Jenůfa di ghiaccio

La Staatsoper di Berlino porta in scena a porte chiuse l’opera di Janáček in una riuscita produzione con la direzione di Simon Rattle e la regia di Damiano Michieletto

Jenůfa (Foto Bernd Uhlig)
Jenůfa (Foto Bernd Uhlig)
Recensione
classica
Staatsoper di Berlino
Jenůfa
13 Febbraio 2021

Se la bellissima Kat’a Kabanová di Robert Carsen resterà nella memoria per l’acqua che ricopriva completamente il palcoscenico, è probabile che la Jenůfa del debutto del regista Damiano Michieletto alla Staatsoper di Berlino, chiusa al pubblico causa pandemia, verrà probabilmente ricordata per il ghiaccio. Elemento dalla valenza chiaramente simbolica, che rimanda al ghiaccio che racchiude la vittima sacrificale delle opprimenti convenzioni sociali della piccola comunità nella Slovacchia morava in cui si svolge la vicenda e, sciogliendosi e rivelando il delitto della sagrestana e “madre di latte” Kostelnička, apre alla protagonista Jenůfa una prospettiva inedita di felicità possibile. Facendo piazza pulita di ogni anacronistico folclorismo, nell’allestimento di Michieletto il ghiaccio è una presenza ricorrente. C’è Števa, l’amore non ricambiato di Jenůfa e suo seduttore, che entra in scena con un enorme blocco di ghiaccio e lo distrugge quando apprende di non essere arruolato. Ancora di più c’è un’enorme ed opprimente massa di ghiaccio gocciolante che penetra nella scena dal soffitto dopo l’infanticidio, quasi come memento costante della colpa di Kostelnička, che porta nelle mani un blocco di ghiaccio affronta Jenůfa dopo il delitto. Gelide sono anche le pareti fatte di pannelli semitrasparenti che danno alla scena – disegnata dall’estro brillante di Paolo Fantin – un carattere astratto e senza tempo, come anche senza coordinate temporali precise (ma comunque contemporanei) sono anche i sobri costumi di Carla Teti. E di ghiaccio sono anche le luci livide, spesso di taglio, di Alessandro Carletti, che si riscaldano solo nell’abbacinante sole del finale quando finalmente Jenůfa decide di cedere all’amore di Laca.

È un dramma collettivo quello che racconta Michieletto nella sua Jenůfa, nella quale tutti vedono e sono causa della tragedia che si compie e al dolore non è nemmeno concessa una dimensione privata. Contro quel paesaggio esistenziale degradato, si stagliano le figure di Kostelnička e di Jenůfa, carnefice e vittima di una tragedia che è tutta e solo frutto di convenzioni e conformismo. Due figure che sul palcoscenico della Staatsoper trovano in Evelyn Herlitzius e Camilla Nylund due interpreti straordinarie: la prima impiega una vocalità aspra al servizio di una introspezione ed incisività espressiva davvero rare (per coglierne la grandezza di interprete si vedano i suoi toni allucinati della scena che precede l’infanticidio nel secondo atto), la seconda regala la purezza del bel timbro lirico al dolente ritratto di un’aliena sentimentale. Marcatamente meno riuscite le prove dei due protagonisti maschili: Stuart Skelton è un Laca poco espressivo e in grave difficoltà nella tessitura acuta, mentre Ladislav Elgr è uno Števa spavaldo come vuole il ruolo ma poco sfaccettato e poco seducente sul piano vocale. Molto riuscita, invece, la galleria di ritratti del popolino con in testa la veterana Hanna Schwarz, che torna a dare corpo in maniera convincente a una dolente nonna Buryja, e Victoria Randem, che con il suo Jano porta una nota di gioiosa innocenza.

Dopo Da una casa di morti e Kat’a Kabanová sul podio della superlativa Staatskapelle di Berlino si ritrova Simon Rattle, che con questa Jenůfa aggiunge un nuovo tassello alla sua personale esplorazione dell’universo teatrale di Leoš Janáček, compositore molto frequentato nelle stagioni più recenti dal direttore d’orchestra britannico. In questa prova di notevole valore, si intuisce fin dalle prime battute la grande affinità di Rattle con il peculiare e teatralissimo lessico musicale del compositore ceco, fatto di lunghe campate liriche sostenute da una nervatura ritmica di estrema plasticità, entrambe restituite con una intensa limpidezza che, combinata con la grande ricchezza coloristica dell’orchestra, amplifica il portato drammatico dell’opera. Distribuito fra platea e balconate della storica sala di Unter den Linden come in altre recenti produzione a porte chiuse, il Coro della Staatsoper preparato da Martin Wright si distingue per l’ottima prova che annulla ogni distanza grazie alla partecipata interazione con quanto accade sulla scena.

 

 

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