I brutti, sporchi e cattivi dello Schicchi di Michieletto

Presentato al Torino Film Festival il film tratto dall’opera di Giacomo Puccini che segna il debutto nel cinema del regista veneto, presto nei cinema

Gianni Schicchi (Foto Azzurra Primavera)
Gianni Schicchi (Foto Azzurra Primavera)
Recensione
classica
Torino, cinema Lux
Gianni Schicchi
27 Novembre 2021

Lo ha ripetuto già in molte occasioni Damiano Michieletto: è Parenti serpenti di Mario Monicelli, maestro della commedia all’italiana, il modello per il suo Gianni Schicchi cinematografico. Magari in un ambiente meno rasserenante di quello che ispirano le immagini edulcorate della splendida campagna senese, si potrebbe piuttosto pensare a Brutti sporchi e cattivi di Ettore Scola. C’è un gruppo di famiglia che si scanna, e nemmeno troppo bonariamente, per spartirsi l’eredità dello zio ricco. C’è una specie di boss di provincia, un po’ impresentabile ma molto furbo, che si mette in moto più che altro per garantire un benessere alla figlia sedotta e ingravidata (con piccola licenza sull’originale) dal giovane nipote dello zio defunto. C’è il cadavere di zio, spogliato, sparruccato e ficcato nel freezer in cantina per fregare la legge, complice un notaio corrotto, che incassa la mazzetta a testamento chiuso (altra piccola licenza sull’originale). Damiano Michieletto, però, è troppo bravo ragazzo per avventurarsi troppo lungo un sentiero che magari farebbe arricciare il naso a qualche affezionato melomane, e vira sui toni della commedia nera ma non troppo per il suo esordio da regista di cinema, ancora comunque solidamente ancorato a quel mondo della lirica, che frequenta con gran successo ormai da vent’anni.

A parlare di film d’opera vengono subito in mente i vecchi film di Carmine Gallone, che sembrano ricalcare le figurine Liebig, dove dei cantanti ci sono solo le voci ma i volti sono quelli dei divi anni ’50. O, più ancora che gli esperimenti di teatro filmato anni ’70 di Jean-Pierre Ponnelle o di Ingmar Bergman con l’incantevole “pezzo unico” Trollflöjten, i lussuosi revival anni ’80 con le grandi firme di Franco Zeffirelli per La traviata e Otello e di Franco Rosi per Carmen – entrambi formati alla scuola del Maestro Visconti, che però teatro e cinema li tenne sempre separati, anche se tracce operistiche abbondano nei suoi film – con i divi del momento, come l’allora tenore Plácido Domingo e la Desdemona di Katia Ricciarelli, prima del passaggio a tempo pieno in reality show. I divi dell’opera, quelli veri, sono praticamente scomparsi, e quei pochi che ancora circolano preferiscono piuttosto il documentario agiografico. Meglio allora meglio puntare su un’opera “corale”, cioè senza un vero protagonista, e meglio soprattutto lasciare ai teatri le tragedie, in tempi nei quali le tragedie sono pane quotidiano.

L’alchimia di questo nuovo Gianni Schicchi, preceduto da un inedito prologo “parlato”, francamente un po’ didascalico, con Giancarlo Giannini che fa Buoso Donati e racconta di come ha fatto fortuna come mercante d’arte prima di tirare le cuoia e lasciare spazio all’opera, funziona grazie a un casting che bada più a volti e fisico, come cinema impone, forse più che alle voci, come lirica imporrebbe. Le voci comunque ci sono e funzionano, specialmente per quelli che l’arte del canto la praticano da lungo tempo, come Roberto Frontali, che è uno Schicchi un po’ guappo ma in fondo un babbo e poi nonno bonario e tenero assai, e Giacomo Prestia, che è un Simone truce e sinistro assai. Danno tutti l’aria di divertirsi quelli della generazione di mezzo, ma le donne hanno una marcia in più: le spiritate femmine Manuela Custer (petulantissima Zita), Caterina Di Tonno (Nella in versione “fashion victim”) e Veronica Simeoni (scafatissima Ciesca) battono nettamente i signori uomini, parecchio babbani, che sono Roberto Maietta, Marco, Marcello Nardis, Gherardo, e Bruno Taddia, Betto. I più giovani Federica Guida (Lauretta) e Vincenzo Costanzo (Rinuccio) fanno i giovani come da copione, anche se un pelo di malizia in più della norma magari uno se la aspetterebbe soprattutto da lei specie quando con quel “O mio babbino caro” indora la pillola di una ecografia ginecologica esibita a babbo Schicchi. Quella ragazza la sa ben più lunga e chissà che un giorno non se ne accorga anche l’innocente (ma non troppo) Rinuccio.

Se è vero che l’opera è un mondo che va svecchiato, Michieletto ci prova con questa commedia fresca di battesimo al Torino Film Festival e pronta alla circolazione nei cinema della penisola. Michieletto dirige con mano sicura e buon ritmo e confeziona un prodotto modernamente “glam” con l’eleganza delle immagini patinate (e qualche eccesso di grandangolo) di Alessandro Chiodo, gli ambienti toscanamente rétro rinfrescati con colori briosi scelti dall’“art director” Paolo Fantin, che abdica al segno geniale di molte sue scenografie per il teatro, e gli spiritosi costumi di Nicoletta Ercoli e Alessandra Carta che raccontano le debolezze di ognuno. La qualità della musica è garantita da un direttore aperto all’avventura ma che il teatro lo ama come Stefano Montanari che, dopo la registrazione della “colonna sonora” di Puccini con l’Orchestra del Comunale di Bologna, ha diretto gli interpreti sul set registrati in presa diretta. Peccato che l’orchestra rimanga un po’ sullo sfondo, ma il risultato dà il senso di una maggiore freschezza e naturalezza che nei vecchi film con i cantanti o, peggio, i divi del cinema in playback.

Magari non rilancerà le alterne fortune del genere film opera, ma questo Gianni Schicchi un’oretta di divertimento la regala. E chissà che non convinca qualcuno che l’opera, dopotutto, le storie le sa ancora raccontare e anche bene. “Special thanks” alla ditta Forzano&Puccini.

 

 

 

 

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