenico è molto meno profondo, il fondale questa volta è costituito da uno schermo su cui venivano proiettati prima un tramonto rosso e poi una notte con una luna di qualche metro di diametro, alquanto oleografici. C’erano tante altre piccole modifiche, che alteravano un po’ il meccanismo drammaturgico perfetto del 2015. Ma forse quest’impressione nasceva in realtà dal fatto che allora la protagonista Asmik Grigorian - ancora semisconosciuta ma diventata in pochi anni una protagonista delle scene operistiche internazionali - rendeva con un’immedesimazione totale e con una forza espressiva impareggiabile la ragazza comune trovatasi ad essere suo malgrado protagonista di questa vicenda atroce.

Tuttavia Corinne Winters, la protagonista di questa ripresa, non demerita affatto. Nella prima parte la voce è limpida ma fredda. “Un bel dì vedremo” non è freddo ma freddissimo. Da lì in poi c’è la svolta: Cio-Cio-San getta le vesti giapponesi e si mostra con i suoi pantaloncini inguinali, la sua canottiera e i suoi tatuaggi, simile a tante ragazze di qualsiasi periferia urbana, e la Winters rende molto bene l’animo di questa ragazza esacerbata, indurita e anche incattivita (non si limita a minacciare Suzuki e Goro ma passa anche a vie di fatto) dalla sorte che le è toccata. E nella scena del suicidio è molto commovente proprio perché non cerca la facile lacrimuccia.

Saimir Pirgu all’inizio è irritante: apre i suoni, tenoreggia alquanto, vuol far sentire quant’è bella la sua voce, ma poi ci si rende conto che lo fa per far capire chi sia Pinkerton, uno sbruffone pieno di sé. Infatti andando avanti il suo canto diventa più morbido, per esprimere se non l’amore almeno l’attrazione sessuale che prova per la giapponesina. Più anziano, più saggio, più consapevole, più compassionevole è lo Sharpless del giovane Andrzej Filonczyk: ottimo. Bene, nei ruoli minori, Adriana Di Paola (Suzuki), Luciano Leoni (lo zio Bonzo), Raffaele Fico (Yamadori) e Arturo Espinosa (commissario imperiale).

Fa valere la sua esperienza nel repertorio italiano Donato Renzetti, che conosce bene questa partitura e mette in risalto i mille dettagli della raffinata scrittura orchestrale di Puccini. Il problema è che la sua lettura molto tradizionale viaggia su binari diversi dall’impostazione registica di Ollé, evidenziando proprio quelle giapponeserie e quei dettagli (il cinguettio del pettirosso) che oggi appaiono - chiedo scusa ai pucciniani senza se e senza ma - datati e superflui. Non gli si può rimproverare nulla, perché esegue quel che Puccini ha scritto, però sarebbe bene che direttore e regista andassero all’unisono e quindi avrebbe potuto, muovendosi all’interno dei margini di discrezionalità concessi agli interpreti, supportare la regia con una direzione d’orchestra più asciutta, aspra, graffiante, intensa.

 

 

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