A Bonn torna a cantare il poeta dell’imperatore

Li-Tai-Pe. Des Kaisers Dichter (Foto Thilo Beu)
Li-Tai-Pe. Des Kaisers Dichter (Foto Thilo Beu)
Recensione
classica
Theater Bonn, Opernhaus
Li-Tai-Pe. Des Kaisers Dichter
04 Novembre 2023 - 03 Dicembre 2023

Anche in questa stagione prosegue l’impegno del Theater Bonn per il recupero del patrimonio musicale cancellato dalla “normalizzazione” imposta dal regime nazista.  Dopo l’inedito Schreker  che ha chiuso la scorsa stagione, e in attesa della nuova produzione di Moses und Aron annunciata in dicembre, il ciclo FOKUS 33  ripropone la ripresa di Li-Tai-Pe. Des Kaisers Dichter (Li-Tai-Pe. Poeta dell‘imperatore) di Clemens Erwein Heinrich Karl Bonaventura Freiherr von und zu Franckenstein. Tenuto a battesimo ad Amburgo nel 1920, il lavoro godette di grande popolarità fino al 1944 e quindi scomparve definitivamente dalle scene. Rispetto ad altre tristi vicende collegate alla “Entartete Musik”, il suo compositore e questo suo lavoro non furono messi all’indice dai nuovi potenti. Convintamente cattolico, Clemens von und zu Franckenstein pagò piuttosto per le radici aristocratiche e, di cultura liberale, per la distanza ideologica dal regime nazionalsocialista, che lo obbligò nel 1934 a lasciare la direzione dell’Opera di Stato Bavarese in seguito ad accuse pretestuose sollevate nel consiglio comunale del capoluogo bavarese su una presunta perdita di prestigio dell’istituzione culturale sotto la sua gestione. In realtà, compositore di cinque lavori di teatro musicali (fra questi, anche la pantomina Die Biene con libretto di Hugo von Hofmannstahl, di cui fu anche amico) oltre che di lavori per orchestra e formazioni cameristiche, Clemens von und zu Franckenstein fu soprattutto apprezzato come direttore di teatri lirici: nel 1902 è Kappelmeister a Londra, nel 1907 è direttore di scena al Teatro di corte di Wiesbaden e nel 1908 si sposta all’Opera di corte di Berlino, e all’Opera di corte di Monaco di Baviera è nominato direttore nel 1912 e sovrintendente nel 1914 fino al 1918, quando lascia l’incarico per il crollo del Reich tedesco seguito alla sconfitta nella Prima guerra mondiale. Proprio per la sua oculata gestione, che aveva innalzato il profilo musicale e artistico del teatro, nel 1924 viene richiamato in servizio all’Opera Bavarese, dove inventa i Münchner Festspiele e chiama Hans Knappertsbusch alla direzione musicale.

Li-Tai-Pe prende il nome da colui che è considerato più grande poeta della dinastia Tang. Nato nel 698 d.C. nella provincia di Sìchuān, incontrò il favore dell’imperatore Xuan Zong, che lo nominò membro dell’Accademia Han-lin. Morto il suo protettore nel 756, il poeta rimase vittima di una congiura di corte che lo costrinse all’esilio dopo il 758. Graziato un anno dopo, morì nel 762 nello Jiang Nan. Nell’adattamento a libretto di Rudolf Lothar, autore anche del libretto di Tiefland di Eugen d’Albert, gli eventi storici sono solo blandamente citati nella vicenda che presenta il protagonista come una sorta di poeta maledetto, molto incline all’alcool ma dotato di un’impareggiabile arte poetica. Amato senza speranza dall’umile popolana Yang-Gui-Fe, Li-Tai-Pe riesce ad attirare l’attenzione dal membro dell’Accademia imperiale Ho-Tschi-Tschang, che lo introduce a corte e lo presenta all’imperatore Hüan-Tsung. Questi rimane folgorato dalla bellezza dei suoi versi e lo prende immediatamente al suo servizio, affiancandogli come suo paggio proprio Yang-Gui-Fe, travestita in abiti maschili. Contrariati e umiliati dalla fortuna riservata a un alcolista antisistema, il primo ministro Yang-Kwei-Tschung e il comandante della guardia imperiale Kao-Li-Tse fanno credere all’imperatore che il suo poeta abbia sedotto la sposa a lui destinata, la principessa coreana Fei-Yen. Sollecitato dal furioso imperatore a dare spiegazioni, Li-Tai-Pe viene salvato proprio da Yang-Gui-Fe, la quale, svelata la propria identità, smaschera i funzionari imperiali e finalmente convola a nozze con l’amato poeta, finalmente conquistato dalla devozione della donna.

Divisa in tre atti piuttosto agili ma un po’ sbilanciati sul piano drammaturgico, l’opera manca di un motore drammatico convincente e sarebbe catalogabile come operetta se non fosse per una scrittura orchestrale densa e di estrema ricchezza coloristica, per i corposi interventi corali e per un impegno vocale richiesto agli interpreti decisamente impegnativo. La musica richiama Debussy e Puccini ma non va troppo oltre una decorativa gradevolezza, anche se di ottima qualità di fattura. Qualità alla quale la Beethoven Orchester di Bonn diretta dal direttore Hermes Helfricht restituisce piena giustizia grazie all’eccellente esecuzione, il pregio maggiore di questo significativo recupero del Theater Bonn. Non così la pletorica compagnia di canto e specialmente il protagonista Mirko Roschkowski, tenore di bel timbro ma gravemente deficitario nel registro acuto e poco seduttivo a dispetto di quanto pretenda il ruolo. Degli altri si fa apprezzare soprattutto l’impegno, comunque importante, più che le speciali doti vocali, dall’imperatore di Mark Morouse, indisposto come da annuncio, dal pietoso accademico imperiale di Carl Rumstadt, dalla coppia di dignitari da operetta del Primo ministro Tobias Schabel e del comandante delle guardie Santiago Sánchez,  fino allo stralunato araldo di Martin Tzonev e allo spiritoso quartetto dei mandarini di Marcel Oleniecki, Alexander Kalina, Juhwan Cho, Ricardo Llamas Marquez, piuttosto pleonastici nello sviluppo della trama e impegnati anche in uno spiritoso siparietto gastronomico nel lungo cambio di scena fra primo e secondo atto. Fanno bene, invece, Anne-Fleur Werner, una Yang-Gui-Fe un po’ introversa che sboccia soprattutto nel duettone del finale col protagonista, e Ava Gesell, nel piccolo ruolo ma marcante ruolo della principessa Fei-Yen. Di ottimo livello la prova del Coro del Theater Bonn, protagonista soprattutto nel primo atto, preparato in maniera encomiabile da Marco Medved.

Piuttosto indovinato l’allestimento firmato dalla regista Adriana Altaras con le scene ispirate a una certa essenziale spettacolarità di Christoph Schubiger e i costumi fra cineserie da operetta e il contemporaneo di Boris Kahnert. Le strizzate d’occhio alla Cina di oggi sono fatte con tono leggero e sembrano piuttosto sottolineare una distanza più che proiettare nel nostro presente l’esile trama di questo frutto tardivo di un esotismo musicale ormai al crepuscolo.

Pubblico piuttosto scarso per questa significativa ripresa, che aggiunge un altro importante tassello alla conoscenza di un repertorio ingiustamente scomparso.

 

 

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