Il messia nero è tornato

A Milano per Estathé Market Sound la seconda tappa italiana del tour mondiale

Recensione
pop
Estathé Market Sound Milano
07 Luglio 2015
Dio esiste. Ma non ha la barba lunga e non ammazza il tempo saltellando da una nuvola all'altra. È nato a Richmond, Virginia, una quarantina d'anni fa. Indossa cappelli vistosi, ha la pelle colore dell'ebano e imbraccia una chitarra tempestata di brillanti. Nome: Michael Eugene. Cognome: Archer. Per noi mortali semplicemente D'Angelo. Il nuovo messia nero (prima di lui Cannonball Adderley, mica uno qualunque), stesso sangue e stesso rango dei vari Curtis Mayfield, Al Green, Marvin Gaye, George Clinton e Sly Stone. Dei quali il forzuto Michael, di nuovo in versione palestrata dopo il periodo extra large, è discendente in linea retta. Lo si era capito ai tempi di [i]Voodoo[/i] che al pantheon della black music andava aggiunto uno scranno; se ne è avuta la conferma con il prodigioso [i]Black Messiah[/i], che a fine 2014 ha brutalmente ricordato agli aspiranti al trono, pronti ad azzuffarsi per lo scettro visti i 15 anni trascorsi tra la seconda e la terza fatica, che il monarca non ha nessuna intenzione di abdicare. Sua maestà è vivo, vegeto e sul palco è uno spettacolo. Lo sanno i duemila o giù di lì che hanno sfidato il pietrisco arroventato della periferia milanese per inginocchiarsi davanti al messia nero. Larghe tese bianche, tunica sbrindellata, borchie luccicanti, D'Angelo li ha ringraziati e benedetti dispensando miracoli a piene mani. Dall'iniziale “Ain't That Easy”, giocata su un tempo in levare obliquo da infarto miocardico, alla conclusiva “How Does It Feel”, un quarto d'ora e passa di coltellate al cuore. Nel mezzo la torrenziale “Sugah Daddy”, con finale alla James Brown, la commovente “Really Love”, scandita dagli arpeggi languidi della chitarra classica, e “Betray My Heart”, coreografata alla maniera del Prince dei tempi che furono. Dio esiste. Io l'ho visto.

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