Innsbruck riscopre Pasquini

Alle Settimane di Musica Antica: L'Idalma di Pasquini

L'Idalma (Foto Birgit Gufler)
L'Idalma (Foto Birgit Gufler)
Recensione
classica
Haus der Musik
L'Idalma
06 Agosto 2021 - 16 Agosto 2021

Le Settimane di Musica Antica di Innsbruck vengono inaugurate ufficialmente nel corso del Festival, in coincidenza con la prima opera presente nel suo programma. La cerimonia si è svolta la mattina del 6 agosto nel Castello di Ambras e rappresenta un appuntamento con i discorsi delle autorità e un assaggio delle musiche che in parte si ascolteranno nei giorni seguenti, come è il caso di alcune arie tratte dal Boris Goudenow di Johann Mattheson che verrà eseguito quattro volte a partire dal 19 agosto.

Beate Palfrader, responsabile del Land Tirol che riunisce le competenze per la cultura e per il lavoro, nel suo discorso ha più volte ripetuto ‘Chi la dura la vince’ in italiano e in tedesco, parole prese dal sottotitolo dell’opera in tre di Bernardo Pasquini, L’Idalma, che dopo essere stata rappresentata la prima volta a Roma al Teatro Capranica nella stagione del Carnevale il 6 febbraio del 1680, e successivamente in altre città italiane per poi cadere nell’oblio, è tornata a risuonare in tutta la sua copiosa musicalità la sera del 6 agosto 2021 nella Sala Grande della Haus der Musik.

Il merito di questa interessante riscoperta è del direttore artistico Alessandro De Marchi, che insieme a Giovanna Barbati ha realizzato una trascrizione dall’unica fonte conosciuta, che è il manoscritto conservato a Parigi nella Bibliothèque nationale de France, e che ha diretto la Innsbrucker Festwochenorchester e un eccellente cast vocale composto da Arianna Vendittelli (Idalma), Rupert Charlesworth (Lindoro), Morgan Perse (Almiro), Margherita Maria Sala (Irene), Juan Sancho (Celindo), Anita Rosati (Dorillo) e Rocco Cavalluzzi (Pantano).

Pur essendo un esempio del genere della commedia cosiddetta di cappa e spada, di influenza spagnola, scritta dal librettista Giuseppe Domenico de Totis, L’Idalma overo chi la dura la vince si distingue per la varietà dei suo accenti che dal giocoso e buffo arrivano fino alle tinte drammatiche particolarmente evidenti nella caratterizzazione musicale della protagonista che si dimostra tenacemente e saldamente fedele all’incostante e vanesio Lindoro che nella prima scena del terzo atto canta: “Voglio amar, ma per godere, / né mi glorio esser costante, / chi d’un volto è sempre amante / sempre gode un sol piacere. / Sol le gioie ho per oggetto, / questo è il fin di mia speranza. / Tanta fé, tanta costanza / è nemica del diletto.”.

L’opera dimostra il grande talento di Pasquini, ancora tutto da scoprire per la sua produzione teatrale, ma che al suo tempo era molto famoso anche per questo aspetto, ed è un esempio di grande libertà formale con il suo fluire incessante di recitativi, arie, ariosi e incisi in costante movimento fra i due estremi, c liberi dai vincoli e dai modelli che si affermeranno nel giro di pochi anni sulle scene italiane. Sembra quasi di sentire ancora un’eco lontana del recitarcantando pur essendo ben presente la plasticità e l’inventiva melodica della cultura musicale del barocco italiano. Alcune arie sono molto brevi, e spesso accompagnate solo dal basso continuo, e alcuni recitativi sono inframmezzati o conclusi da ariosi fatti di una solo verso e ciascun personaggio è musicalmente ben caratterizzato.

La complessa trama generata dagli equivoci di veri o presunti triangoli amorosi, si snoda tra dialoghi, battibecchi, accuse, minacce, tentativi di seduzione, frasi carpite di nascosto che causano fraintendimenti, e tutto l’armamentario retorico a disposizione del librettista che faceva parte dell’Arcadia, con il suo abbondante uso di endecasillabi e ottonari. Nelle alterne dinamiche delle due coppie, Idalma e Lindoro, e Irene e Celindo, affiancati dal paggio di Irene, Dorillo, e dal servitore di Lindoro, Pantano, gioca un ruolo importante il fratello di Irene, Lindoro, che vorrebbe sedurre Idalma, con tutto quello che ne consegue, ma alla fine la costanza della protagonista sarà premiata con il lieto fine assicurato.

L’eccellente resa di tutto il giovane cast vocale, e in particolare di Arianna Vendittelli, Margherita Maria Sala, Rupert Charlesworth e Rocco Cavalluzzi, si è avvalsa della raffinata e incisiva concertazione fatta da De Marchi, con una grande varietà di timbri e con l’alternanza e le combinazioni di viola da gamba, lirone, liuto, tiorba, chitarra barocca, colascione, arpa, flauto a becco, fagotto, percussioni, e claviorganum.

L’esecuzione dell’opera è stata integrale, con oltre tre ore di durata e senza tagli, restituendo il giusto posto al compositore nel quadro della produzione teatrale dell’epoca, ma con un tocco di attualità dettato dalla regia di Alessandra Premoli e dalla scenografia di Nathalie Deana con i costumi di Anna Missaglia, dovuto alla presenza di due operai muti ma ciclicamente presenti sulla scena con i loro arnesi di lavoro che attraversavano la scena sostandovi di tanto in tanto, per sistemare, aggiustare e talvolta commentare con qualche gesto gli accadimenti. Un allestimento stilizzato per l’esecuzione in una sala da concerto priva di strutture e macchinari teatrali, e pensato come un cantiere di restauro o allestimento sospeso tra presente e passato.

Profetiche le parole della conclusione dell’opera per bocca di Dorillo: “Certo che dai suoi casi apprendere potrà l’età futura, che la vince chi dura”.  Il pubblico ha risposto calorosamente alla lunga serata della prima, applaudendo all’unisono a ritmo della ciaccona eseguita dagli orchestrali per accompagnare i ringraziamenti degli interpreti sul palco. De Marchi ha colpito nuovamente nel segno rivelando una nuova pagina inedita della storia della musica, che contribuisce a caratterizzare questo Festival che non si è fermato nemmeno nel 2020 e con questa edizione dedicata al tema delle ‘Prospettive’ dimostra quanto sia vero che chi la dura la vince.

 

                                               

 

 

 

 

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