Ghost Horse, nel condominio del jazz italiano

Debutta la nuova produzione di Hobby Horse, promossa da Novara Jazz

Foto di Emanuele Meschini
Foto di Emanuele Meschini
Recensione
jazz
Novara Jazz Magenta
26 Maggio 2017

Nel piccolo condominio del jazz italiano, dove tutti conoscono tutti, il lavoro fatto da Novara Jazz è di quelli destinati a rimanere: oltre a un’attenzione speciale per le produzioni nazionali e per i musicisti più giovani, la scelta di Corrado Beldì, Riccardo Cigolotti e dei loro collaboratori – per restare alla metafora del condominio – è quella di andare oltre la manutenzione ordinaria. Da un lato c’è, naturalmente, il legame con il territorio e la sua valorizzazione, oggi parola d’ordine obbligata per chi voglia pensare di organizzare anche solo una caccia al tesoro. Dall’altro c’è, però – e non tutti gli organizzatori di cultura se lo ricordano – c’è la valorizzazione della rete in cui si lavora, del “condominio” appunto. Si possono anche prendere due piccioni con una fava, e insediare sei giovani musicisti per quattro giorni in uno splendido agriturismo alle porte del Parco del Ticino, per farli lavorare a una produzione originale. Che – se tutto va per il meglio, come è stato in passato per altre operazioni – porterà a nuovi contatti, nuovi progetti, dischi, concerti, per ricadere infine – come il karma, o come i lavori di ammodernamento condominiali fatti bene – sui promotori iniziali. Insomma, in tempo di vacche magre non basta salutare per le scale, bisogna prendersi delle responsabilità (con i rischi che ne conseguono, naturalmente). I sei musicisti sono il trio Hobby Horse – Dan Kinzelman (sassofoni e clarinetti), Joe Rehmer (contrabbasso) e Stefano Tamborrino (batteria) – con l’aggiunta di tuba (Glauco Benedetti), trombone (Filippo Vignato) e chitarra baritono (Gabrio Baldacci). Ne abbiamo parlato lungamente qui, ed è inutile tornare sulle ragioni della scelta di questi musicisti e sull’organizzazione. Rimane piuttosto da dar conto della musica che ne è venuta fuori: una musica splendida. La formula del sestetto predilige il lavoro su cellule ritmiche o melodiche essenziali, minimali: quattro note, un riff – nella prima parte del concerto solitamente lasciate in carico alla tuba e al basso elettrico, con gli incastri della chitarra baritona (che talvolta si scambia di ruolo con quest’ultimo). Su queste strutture lavorano i fiati e la batteria di Tamborrino, cui è lasciato un ruolo centrale anche nella gestione dei colori e dei timbri (che comprendono anche, oltre a un bel set di piatti, la ringhiera della stalla alle spalle del batterista). In altri momenti prendono il sopravvento strutture ritmiche più complesse e incastri che richiamano il jazz-rock (o il prog: un brano cantato, in particolare, potrebbe suonare come una versione post– dei Gentle Giant). Sei musicisti, sei personalità particolari, sei suoni sullo strumento profondamente personali: brilla per novità la chitarra di Gabrio Baldacci, capace di uscire anche dai cliché del rumorismo da pedaliera con suoni davvero originali. Enrico Bettinello – che ha curato la produzione-residenza – ha presentato Hobby Horse (e, per estensione, Ghost Horse) come un gruppo capace di rivolgersi a più «comunità di ascoltatori». E in effetti quanti proclamano la morte del jazz, la sua museificazione, quanti celebrano giovani musicisti più vecchi dei vecchi che imitano (e quanti li programmano) dovrebbero farsi un giro da queste parti. Citofonare “Novara Jazz”.

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