La sospesa malìa di Pelléas et Mélisande

L’opera di Debussy, tornata al Regio di Parma a 54 anni dalla sua ultima rappresentazione nella città emiliana, verrà trasmessa il 22 aprile su Rai5 e su Raiplay

Pelléas et Mélisande (Foto Roberto Ricci)
Pelléas et Mélisande (Foto Roberto Ricci)
Recensione
classica
Teatro Regio, Parma
Pelléas et Mélisande
28 Aprile 2021

Il debutto di questa nuova produzione di Pelléas et Mélisande, andata in scena e registrata domenica scorsa 28 marzo al Teatro Regio di Parma – verrà trasmessa il prossimo 22 aprile (ore 21.15) su Rai5 e su Raiplay – è stato il frutto sofferto di una doppia attesa.

Inizialmente previsto per il marzo dello scorso anno nell’ambito delle iniziative speciali per Parma Capitale italiana della Cultura 2020, poi bloccato per l’emergenza pandemica quanto tutto era ormai pronto per l’esordio, questo nuovo allestimento realizzato in coproduzione con Fondazione Teatri di Piacenza e Fondazione Teatro Comunale di Modena avrebbe riportato l’opera di Debussy a Parma dopo più di cinquant’anni di assenza. A questa prima attesa si è quindi aggiunta la seconda, sciolta dopo un altro anno di pausa forzata nel presente debutto che ha consentito finalmente a questo Pelléas et Mélisande di prendere forma compiuta sul palcoscenico del teatro parmigiano, di fronte alle telecamere della Rai e ad una manciata di addetti ai lavori sparpagliati tra i palchi nel rispetto delle ormai consuete norme sanitarie.

Un’opportunità preziosa, che ci ha dato modo di assistere a quest’opera nella naturale dimensione per la quale è stata pensata, vale a dire dal vivo in teatro, ma che non mancherà di esercitare un certo fascino anche nella sua dimensione audiovisiva, a giudicare dal risultato che si è dispiegato nelle poco più di tre ore di durata dell’opera.

La lettura offerta dal sodalizio creativo franco-canadese Barbe & Doucet – che ha curato regia, scene e costumi – e valorizzata dalle luci di Guy Simard, ha immerso il capolavoro che Debussy ha tratto dal dramma di Maeterlinck in una dimensione sospesa, dove lo spazio nel quale si muovono i personaggi appare come un ideale limbo tra vita e morte, tra superficie e sottosuolo. Il tutto tratteggiato non attraverso atmosfere nette e contrapposte, bensì grazie a una sorta di fusione, dove la luce coabita con il buio e viceversa. Una dimensione concretizzata nella compenetrazione di terra e acqua, elementi che dialogano attraverso le lunghe radici che ora confluiscono in un albero solitario dalla chioma lattea, ora divengono i lunghi capelli – simbolicamente connotati – di Mélisande, ora ancora penzolano dall’alto di zolle sospese, su una delle quali trova spazio anche il castello dell’immaginario regno d’Allemonde e che paiono richiamare in qualche modo – oltre all’Isola dei morti di Arnold Böcklin, fonte peraltro dichiarata dei metteur en scène – quelle “floating island” che abbiamo imparato a vedere a partire da certo surrealismo fino alle più recenti declinazioni “fantasy”.

Un mondo nel quale tutti i suoi abitanti sembrano vagare anch’essi sospesi, alla ricerca di una redenzione che non arriverà mai, posti di fronte a scelte che solo apparentemente possono cambiare un destino che si rivela comunque segnato, ineluttabile. Così la Mélisande di Monica Bacelli, vocalmente coerente con un personaggio che pare immerso in un mondo estraneo e tutto suo, incontra il futuro marito Golaud, qui incarnato con efficace densità espressiva da Michael Bachtadze, nel momento in cui sta fuggendo da una vita precedente, cadendo così – come la sua corona nell’acqua – in una nuova dimensione che comunque finirà per non appartenerle, se non per l’incontro con Pelléas. E sarà proprio quest’ultimo personaggio, restituito con intensa valenza drammatica da Phillip Addis, il motore verrebbe da dire inconsapevole di un di un dramma che pare comunque già destinato, inevitabilmente, a compiersi.

In questo quadro a nulla valgono la saggezza un poco decadente e ottusa del vecchio Arkël, inutile sovrano di un paese che non c’è e qui interpretato con solida autorevolezza da Vincent Le Texier, la misurata e sterile tenerezza di Geneviève, anziana madre di Golaud e Pelléas tratteggiata con giusta misura da Enkelejda Shkoza, o ancora la straniante spensieratezza infantile quasi fredda e distaccata di Yniold, figlio di primo letto di Golaud qui incarnato con bell’impegno da Silvia Frigato. Tutti attori di un fato immanente, accompagnati nel loro viaggio vago e incerto da una figura che rimane silente quasi fino alla fine del loro percorso, l’unico personaggio con i capelli scuri e quindi non appartenente al loro mondo, qui ben interpretato da Andrea Pellegrini nei panni prima del pastore e poi del medico presente al capezzale di Mélisande.

A fare da contrappunto – o da contrappasso – a questo mondo sospeso la coinvolgente dimensione musicale cesellata da Marco Angius, capace di indirizzare una reattiva ed efficiente Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini distribuita in una platea priva di poltrone – e completata dal Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani – sui sentieri di una lettura affilata, asciutta e pregnante al tempo stesso, efficace nel restituire i fascinosi piani espressivi della partitura di Debussy. Una sensibilità, quella espressa dal direttore, che pare di ascendenza bouleziana, quindi libera da molli sinuosità timbriche proprie di certe tentazioni interpretative di segno differente. Un carattere che riporta alla mente le parole di Luciano Berio che richiamano elementi «non riflessi nell’acqua di un impressionismo equivoco, ma con lineamenti ben precisi e rigorosi».

Un’alchimia, quella scaturita dal “mondo di mezzo” abitato da fantasmi che vagano alla ricerca di un destino già segnato da un lato e la limpida pregnanza della materia sonora dall’altro, che rappresenta la speciale malìa di questo Pelléas et Mélisande, una fascinazione che meriterà, speriamo in un futuro prossimo, tutti gli applausi di un pubblico oggi per forza di cose ancora assente.

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