La "normalità" di Pagliacci

Al Teatro Regio di Parma, un’affascinante riproposta  semplicemente ‘come va fatta’. Professionalità d’altri tempi in sinergia su tre generazioni di artisti: Zeffirelli, Kunde e Battistoni.

Pagliacci (Foto Ricci)
Pagliacci (Foto Ricci)
Recensione
classica
Teatro Regio, Parma
Pagliacci
05 Maggio 2023 - 14 Maggio 2023

Quante volte usciamo da teatro insoddisfatti? Sempre più spesso. Se penso alle esperienze degli ultimi anni, sono tre gli elementi di maggiore criticità:

1) il supplizio che ci infliggono registi capaci soltanto di soffocare la drammaturgia di un testo sovrapponendovi un’idea ad esso estranea, perlopiù bislacca, che funziona magari nelle scene iniziali, ma che alla lunga si dimostra inefficace se non controproducente;

2) l’ansia cui ci sottopongono tenori sempre più insicuri, forzati, calanti, incapaci di farti godere un acuto pieno e morbido in tutta serenità;

3) la sciatteria di direttori d’orchestra che si limitano a battere il tempo, a tirar via su ogni potenziale finezza e a tagliuzzare la partitura con mille scuse insostenibili.

Il senso di appagamento regalatoci dai Pagliacci di Leoncavallo in scena al Teatro Regio di Parma derivava proprio dall’assenza congiunta delle suddette tare performative, con esiti cui non siamo ormai più avvezzi. Nulla di straordinario, si badi, ma tutto ricondotto alla pura e semplice normalità: e in ciò stava appunto l’eccezionalità dell’evento.

L’allestimento era quello – ormai un classico – creato nel 1992 da Franco Zeffirelli per il Teatro dell’Opera di Roma e visto ormai in molte città: coloratissimo nei costumi di Raimonda Gaetani e d’indubbio impatto teatrale nei tanti elementi scenici, dopo oltre 30 anni funziona ancor bene, soltanto decurtato qui, per ragioni di spazio, di qualche somarello e alcuni figuranti, che rimangono comunque tantissimi e dinamicissimi, sotto la guida di Stefano Trespidi, il quale riprende affettuosamente lo spettacolo nel centenario della nascita del suo creatore, coordinando senza incertezze le oltre 150 persone presenti in scena.

È una lettura in cui Zeffirelli si avvale dell’aggiornamento temporale ben prima che ciò diventasse una moda, indirizzandolo qui verso il secondo Novecento di un’Italia in cui il miracolo economico non era sceso sotto la capitale (in precedenti occasioni, Zeffirelli stesso aveva ambientato la vicenda nell’Italia fascista o in quella umbertina). Ma in che anno siamo, ora? Quando la decoratività fa i conti con l’iperrealismo, i dettagli diventano importanti, specialmente se ci si rivolge, come in questo caso, a un pubblico che quegli anni recentissimi li ha perlopiù vissuti di persona. Uno spaccato urbano degli anni ’60, suggeriscono le note di accompagnamento allo spettacolo; ma dalle finestre spalancate del condominio sullo sfondo brillano i tanti televisori accesi nei singoli tinelli (assenti peraltro nella ripresa veronese di sei anni fa): schermi piatti degli ultimi lustri, sui quali però vecchie immagini RAI ‘in bianco e nero’ si mescolano ad altre ‘a colori’ facilmente decifrabili e riferibili invece agli anni ’70-’80, così come un manifesto cinematografico affisso al muro esattamente databile, mentre la divisa estiva azzurra dei Carabinieri che sorvegliano la piazza rimanda storicamente a non prima degli anni ’90. Un iperrealismo, dunque, che pecca paradossalmente d’irrealtà...

A parte questi dettagli scenografici (la cui ripresa è stata curata da Carlo Centolavigna), quale incondizionato piacere dà comunque il tornare a vedere una regia che si lascia interamente dettare dalle parole e dalla musica, invece di andarvi ripetutamente contro! Una regia in cui non manca nulla, in cui c’è obiettivamente tanto in scena, talvolta forse fin troppo – data la ristrettezza del palcoscenico parmigiano – ma niente d’inopportuno. Una regia in cui non v’è cosa da spiegare, perché è fatta essa stessa per spiegare la drammaturgia dell’opera inscenata. Fin la passerella degli applausi finali, troppo spesso lasciati all’improvvisazione, diventava parte dello spettacolo. E quale sollievo nel vedere il sacrosanto rispetto dell’originaria suddivisione in atti, con un salutare intervallo a metà via, quando si tende invece a gravare oggi lo spettatore con campate di 90 minuti e oltre di spettacolo, accorpando gli atti di ogni opera senza criterio.

Nel cast vocale primeggiava il tenore Gregory Kunde, oggetto di numerosi pellegrinaggi verso Parma, in questi giorni: mai una nota fuori posto, mai un acuto preso con fatica e privo di squillo, o inibito dalla preoccupazione di chiuderlo in fretta per la fatica a sostenerlo, come ci capita di sentire quotidianamente dai suoi colleghi con metà o un terzo degli anni... Sì, perché – molti in sala non devono essersene neppure accorti – Kunde è ormai è entrato nel suo settantesimo anno di vita, ovvero nella terza fase di una carriera che ha percorso l’intera fenomenologia della voce tenorile. Inutile tesserne un peana ogni volta. In questo caso andrà però sottolineata almeno la particolare pertinenza anagrafica al personaggio: non il solito improbabile giovane eroe che Kunde si trova quasi sempre ad affrontare in scena, ma un uomo di mezza età per il quale non deve fingere quella baldanza in cui risulta ormai poco credibile. Insomma, un’identificazione perfetta col personaggio e con la parte vocale, che alla prima recita ha sollevato il trionfo fino all’inevitabile concessione di bis per l’aria celeberrima del «Ridi, pagliaccio».

Di buona professionalità il resto del cast vocale: il soprano Valeria Sepe in crescita nel corso dello spettacolo, dopo l’aria iniziale affrontata con voce un po’ secca e poco confidente nei confronti delle note gravi; il baritono Vladimir Stoyanov al debutto nel ruolo di Tonio, molto istrionico, anch’egli progressivamente a suo agio dopo il Prologo; l’altro baritono Alessandro Luongo, giusto e sicuro come Silvio; il tenore Matteo Mezzaro, spassoso e vivacissimo nei panni di Arlecchino.

Spettacoli simili vengono solitamente oggi affidati ai concertatori ‘prenditutto’, quelli che ti dirigono il Barbiere con lo stesso piglio di Turandot, buoni per l’intero repertorio ma incapaci di dire una sola parola di originalità. Che piacere, dunque, sentire invece già il preludio strumentale al Prologo – vale a dire la pagina tradizionalmente più bistrattata dell’intera partitura, quasi sempre tirata via con rozza precipitazione – riconquistare tutta la sua dignità, cesellata in ognuno dei motivi che lo compongono, con diminuendi e rallentandi raffinatissimi: un meraviglioso biglietto da visita per la concertazione che Andrea Battistoni ci avrebbe regalato lungo l’intera serata, ben assecondato dall’Orchestra dell’Emilia Romagna ‘Arturo Toscanini’ e dal Coro del Teatro Regio di Parma istruito con la solita efficacia da Martino Faggiani.

Nulla di eccezionale, insomma, se non il trionfo di quella sana ‘normalità’ plain & easy sempre desiderabile in generi di spettacolo che – come l’opera italiana dell’Ottocento – guadagnano più dall’alta artigianalità che non dallo sterile intellettualismo.

 

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