Liegi: La Forza del Destino commuove ancora

Ottima la prova di Maria Josè Siri

La forza del destino
La forza del destino
Recensione
classica
Opéra Royal del Wallonie, Liegi
La forza del destino
16 Settembre 2021 - 01 Ottobre 2021

A Liegi, per l’apertura della nuova stagione 2021/22, il prematuramente scomparso Stefano Mazzonis di Pralafera sembrava essere ancora là, ed in effetti questo nuovo allestimento della Forza del Destino nasce da una sua idea e rispecchia in pieno quella che era la sua filosofia di direttore di teatro d’opera e di regista: belle voci e messa in scena nel solco della tradizione. L’eredità è stata raccolta in questo caso da Gianni Santucci, assistente di Mazzonis in molte produzioni, che riprenderà a Liegi il prossimo novembre anche proprio l’allestimento di Mazzonis di Lucia di Lammermoor del 2015 con glassarmonica che ebbe tanto successo. 

In questa Forza del destino la storia è stata avvicinata a noi, dal Settecento all’inizio del Novecento con nello sfondo la prima guerra mondiale. Lo spostamento temporale funziona ma le scene di Gary Mc Cann sono, come al solito, maestose (bello il monastero, suggestivo lo sfondo del cielo)  ma un po’ troppo vecchio stile e scure, l’intenzione di ammodernamento dell’opera ne risente; così come i costumi di Fernand Ruiz che, come al solito, sono di evidente pregevole fattura ma, in questo caso, non dicono niente di nuovo.  Il successo registrato a Liegi di questa Forza sta dunque invece nei protagonisti. Davvero ottima Maria José Siri nella parte di Leonora di Vargas, il soprano uruguaiano incanta sin dalla sua romanza “Me pellegrina ed orfana” all’inizio del primo atto, voce già calda sfoggia tecnica e sentitissima interpretazione: è innamorata, è tormentata, è straziata, è disperata, e il pubblico con lei, ed è il primo di una nutrita serie di applausi a scena aperta. Molto toccante anche, in particolare, la sua “La vergine degli Angeli” e “Pace, pace, mio Dio” , e splendidamente ben tenuti i suoi pianissimo. Per vestire i panni di Don Alvaro è stato chiamato il tenore Marcelo Alvarez, inizialmente un po’ rigido, potente ma grezzo, la parte ancora un po’ da raffinare per valorizzare al meglio le sue indubbie qualità vocali. Ottimo anche il Don Carlo di Vargas del baritono veronese Simone Piazzola, non a caso a debuttare in questo ruolo è stato chiamato nel 2014  a Valencia da Zubin Mehta, dovrebbe solo cercare di sembrare a tratti un po’ più cattivo, come esige il personaggio animato da implacabile senso dell’onore e dovere di vendetta. Il basso Michele Pertusi è perfetto invece come Padre Guardiano, vocalmente e per la presenza autorevole, mentre il buffo Fra Melitone di Enrico Marabelli manca di spessore. Ci si aspettava di più anche dal mezzo Nino Surguladze, la sua Preziosilla è corretta ma non cattura per seduzione e non trascina nemmeno il suo Rataplan, Rataplan con il coro, quest’ultimo davvero in gran forma, preciso e coinvolgente, sotto la direzione di Denis Segond. Sul podio il maestro Renato Palumbo, che ha sostituto il previsto Paolo Arrivabeni, da una lettura della partitura un po’ in bianco e nero, valorizzando gli strumenti solisti ma sottolineando anche un po’ troppo qualche volta le percussioni. Santucci, infine, che è anche coreografo firma pure i balletti, belli i passi ma a volte privi di senso e invadenti in un a scena già appesantita da tutta una seria di movimenti macchiettistici o finto realistici vecchia scuola

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Un recital in solo di Ciro Longobardi per Aperto Festival percorre l'opera pianistica di Olivier Messiaen

classica

Rivelatrice la direzione di Daniele Gatti

classica

Napoli: successo in Bohème