Il ritorno alle origini dell’Adelaide di Sartorio

Al Teatro Goldoni di Venezia un progetto didattico promosso dal Conservatorio veneziano che diventa vero teatro musicale

SN

02 marzo 2026 • 4 minuti di lettura

L'Adelaide
L'Adelaide

Teatro Goldoni, Venezia

L'Adelaide

28/02/2026 - 01/03/2026

La riproposta de L’Adelaide di Antonio Sartorio, presentata al Teatro Goldoni di Venezia, ha il sapore di un autentico ritorno a casa. Proprio su questo palcoscenico – allora Teatro Vendramin a San Salvador (ma anche Teatro di San Luca) – l’opera vide la luce nel Carnevale del 1672, in un momento di grande fermento per il melodramma veneziano, quando la città lagunare era il principale laboratorio europeo dell’opera pubblica. Sartorio, figura centrale dell’epoca ma a lungo rimasta in ombra rispetto a nomi più celebrati, fu protagonista di quella stagione con uno stile capace di fondere efficacia teatrale, cantabilità immediata e una fine sensibilità drammatica. La riesumazione odierna non è dunque una semplice restituzione filologica, ma un atto di memoria storica che riannoda i fili tra passato e presente. Va inoltre sottolineato come il recupero della partitura sia frutto di un accurato lavoro di studio e revisione condotto dal Conservatorio di Musica “Benedetto Marcello” di Venezia (nello specifico, da Paolo Da Col, Francesco Erle e Silvia Urbani), che si conferma così presidio attivo non solo della didattica, ma anche della ricerca musicologica e della pratica performativa, resa possibile in questo caso dai fondi del PNNR. 

Spunto storico della vicenda di questo dramma per musica è l’assedio di Pavia compiuto nel 951 da Berengario, signore di Milano, e dal figlio Adalberto ai danni di Adelaide, vedova di Lotario II, re d’Italia (e antesignana del personaggio nel Lotario di Händel e dell’Adelaide di Borgogna di Rossini). Al centro vi è dunque Adelaide, regina contesa e perseguitata, simbolo di virtù e legittimità dinastica, che, rifiutando di sposare Adalberto per legittimare il potere di Berengario, viene da questi imprigionata. Tra intrighi politici, travestimenti e colpi di scena, l’opera conduce a un lieto fine in cui l’ordine viene ristabilito con le doppie nozze di Adelaide e Ottone e quelle fra Adalberto e Gissilia, figlia del nobile Annone (il vescovo Annone di Worms nella realtà storica). Colpisce come l’ambientazione medioevale – con re, imperatori e lotte per il trono – risulti piuttosto insolita nel panorama operistico del secondo Seicento, più incline a soggetti mitologici o storie di gusto classicheggiante: una scelta, quella di Sartorio e del suo librettista Pietro Dolfin, che contribuisce a dare all’opera un colore particolare e una dimensione quasi epica. 

Lo spettacolo ospitato al Teatro Goldoni offre nel complesso un esito largamente positivo. Con pochi mezzi ma molte idee, l’allestimento firmato dal regista Emanuele Gamba procede con agilità lungo una linea sostanzialmente tradizionale, senza forzature concettuali, puntando piuttosto sulla chiarezza narrativa e sulla funzionalità teatrale. Le scene leggere di Matteo Corsi, costruite prevalentemente attraverso sipari e drappi, con pochi elementi di attrezzeria, riescono a evocare ambienti e situazioni con sobria eleganza. Anche i costumi, firmati dallo stesso Corsi, delineano un Medioevo essenziale, fatto di linee pulite e colori misurati, più allusivo che descrittivo. Determinante il contributo del disegno luci di Manuel Garzetta, che impreziosisce l’insieme, crea profondità e atmosfera, e dona allo spettacolo quella patina di professionalità che lo allontana nettamente dall’idea di un semplice saggio scolastico. 

Di grande rilievo l’esecuzione musicale, affidata alla concertazione di Diego Fasolis, garanzia di stile e competenza nel repertorio barocco. Qualche prova supplementare avrebbe probabilmente giovato a un maggiore amalgama dell’Orchestra Sartorio con strumenti d’epoca, composta in buona parte da allievi del Dipartimento di Musica Antica del Conservatorio veneziano, ma il risultato resta comunque più che apprezzabile per precisione, slancio e attenzione al fraseggio. La compagnia di canto, molto giovane, presenta inevitabilmente qualche voce ancora acerba, ma si distingue una coppia di protagoniste di notevole sicurezza: Anastasiia Petrova nel ruolo di Adelaide e soprattutto Silvia Vavassori come Ottone, autorevole e vocalmente centrata. Ottima la verve di Gloria Ferro come Gissilia e il talento comico di Mauro Cristelli, che affronta con brio il ruolo della nutrice Delma, affidato a una voce di tenore secondo la tradizione veneziana inaugurata dalle nutrici delle opere di Monteverdi e Cavalli. Riuscite anche le prove di Minyoung Park come Adalberto, pur con una voce assai esile, di Giovanni Baraldi, solido Berengario, e di Luigi Tinto, un Lindo dal timbro ancora poco maturo. Piuttosto deludente, invece, Nina Cuk come Annone, per la prova vocale discontinua e dizione molto approssimativa. Bene infine i ruoli minori: Enrico Totola (Armondo, un masnadiero e un capitano d’Annone) e Matteo Laconi (Amedeo). 

Non foltissimo il pubblico alla prima delle due recite previste ma attento e partecipe e soprattutto generoso di applausi per tutti. Un segnale incoraggiante per un progetto che dimostra come, quando didattica e professione si mettono in dialogo, il risultato possa essere teatro vivo.