Il suono lontano e amaro del rimpianto 

Grande successo all’Opera di Francoforte per Der ferne Klang di Franz Schreker con la regia di Damiano Michieletto 

Der ferne Klang (Foto Barbara Aumüller)
Der ferne Klang (Foto Barbara Aumüller)
Recensione
classica
Oper Frankfurt
Der ferne Klang
31 Marzo 2019 - 11 Maggio 2019

Dal 1945 Der ferne Klang (Il suono lontano) mancava da Francoforte, la città che ne aveva accolto la trionfale prima assoluta nel 1912 e consacrato la figura del suo autore Franz Schreker come uno dei grandi compositori del suo tempo. Dopo decenni di oblio indotto dal bando nazista, un rilancio in grande stile fu tentato proprio a Francoforte nel 1979 con la riproposta di Die Gezeichneten (I predestinati) per volontà dell’appena scomparso Michael Gielen ma anche quel tentativo ebbe vita breve. Inaugurata l’attuale gestione proprio con un altro successo francofortese di Schreker come Der Schatzgräber (Il cercatore di tesori) nel 2002, c’è voluto ancora qualche anno e un lento ma progressivo ritorno di Schreker nei teatri dei paesi di lingua tedesca prima che anche all’Oper Frankfurt ci si decidesse a riproporre Der ferne Klang, dedicandolo lodevolmente proprio alla memoria di Gielen e raccogliendo uno dei successi più significativi di questa stagione. 

Grande era l’attesa a Francoforte per il debutto del regista italiano dal profilo più internazionale degli ultimi anni, Damiano Michieletto, attesa evidentemente non delusa come testimoniano le ovazioni alla fine dello spettacolo. Michieletto spoglia la frastagliata trama dell’opera di ogni orpello floreale ma anche di isterismi espressionisti e ne fa una parabola esistenziale ad alto tasso poetico. Gli scarti narrativi, piuttosto abbondanti nella trama, tutt’altro che lineare sotto l’apparenza naturalista, e una certa cerebralità del libretto vengono risolte nella chiave del flashback dei due protagonisti invecchiati, Fritz e Grete, che, nell’ospizio nel quale sono ormai rinchiusi, ripercorrono le quattro stagioni delle loro vite. È un racconto elegiaco e amaro, come sempre è il sapore del rimpianto, per aver mancato per tutta la vita l’appuntamento con l’amore, lui preferendo la fallace ricerca del successo come compositore e lei la facile scorciatoia del piacere a buon mercato. Come nel recente Macbeth veneziano, il dispositivo scenico di Paolo Fantin gioca sulle trasparenze di teli bianchi leggerissimi che segnano ma insieme sfumano i profili degli ambienti come nella materia sfuggente dei ricordi. Molto efficace nel primo e soprattutto nel terzo atto – con la bellissima scena finale in cui una scintillante selva di strumenti musicali scende dall’alto mentre Fritz si spegne fra le braccia di Grete in un ordinario squallore ospedaliero – si impone meno nel secondo atto, in cui le sfrenatezze della veneziana "Casa di maschere” risultano meno incisive e piuttosto scontate sul piano visivo. Un apporto importante viene dal sofisticato disegno luci di Alessandro Carletti e dalle indovinate proiezioni “vibranti” di rocafilm (Roland Horvath e Carmen Zimmermann) che amplificano l’immaterialità della narrazione scenica. 

Di elevatissimo livello la realizzazione musicale guidata dal direttore musicale della casa Sebastian Weigle: controllo ferreo dei volumi sonori nell’orchestra ma precisione analitica nella resa delle tormentate linee melodiche e nel controllo dei molti gruppi fuori scena, che aggiungono complessità al discorso musicale, oltre a un’esaltazione del colorismo quasi raveliano della penna di Schreker sono le cifre della sua direzione. Solo nel finale, Weigle libera finalmente l’afflato melodrammatico, di sapore quasi pucciniano, del suono (o, se si vuole, dell’amore) finalmente ritrovato. Straordinaria anche la prova della Frankfurter Museumorchester capace di produrre colori senza limiti. Pregio “collaterale” della direzione controllatissima di Weigle è anche quello di permettere al canto di esprimersi senza le abituali forzature alle quali obbliga la densità sinfonica della scrittura schrekeriana. Se il giovane Ian Koziara per il suo Fritz sfodera un bel timbro tenorile senza troppe forzature (ma qualche acuto tirato qua e là gli scappa), chi davvero si impone è Jennifer Holloway che disegna una Grete a tutto tondo e soprattutto caratterizza credibilmente tutte le stagioni della sua vicenda umana, la fresca ingenuità della giovinezza, la sfrontata corporeità della prostituta di alto bordo e il malinconico crepuscolo senile. Della lunga locandina andranno citati almeno il cupo conte di Gordon Bintner e il più solare cavaliere di Theo Lebow, la misurata eleganza del Dr. Vigelius di Dietrich Volle, lo sguaiato oste di Anthony Robin Schneider e la veterana Nadine Secunde negli ambigui panni dell’anziana traviatrice. Nella pletora di ruoli minori a Francoforte si è mobilitato tutto l’ensemble della casa, che conferma la provata qualità complessiva. Ottima anche la prova del Coro dell’Oper Frankfurt che presta anche qualche solista per i ruoli minori. 

Sala gremita alla prima, quasi 10 minuti di applausi e ovazioni a tutti i numerosi interpreti. 

 

 

 

 

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