La musica della corte di Versailles
Un’affascinante immersione nella musica di Lullly, Charpentier, Marais e Rameau con l’esperta guida di Emmanuel Resche-Caserta
11 marzo 2026 • 5 minuti di lettura
Teatro dell'Opera di Roma
Orchestra nazionale barocca dei Conservatori
05/03/2026 - 05/03/2026Nel 2016 un progetto didattico finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha istituito tre orchestre - una sinfonica, una barocca e una jazz - composte da studenti dei Conservatori italiani selezionati tramite audizioni e concorsi. L’intento era ed è promuovere il sistema della formazione musicale e far crescere il suo patrimonio artistico e umano, ovvero gli studenti, dando loro l'occasione di approfondire la propria formazione e avviandoli alla professione. Ognuna di queste tre orchestra ha sede in un Conservatorio - quella sinfonica a Latina, quella barocca a Palermo, quella jazz a Milano - dove i suoi membri si riuniscono per seguire i corsi e preparare i concerti, che vengono portati in tournée sia in Italia sia in paesi molto lontani, come il Giappone.
In questi giorni i sta compiendo una breve tournée italiana, che à iniziata dal Teatro Massimo di Palermo e ha toccato poi il Teatro dell’Opera di Roma, dove l’abbiamo ascoltata. Il titolo del concerto “Alla Corte dei re di Francia: musiche per Versailles” non lasciava dubbi: erano in programma musiche francesi dell’ultimo quarto del diciassettesimo secolo e della prima metà del diciottesimo, che corrispondono al regno di Luigi XIV, agli otto anni della reggenza di Filippo d’Orléans e al regno di Luigi XV. Fu un periodo di splendore della musica francese, che vide fiorire una serie di grandi compositori, come Jean-Baptiste Lully, Marc-Antoine Charpentier, Marin Marais e Jean Philippe Rameau, che ancora oggi sono poco noti e pochissimo eseguiti in Italia.
Il programma di questo concerto era evidentemente l’esito di un periodo di studio dedicato alla musica francese, che è stato senza dubbio utile - anzi indispensabile - agli studenti dei conservatori italiani per potersi accostare in modo consapevole ad una musica molto diversa da quella italiana dello stesso periodo. È una musica che non pretende l’estro e il virtuosismo della musica barocca italiana - anzi, si potrebbe dire che li disdegna - ma è molto rigorosa per quel che riguarda lo stile ed esige dagli esecutori la conoscenza e un l’assoluto rispetto dei ritmi, maniere, regole e formule musicali che le sono propri. Ma vi si trovano anche cospicue dosi di esprit e charme francesi, che vanno riconosciuti e valorizzati.
Ad iniziare allo stile francese i giovani musicisti di quest’orchestra è stato chiamato un grande esperto, il trentottenne violinista italo-francese Emmanuel Resche-Caserta, che ha studiato nei più prestigiosi istituti musicali, come il Conservatoire National Supérieur di Parigi, la Juilliard Scholl di New York e lo stesso Conservatorio “Alessandro Scarlatti” di Palermo, dove il suo maestro è stato un grande del violino barocco qual è Enrico Onofri. Ora Resche-Caserta è il primo violino e l’assistente del direttore musicale di quello che è probabilmente il più autorevole ensemble musicale specializzato nella musica barocca francese, ovvero Les Arts Florissants. Dunque la sua presenza era una garanzia. E in effetti sotto la sua direzione l’orchestra (piuttosto nutrita: venti strumenti ad arco, più una coppia di flauti traversieri, una di oboi e una di fagotti, un cembalista, un timpanista e un percussionista) ha offerto un’ottima prova, sebbene si avvertisse qua e là che si muoveva in un terreno che ancora non le è del tutto familiare.
Per rompere il ghiaccio si è iniziato con due pezzi di grande impatto, prima la “Marche di Triomphe” composta da Marc-Antoine Charpentier per il Re Sole e poi il Prélude del “Te Deum” dello stesso Charpentier, che tutti abbiamo ascoltato innumerevoli volte come sigla dell’Eurovisione: lì per lì si restava delusi ad ascoltarlo ora nella versione originale, meno spettacolare di quella televisiva, ma poi se ne apprezzava l’unione di maestosità ed eleganza. Si cambiava nettamente registro con il pezzo successivo, l’ “Air de la folie” dalla comédie-ballet “Platée” di Rameau. Nelle opere barocche italiane l’aria di pazzia è un topos in cui immancabilmente il soprano si lancia in salti vertiginosi dal grave all’acuto, in capriole rocambolesche, in scale a perdifiato e in altre “folli” esibizioni virtuosistiche, come a dimostrare che è veramente uscito di testa. Invece questa di Rameau è un’aria di follia nel senso che a cantarla è la Follia stessa, che descrive la psiche di che perde la ragione per amore. L’ha interpretata con voce duttile e arguzia frizzante il soprano Marie Perbost, che anche nelle altre quattro arie da lei cantate - tutte di Rameau, tranne una di Lully - ha sedotto il pubblico con il suo gusto, il suo spirito e la sua comunicativa.
Una parte dei brani strumentali in programma è stata scelta tra quelli più ricchi di colore e meno cerimoniosi e cortigiani. Molti avevano ambientazioni esotiche, che giustificavano un certo grado di bizzarria, come la “Marche pour la cérémonie des Turcs” da “Le Bourgeois gentilhomme” di Lully, la “Marche de matelots” da “Alcyone” di Marais e l’ “Air des esclaves africains”, la “Ritournelle des Incas du Perou” e la “Danse du Grand Calumet de la Paix” da “Les Indes galantes” di Rameau. Questo esotismo di fantasia (allora non si conosceva quasi nulla della musica di quelle lontane popolazioni) ha reso il concerto vivace, sorprendente, a tratti perfino bizzarro, ben lontano da quel che ci si aspetterebbe da musiche scritte per Luigi XIV e i suoi discendenti. Ma c’erano anche varie danze squisitamente francesi - rigaudon, gavotte, musette, tamburin - che anche nell’eleganza estrema della loro versione per Versailles conservano qualcosa della semplicità e spontaneità della loro origine popolare.
Questo concerto avrebbe potuto essere un excursus storico in una remota epoca musicale, certamente istruttivo ma non molto godibile. Invece è stato un piacere dalla prima all’ultima nota e il pubblico che - incredibili dictu - esauriva quasi ogni posto del Teatro dell’Opera l’ha gradito moltissimo, applaudendo con calore gli interpreti, sia quelli giovani sia quelli un po’ meno giovani, ovvero Emmaneul Resche-Caserta, Marie Perbost e il gruppetto di tutor che suonava in orchestra accanto agli studenti.