Feldman, l’arte di fermare il tempo

Quando il suono diventa spazio: GAMO omaggia Feldman

SB

10 luglio 2026 • 4 minuti di lettura

Marco Lenzi, Ilaria Baldaccini e Roberto Fabbriciani (foto © Gamo)
Marco Lenzi, Ilaria Baldaccini e Roberto Fabbriciani (foto © Gamo)

Teatrino del Gallo della Libreria Libri Liberi, Firenze

Gamo

08/07/2026 - 08/07/2026

Il centenario della nascita di Morton Feldman sta offrendo anche a Firenze l’occasione per tornare su una delle figure più appartate, radicali e influenti della musica del secondo Novecento. Dopo l’esecuzione di Rothko Chapel, proposta il 21 marzo nella Sala Orchestra del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino in occasione della mostra Rothko a Firenze a Palazzo Strozzi, il percorso feldmaniano in città è proseguito con un nuovo appuntamento del GAMO, ancora dedicato al rapporto fra suono, spazio, silenzio e percezione.

Rothko Chapel, Houston. Foto Carol M. Highsmith / Library of Congress. Public Domain
Rothko Chapel, Houston. Foto Carol M. Highsmith / Library of Congress. Public Domain

Non era casuale che proprio Rothko Chapel, composto nel 1972 per soprano, alto, coro, viola, celesta e percussioni, avesse inaugurato idealmente questa stagione di ascolti. Concepito per la cappella interreligiosa di Houston che custodisce quattordici grandi tele di Mark Rothko, il brano è forse una delle più intense risposte musicali alla pittura astratta del Novecento: una musica che non descrive, non racconta, non illustra, ma costruisce un ambiente percettivo, una continuità sospesa in cui il tempo sembra smettere di procedere in linea retta. Su questa stessa linea di approfondimento si è inserito il concerto-incontro del GAMO, ospitato nel delizioso Teatrino del Gallo della Libreria Libri Liberi a Firenze, ha confermato l’intenso e tenace impegno del GAMO nella diffusione della musica contemporanea. Un impegno ricordato in apertura dal direttore Francesco Gesualdi, che ha sottolineato anche il legame ideale fra Feldman e Giancarlo Cardini, fondatore del GAMO, alla cui memoria l’associazione continua a dedicare attenzione. Cardini fu infatti interprete e appassionato cultore della musica feldmaniana, fino a proporre negli anni Novanta, agli Innocenti, una rara esecuzione delle oltre quattro ore di Triadic Memories.

A guidare l’incontro al Teatrino del Gallo era Marco Lenzi, musicologo, compositore e performer, autore nel 2009 di Morton Feldman. La musica sospesa, prima monografia italiana dedicata al compositore e tuttora importante riferimento bibliografico. La sua introduzione, dotta ma animata da una evidente passione per l’oggetto del discorso, ha collocato Feldman nel cenacolo della New York School, accanto a John Cage, Christian Wolff ed Earle Brown, tracciando al tempo stesso una rapida storia delle avanguardie americane del secondo Novecento.

La parte più stimolante dell’intervento riguardava tuttavia il rapporto di Feldman con la pittura dell’espressionismo astratto: Pollock, Rothko, Philip Guston, ma anche Rauschenberg e Jasper Johns. Lenzi ha mostrato come la crescente vastità delle tele e la trasformazione della superficie pittorica in un campo percettivo trovino un equivalente nella dilatazione temporale della musica feldmaniana. Il tempo non è più contenitore di eventi organizzati secondo una direzione narrativa, ma diventa esso stesso spazio da abitare.

Marco Lenzi (foto © GAMO)
Marco Lenzi (foto © GAMO)

Altrettanto efficace il confronto con Cage. Se per quest’ultimo l’alea diventa un metodo per sottrarre al compositore il controllo sugli eventi sonori, Feldman mantiene invece un’attenzione minuziosa nella scelta dei suoni, delle durate, dei registri e degli impasti timbrici. Una differenza decisiva, che Lenzi ha ricondotto anche alla straordinaria sensibilità di Feldman per il colore strumentale e alla sua capacità di pensare ogni suono nella sua irripetibile qualità percettiva. Da qui anche l’invito rivolto al pubblico a un ascolto contemplativo, capace di rinunciare all’attesa dell’evento e di concentrarsi sulle minime trasformazioni della materia sonora.

Tre lavori hanno consentito di verificare concretamente questi temi. For Aaron Copland (1981), per flauto solo, appartiene alla tarda produzione feldmaniana e affida a una linea apparentemente spoglia un lavoro sottilissimo su registro, durata e risonanza. Palais de Mari (1986), ultima composizione per pianoforte solo di Feldman, scritta un anno prima della morte, condensa in circa venticinque minuti alcuni caratteri delle monumentali opere tarde: ripetizioni continuamente variate, memoria incerta, ritorni che non coincidono mai perfettamente con ciò che ricordiamo di avere già ascoltato.

A completare il programma Two (1987) di John Cage, per flauto e pianoforte, composto per Roberto Fabbriciani e appartenente alla serie dei Number Pieces: una musica costruita attraverso flessibili parentesi temporali entro le quali gli interpreti collocano liberamente gli eventi prescritti.

L’accostamento fra Cage e il più giovane Feldman suggeriva infine una possibile, provocatoria semplificazione filosofica: platonico Feldman, nel raffinatissimo filtro attraverso cui seleziona suoni e aggregati timbrici; aristotelico Cage, nell’accoglienza di materiali più impuri e contingenti, portatori di un’energia concreta ed entropica. Due concezioni diverse del suono, accomunate però dalla radicale trasformazione della nostra esperienza del tempo.

Roberto Fabbriciani e Ilaria Baldaccini, interpreti che hanno fatto di questo repertorio un campo privilegiato della propria ricerca artistica, hanno restituito con precisione e sensibilità la fragile densità di queste musiche. Il pubblico, composto in gran parte da affezionati frequentatori delle iniziative del GAMO, ha seguito con attenzione un incontro che ha dimostrato ancora una volta come la musica di Feldman, più che essere semplicemente spiegata, chieda soprattutto di essere ascoltata: lentamente, senza impazienza, lasciando che il tempo diventi parte stessa dell’esperienza musicale.

Ilaria Baldaccini e Roberto Fabbriciani al termine di "Two" per flauto e piano di John Cage
Ilaria Baldaccini e Roberto Fabbriciani al termine di "Two" per flauto e piano di John Cage