La Russia di Andris Poga
A Bologna un riuscito concerto su pagine di Rachmaninov e Shostakovich
11 aprile 2026 • 3 minuti di lettura
Bologna, Auditorium Manzoni
Andris Poga, Andrei Korobeinikov e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
09/04/2026 - 09/04/2026Nell’ambito della stagione sinfonica del Teatro Comunale di Bologna è stato proposto un concerto che ha fatto specchiare Rachmaninov e Shostakovich: entrambi russi, entrambi in lotta con un esterno che logora l’interno. Il primo costretto ad affrontare la propria fragile interiorità in seguito alla violenta depressione provocata dalle critiche rivoltegli all’indomani del debutto della Prima Sinfonia, il secondo bloccato tra le maglie inquietanti della subdola censura staliniana, in grado di irretire facilmente la circolazione delle opere dell’autore e di fiaccarlo pesantemente nell’animo.
La serata si è aperta sulle strabordanti pagine tardo-romantiche del Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Rachmaninov, eseguito da Andrei Korobeinikov con una solida espressività e un’opportuna capacità virtuosistica (i due poli che cingono il concerto). Fin dai primi accordi, elargiti con un drammatico crescendo emotivo, l’interprete russo ha chiarito la natura manifestamente edotta del proprio pianismo; nel secondo e famosissimo movimento (merito del film Breve incontro di David Lean e della canzone All by Myself di Eric Carmen), invece, si è apprezzata la robustezza del suono e l’ottimo bilanciamento delle dinamiche, elemento chiave per domare il travolgente flusso emotivo che caratterizza questa pietra miliare e per imbrigliarlo nell’arco di poche note. Nell’Allegro finale, Korobeinikov ha esposto, infine, un virtuosismo limpido ed educatamente esplosivo, poi riproposto nei due bis sempre a tema “Rach” (in particolare i preludi n. 5 op. 23 e n. 12 op. 32). In generale, una buona esecuzione, dovuta anche al notevole stato di forma dell’orchestra felsinea, che ha saputo rispondere con carattere e smalto tecnico (soprattutto nell’intonazione degli archi e dei fiati) alle sollecitazioni del bravissimo Andris Poga. Il direttore lettone ha messo giustamente in risalto l’abbacinante bellezza del sublime e struggente accompagnamento orchestrale ideato dal compositore russo, offrendo un suono caldo, avvolgente, omogeneo e sempre controllato nella sua dolcezza.
Dopo l’intervallo, è andata in scena la lunga e complessa Sinfonia n. 4 in Do minore scritta da Shostakovich tra il 1934 e il 1936, ma presto ritarata dalla programmazione a causa dei timori dell’autore in seguito alla stroncatura da parte della “Pravda” di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk. Eseguita per la prima volta solo nel 1961, l’opera si attesta nel suo statuto di avanguardistico capolavoro sinfonico, capace con le sue ironiche dissonanze e la sua bellissima “sgradevolezza” rumoristica di rivelare brillantemente i prodromi di uno stile personalissimo che Shostakovich consoliderà negli anni successivi. Il bravissimo Poga è riuscito pienamente a catturare e a restituire questi aspetti, navigando con autorevolezza una partitura tanto composita e guidando con rigore un organico di ampie dimensioni (il più grande mai proposto dal compositore russo). L’Allegretto iniziale è apparso in tutte le sue ossessioni ritmiche e coloristiche, approfondite con dovizia espressiva da una compagine davvero ispirata e da una concertazione curatissima. Costellato di punti e virgola umorali, il primo movimento è risultato adeguatamente cangiante: a tratti spasmodicamente psicotico e a volte più inquietantemente remissivo, comunque sempre sull’orlo di un precipizio di semiseria follia. La violenta e lacerante polifonia del primo tempo è stata seguita dal suadente stridore degli archi e dalle elucubrazioni di ispirazione mahleriana del movimento centrale. Ondulazioni melodiche dal vago sapore pastorale, qui inteso nella sua versione grottesca e deformata, hanno condotto l’uditorio negli antri cavernosi del pensiero di Shostakovich, accartocciato su stesso in corrispondenza di ogni audace sviluppo musicale e timbrico, come si ode nello scherzoso impiego di percussioni legnose al termine. La smisurata e colossale sezione finale ha consentito a Poga di esibire le sue doti di concertatore e allo stesso tempo di evidenziare l’elevata capacità tecnica dell’ensemble bolognese, il quale ultimamente sta dimostrando una continuità di risultati ragguardevole. La conclusione della sinfonia si bipartisce in una corposa e insinuante marcia funebre (qui risolta con matura espressività) e un ampio Allegro scandito da diversi episodi. In parte sgangherato, a tratti serenamente lirico, all’improvviso pervaso da una musicalità giocosità (ammirevole la prova dei legni e degli ottoni in dialogo con gli archi) e poi avvinto dalla grandiosità bruckneriana e dalla modernità mahleriana di un titanico corale, il monumento sinfonico di Shostakovich termina nel silenzio plateale di uno scuro “morendo” catartico e interrogativo, in verità immortale.
Alla fine di un concerto molto bello, il pubblico bolognese ha tributato meritatissimi applausi a Poga e a tutte le sezioni orchestrali.