La Violetta pop di Alessandro Baricco
Il debutto nazionale dello spettacolo Una Traviata da cortile, appuntamento speciale del Teatro Regio di Parma
30 maggio 2026 • 5 minuti di lettura
Colorno (Parma), Antica Grancia Benettina
Una Traviata da cortile
27/05/2026 - 28/05/2026Con Una Traviata da cortile, appuntamento speciale della Stagione d’Opera del Teatro Regio di Parma andato in scena il 27 e 28 maggio all’Antica Grancia Benedettina di Colorno, Alessandro Baricco propone una libera rilettura de La traviata di Verdi che sposta lo spazio rappresentativo dal chiuso del teatro all’aperto dell’aia di un’antica azienda agricola di origine monastica, sostituendo la quarta parete con una dimensione en plein air immersiva e partecipata.
L’idea, dichiarata fin dal progetto nato dell’esperienza maturata in occasione della messa in scena alla scuola Holden di Torino nello scorso anno, è quella di immaginare il capolavoro verdiano come una festa popolare, sottratta alla frontalità della sala e ricollocata in uno spazio aperto, dove la separazione tra interpreti e spettatori viene ridotta fino quasi a scomparire. Una lettura che ha restituito, almeno nella serata di debutto alla quale abbiamo preso parte, uno spettacolo che si propone come una sorta di ibrido tra teatro di narrazione, happening all’aperto e rito collettivo, realizzato grazie a una produzione firmata – oltre che dallo stesso Baricco – da Domenico Procacci e IMARTS - International Music&Arts, con direzione creativa e casting di Gloria Campaner (peccato per l’assenza di foto ufficiali della produzione al momento della pubblicazione di questa recensione…).
Una trasformazione dell’opera originaria che non ne ha rappresentato una reinterpretazione, bensì una vera e propria reinvenzione, smontando la struttura drammaturgica del libretto di Francesco Maria Piave per rimontarla in forma diversa, ricreando una narrazione disegnata dalle parole dello stesso Baricco, disseminate in interventi di sutura tra i pezzi musicali, capaci di rievocare la figura originaria che ha ispirato il personaggio di Violetta, quella Dame aux camélias che Alexandre Dumas figlio ha trasformato in pièce teatrale a partire da un suo precedente omonimo romanzo.
«La più ambita tra le puttane», ci racconta Baricco, rievocandone la vicenda sulla base di alcuni momenti salienti della sua parabola, come annota l’autore nelle sue note al programma: «Abbiamo scelto quattro momenti cruciali nella vita di Violetta raccontata da Piave. Non le arie più famose, ma quattro passaggi chiave: quando lei si innamora di Alfredo; il suo duetto con Germont; l’umiliazione durante la festa e infine la sua morte. Sono quattro quadri, la luce è naturale. Tra il terzo momento e l’ultimo però c’è un lungo intervallo. Per far morire Violetta aspettiamo il buio, per una forma di rispetto. Dunque c’è questa attesa prolungata, durante la quale al pubblico viene dato cibo e da bere».
E in effetti, durante quel lungo intervallo, abbiamo pasteggiato e brindato, attendendo il fatale epilogo tra giri di valzer che profumavano di sagra paesana, l’immancabile e inclusivo “Libiamo ne’ lieti calici” e altre misture musicali che miscelavano la musica di Verdi con rimandi ad altre opere – come la Carmen di Bizet, che ha aperto la serata accompagnando l’ingresso degli strumentisti – o diversi periodi e stilemi musicali come, per esempio, Porgy and Bess di George Gershwin rievocato attraverso una fugace citazione di “Summertime”.
Un impianto musicale che la direzione di Enrico Melozzi ha governato con gusto dinamico e sostanzialmente funzionale, guidando una compagine per sua natura eterogenea qual è la Duphol Big Band Orchestra, costruita per questa produzione con archi, banda, fisarmonica, mandolino, contrabbasso, oltre al Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani e mescolato al resto del pubblico. Un organico strumentale la cui disposizione – archi da una parte e fiati dalla parte opposta – disegnava lo spazio rappresentativo entro il quale si muovevano i tre personaggi principali, vale a dire la Violetta di Floriana Cicìo, l’Alfredo di Matteo Roma e il Germont padre di Franco Vassallo, tutti e tre protagonisti di un’interpretazione solida ed efficace, in linea con gli inserti narrativi agiti dallo stesso Baricco.
Un racconto che l’autore ha tratteggiato attraverso il suo stile riconoscibile, innervato di prospettive oblique – “il più bel duetto dell’opera è quello tra Violetta e Germont padre…” – rimandi a una dimensione “altra” e storicizzata dell’opera – l’ascolto di “Amami, Alfredo…” non dal vivo ma attraverso una registrazione d’epoca – e di commenti ricorsivi – “Perché l’amore, ragazzi… bah!”, “Non so se voi l’avete un amore così…” – e nutrito da quell’ispirata indole divulgativa che Baricco ha coltivato fin dai tempi Totem, spettacolo ideato con Gabriele Vacis del quale ricordiamo una memorabile puntata dedicata a Rossini.
Che la musica sia una delle passioni dello scrittore torinese è cosa nota e lo si può evincere anche dalle numerose pubblicazioni a essa riservate – da Il genio in fuga, primo saggio dedicato appunto a Rossini, alla recente Breve storia eretica della Musica Classica – ma anche da spettacoli come questa Traviata da cortile, dove il pubblico si ritrova in piedi – e, in verità, un poco ammassato – al fianco dei protagonisti (una soluzione che, pur nelle palesi differenze di fondo, qui a Parma aveva adottato già Graham Vick per il suo Stiffelio semovente al Teatro Farnese) a reinventare assieme allo stesso Baricco la storia di una Violetta che, alla fine, rinuncia all’amore di Alfredo per assicurarsi l’affetto di Germont, un padre che correrà ad abbracciarla “qual figlia” un’ultima volta sul letto di morte, riscattando idealmente il padre vero, quell’uomo che l’ha venduta appena adolescente al vicino di casa, avviando così la sua carriera di prostituta d’alto bordo.
Una storia struggente, che Baricco ha saputo raccontare con ispirato mestiere e sapiente leggerezza, rileggendo la musica di Verdi così come facevano già dalla seconda metà dell’Ottocento orchestre di musica da ballo come il Concerto Cantoni – giusto per citare un esempio della provincia parmense – accogliendo a una festa di paese oltre cinquecento persone che alla fine hanno salutato con calorosi applausi tutti gli artisti coinvolti, chiudendo la serata con altri balli e brindisi.