Gatti torna alle opere del belcanto

Roma: direttore porta a una totale unanimità d’intenti l’orchestra e le voci ne I Capuleti e i Montecchi

I Capuleti e i Montecchi (Foto Yasuko Kageyama)
I Capuleti e i Montecchi (Foto Yasuko Kageyama)
Recensione
classica
Teatro dell'Opera di Roma
I Capuleti e i Montecchi
23 Gennaio 2020 - 06 Febbraio 2020

Daniele Gatti ha deciso di tornare alle opere del periodo del belcanto, scegliendo un’opera che aveva diretto una e una sola volta tanti anni fa e che del bel canto è espressione purissima e al bel canto si affida interamente. Ecco dunque nel primo atto la sequenza convenzionalissima - ma che qui diventa sublime - delle tre cavatine affidate ai protagonisti in ordine di importanza crescente, Tebaldo, Romeo, Giulietta, e coronate da un duetto tra i due amanti: pagine di incantata bellezza melodica, soprattutto le ultime due, quando il ventottenne Bellini si abbandona come inebriato a un lirismo che sembrerebbe non dover aver mai fine, e anche gli ascoltatori vorrebbero che non finisse mai, entrando in un tempo incantato e dimenticando l’esistenza dell’orologio.

Qui il direttore ha un compito semplicissimo, in apparenza, cioè accompagnare i cantanti, trovando i tempi, le dinamiche e i colori giusti e calibrandoli perfettamente, sorreggendo le voci con delicatezza e trasformando l’orchestra in un impalpabile alone sonoro che le circonda e le completa: tutto questo è semplicissimo e quindi difficilissimo. Gatti lo fa perfettamente, senza mai cedere alla tentazione, lui che è un grande direttore, di prendersi un minimo di spazio in più del necessario e di ergersi almeno per un attimo a protagonista. Anche prima non aveva avuto molto da fare: ha comunque diretto benissimo la sinfonia, bellina (scusate il gioco di parole) ma gracile e ancora così rossiniana, e poi il non memorabile coro d’introduzione. Ma dopo, negli ultimi quattro “numeri” della partitura, più ampi e soprattutto più articolati dei precedenti, il concertatore può e deve prendere in mano il timone e Gatti lo fa e dà al finale del primo atto e alle prime due scene in cui si divide il secondo atto una coerenza musicale e una contenuta ma intensa drammaticità, come non avevamo mai sentito. Nel finale si ritorna alla semplicità: qui però di bel canto nell’accezione comune del termine ce n’è poco (questo nell’Ottocento non andava bene e quindi lo si sostituiva col finale dell’opera di Vaccai, bello ma non confrontabile con quello di Bellini) e l’orchestra non accompagna ma è un complemento fondamentale del canto. Ebbene questo finale si svolge in una tale concordia di intenti tra i cantanti e Gatti che voci e orchestra diventano un tutt’uno, che respira insieme e insieme soffre e muore: un lungo momento di grandissima emozione.

Ma ora è il momento di dare la loro parte ai cantanti, che sono stati all’altezza della direzione. Giulietta era Mariangela Sicilia, che è giovane ma è già ben nota al pubblico romano: non solo abbiamo ritrovato la sua voce incantevole, perfetta per i momenti estatici di Giulietta (ma questa volta si è sentito anche qualche suono un po’ fisso), ma in più abbiamo scoperto in lei una nuova capacità drammatica, sia nell’agitato primo quadro del secondo atto, dov’è combattuta tra affetti contrastanti, che nel tragico finale. Il tenore Iván Ayón Rivas ha un bel timbro pieno e virile ma anche delicato e canta con discreto stile; dà il meglio nel suo duetto con Romeo, in cui i due rivali fanno a gara a piangere la morte di Giulietta, la sua prima morte, quella finta: una situazione un po’ assurda, ma evidentemente Felice Romani voleva fornire a Bellini l’occasione di uno di quei suoi tipici e irresistibili duetti in cui i protagonisti cantano in totale unanimità di voce e di sentimento.

Last but not least Vasilisa Berzhanskaya, cioè Romeo, il principale dei tre protagonisti, perché Bellini tenne conto che alla prima - a Venezia nel 1830 – la star della serata era Giuditta Grisi, che interpretava appunto Romeo. All’attacco della sua cavatina il mezzosoprano russo sfoggia un bel timbro di contralto, molto virile, come esigono le prime parole: “La funesta ultrice spada”. Ma fa ancora meglio nelle parti più liriche, che non sollecitano troppo il registro grave: molto bello il duetto con Giulietta, molto molto bello quello con Tebaldo e, a concludere questa progressione, splendido il finale: di fronte a questa interpretazione maiuscola lo spettatore non sa più se lasciarsi andare all’ammirazione o alla commozione. Nei ruoli minori Nicola Ulivieri e Alessio Cacciamani erano all’altezza dei tre protagonisti. Senza dimenticare la buona prestazione sia dell’orchestra che del coro, istruito da Roberto Gabbiani.

Quanto alla parte scenica, non c’è molto da dire. Regia, scene, costumi e luci sono di Denis Krief, che ha scelto la massima semplicità: in linea con Gatti, si potrebbe pensare, ma la semplicità di Krief si trasforma spesso in banalità, soprattutto nel primo atto. Meglio il secondo, dove si raggiunge effettivamente l’agognata semplicità, questa volta nel senso migliore del termine.

 

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