La drammatica perfezione di “Orfeo ed Euridice”

Meritato successo per l’Orfeo ed Euridice di Gluck con l’illuminata direzione di Fabio Biondi e l’intensa regia di Shirin Neshat

AR

24 gennaio 2026 • 3 minuti di lettura

“Orfeo ed Euridice” – Teatro Regio di Parma (foto Roberto Ricci)
“Orfeo ed Euridice” – Teatro Regio di Parma (foto Roberto Ricci)

Parma, Teatro Regio

Orfeo ed Euridice

23/01/2026 - 31/01/2026

Non c’è redenzione ma solo pregnante perfezione drammatica nell’Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck andata in scena al Teatro Regio di Parma, azione teatrale per musica composta su libretto di Ranieri de’ Calzabigi qui proposta nella versione di Vienna del 1762 in una nuova produzione con la direzione musicale precisa, lucida e illuminata di Fabio Biondi e la visione registica intensamente poetica di Shirin Neshat.

Come capita raramente di fronte a riletture di storici capisaldi del teatro d’opera, in questa occasione la comunione di intenti tra la visione registica e l’interpretazione musicale ha generato una restituzione scenica di rara intensità, innervata da una tensione espressiva nutrita da coerenti rimandi e corrispondenze tra suono e immagine, tra racconto musicale e narrazione visiva.

Una messa in scena avviata da una sequenza di fotogrammi tratteggiati in un bianco e nero dalla raffinata densità filigranata, che ci hanno introdotto nel racconto di un rapporto d’amore spezzato – qui pare per la perdita di un figlio – e dalla conseguente rinuncia alla vita di una donna seguita dalla reazione disperata – e tardiva, verrebbe da pensare – del suo compagno.

“Orfeo ed Euridice” – Teatro Regio di Parma (foto Roberto Ricci)
“Orfeo ed Euridice” – Teatro Regio di Parma (foto Roberto Ricci)

Una vicenda che la regia dell’artista iraniana-americana Shirin Neshat ha immerso in una lettura scenica asciutta e tesa, animata da immagini e sequenze filmiche misurate e pregnanti (direttore della fotografia Rodin Hamidi) e sul palcoscenico tutta giocata su luci e ombre al tempo stesso essenziali e contrastanti, aiutata con compatta affinità dalle scene di Heike Vollmer, dai costumi di Katharina Schlipf, dalle luci di Valerio Tiberi, dalle coreografie di Claudia Greco e dalla drammaturgia di Yvonne Gebauer.

Orfeo ed Euridice così divengono – o ritornano a essere – simboli universali di un rapporto d’amore che si rivela dramma della distanza, affrontando un percorso nel quale la redenzione – o il ricongiungimento – è mera utopia che si scontra con una fredda realtà fatta di emozioni sopite, affetti sottratti o negati, in un’aridità di sentimenti sulla quale attecchisce solo la lontananza tra due persone che, alla fine, non riescono a ritrovarsi, non riescono a riconoscersi, non riescono – o non vogliono, o non possono – tornare ad amarsi.

Un racconto che immerge il mito di Orfeo in una simbolica dimensione assieme contemporanea e astratta, al tempo stesso presentissima e ideale, che trova ora nelle stanze spoglie di un’ordinaria vita di coppia, ora nelle ombre-anime proiettate e a tratti ingigantite sulle pareti e sulla porta degli inferi, ora ancora nell’auto-analisi confessionale in un teatro anatomico per spiriti defunti, gli spazi per agire la disperata rincorsa di un amore ormai perduto.

“Orfeo ed Euridice” – Teatro Regio di Parma (foto Roberto Ricci)
“Orfeo ed Euridice” – Teatro Regio di Parma (foto Roberto Ricci)

Un percorso drammaturgico che la direzione di Fabio Biondi ha illuminato attraverso una chiarezza espressiva elegante e coinvolgente, assecondata da una Filarmonica Arturo Toscanini capace di restituire una varietà di chiaroscuri strumentali animata da una preziosa varietà e da un Coro del Teatro Regio preparato con il consueto gusto solido – e a tratti anche sorprendentemente raffinato – da Martino Faggiani. Dalla Overtura in do maggiore alla “mesta sinfonia” in do minore che ci introduce al rito funebre per Euridice che apre l’opera, fino all’incalzare asciutto e incombente del coro in “Chi mai dell’Erebo” in apertura del secondo atto, l’equilibrio tra densità timbrica e trasparenza espressiva ha segnato il passo musicale con palese efficacia. Un carattere che ha trovato pieno riscontro anche nei protagonisti vocali, a partire da Carlo Vistoli nei panni un Orfeo timbricamente brillante e sicuro – si vedano l’eleganza di “Che puro ciel! Che chiaro sol!” e la sostanza emotiva, qui tutt’altro che manierata, nella celeberrima “Che farò senza Euridice” – ma soprattutto capace di disegnare il percorso del suo personaggio attraverso un’evoluzione espressiva di rara intensità. Un protagonista che ha condiviso la scena con una altrettanto adeguata Euridice incarnata con efficace impegno da Francesca Pia Vitale – particolarmente pregnante in “Che fiero tormento” – e con Theodora Raftis nei panni di un Amore i cui tratti funzionali sono stati sottolineati anche dalle grandi ali che potevano ricordare gli angeli un poco disincantati de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders.

“Orfeo ed Euridice” – Teatro Regio di Parma (foto Roberto Ricci)
“Orfeo ed Euridice” – Teatro Regio di Parma (foto Roberto Ricci)

A parte un’isolata ostentazione d’insofferenza per le proiezioni iniziali – che qui riportiamo per dovere di cronaca – il folto pubblico della “prima” ha salutato lo spettacolo con un caloroso e meritato successo, con lunghi applausi rivolti a tutti gli artisti impegnati.