A Bonn torna a cantare il diavolo di Schreker

Der singende Teufel (Foto Thilo Beu)
Der singende Teufel (Foto Thilo Beu)
Recensione
classica
Bonn, Oper
Der singende Teufel
21 Maggio 2023 - 16 Giugno 2023

Scomparso da qualche mese l’“Operndirektor” Andreas Meyer, non si ferma l’impegno del Theater Bonn nel recupero di lavori musicali il cui destino artistico fu segnato dall’avvento al potere di Hitler attraverso il progetto FOKUS 33” . Un impegno che continuerà anche nella prossima stagione con la ripresa di Li-Tai-Pe di Clemens von Franckenstein nel prossimo novembre e con il non certo sconosciuto Moses und Aron di Arnold Schönberg in dicembre, per non dire del titolo di chiusura della stagione “fuori catalogo” Columbus di Werner Egk, figura tuttora controversa per i mai chiariti rapporti del compositore con il regime nazista. Quanto a questa stagione, aperta (o quasi) dall’Asrael di Alberto Franchetti, si chiude con Der singende Teufel (Il diavolo canterino) di Franz Schreker, personalità emblematica della violenza del regime hitleriano esercitata nel mondo delle arti. È il suo terz’ultimo lavoro – ad esso seguiranno il pressoché contemporaneo Christophorus del 1928 e Der Schmied von Ghent del 1932, mentre di Memnon non resterà che un abbozzo – prima dell’allontanamento da ogni carica all’avvento del nuovo regime nel 1933 e la morte precoce un anno dopo a soli 56 anni. Nel 1937 la pietra tombale definitiva nella famigerata esposizione Entartete Musik (Musica degenerata) a Düsseldorf nel 1937, in cui i nuovi potenti decretano il “marchio di infamia”: “Franz Schreker era il Magnus Hirschfeld dei compositori d’opera. Non c’è perversione sessuale o patologica che non abbia messo in musica.”

Rispetto ai lavori dei primi due decenni del Novecento, quelli dei suoi più grandi successi, nel Singende Teufel il linguaggio di Schreker si fa più lineare, rinuncia all’opulenza orchestrale post-romantica e guarda piuttosto alla chiarezza espressiva e ai modi austeri degli antichi maestri, più intonati alla tendenza incarnata nella “Nuova Oggettività”, che si impone nelle arti visive del crepuscolo degli anni di Weimar. Lo stesso soggetto dell’opera si rivolge a un passato lontano, all’Alto Medioevo, durante le lotte fra cristiani e pagani.

Dal padre, morto in circostanze misteriose quando lui era bambino, Amandus Herz eredita la passione per la costruzione di organi ma non pensa a completare il grande organo lasciato incompiuto dal padre, almeno fino a quando il monaco Kaleidos non gli racconta che quello strumento sarebbe stato in grado di domare i suoni del diavolo. Amandus è combattuto fra le lusinghe di Lilian, una vergine pagana che lo incita a prendere la guida del popolo dei pagani, e le sollecitazioni della comunità dei monaci a completare il lavoro del padre. Inorridito dai culti dei pagani, Amandus fugge da Lilian e prende i voti per dedicarsi alla costruzione dell’organo prodigioso. Si rende conto, tuttavia, di essersi prestato al disegno dei monaci di sterminare i pagani durante uno dei tanti scontri fra le due comunità. In preda a una sorta di delirio, Amandus si rifugia in una grotta dei pagani dove Lilian cerca di liberarlo dagli spettri che lo hanno reso pazzo (“Satana, l’inferno, Dio e i preti sono solo spettri che ti rendono pazzo … cerca nel tuo cuore … i suoni meravigliosi e vi troverai la salvezza”). Nel suo rifugio arriva anche un pellegrino dall’Oriente in cerca di qualcuno che possa riparare il suo piccolo organo. L’uomo mette in discussione la fede cristiana citando i versi di poeti mediorientali (“Dio sono io e Dio è lui e tu. Dio è questo e quello. Dio è tutto ciò che è vivo.”). Quando sta per deflagrare l’ennesimo scontro fra cristiani e pagani, Lilian dà fuoco al monastero, che crolla trascinando nelle macerie l’organo prodigioso. Nel finale, Lilian muore fra i resti fumanti del monastero, mentre un coro intona un requiem che pone un interrogativo esistenziale sulle radici dell’odio destinato a restare senza risposta.

Benché inserito in un inedito contesto di conflitti religiosi, nel libretto scritto come sempre dallo stesso Schreker si ritrovano alcuni dei temi cari al compositore, come un filo rosso che attraversa tutto il suo percorso di uomo e artista: il potere demoniaco e catartico della musica e il ruolo ambiguo della donna, tentatrice e redentrice. Spunti che la regista Julia Burbach coglie solo parzialmente nel suo allestimento, soprattutto nel parallelo solo suggerito fra Amandus e il compositore (in bilico fra visionarietà e crisi creativa), attestandosi tuttavia su un rassicurante livello illustrativo sviluppato su due livelli fortemente contrastati, anche nelle scelte scenografiche di Dirk Hofacker, che si riflettono anche nei suoi costumi: un ambiente geometrico ed austero per la severità monastica e un’isola fatta di fogli di musica accatastati disordinatamente per le scorribande anarchiche dei pagani. Contrastano un po’ con il rigore formale del linguaggio musicale le fin troppo presenti coreografie in chiave contemporanea di Cameron McMillan, che si prendono tutta la scena negli interludi dell’opera, una scelta più adatta al grand opéra francese ma poco coerente con la natura di questo lavoro.

Molto riuscita la realizzazione musicale guidata da Dirk Kaftan attento soprattutto a rendere efficacemente e con chiarezza la linearità di questa scrittura schekeriana più matura e il rilievo alle parti solistiche ben interpretate dagli strumentisti della Beethoven Orchester, una chiarezza che si fa apprezzare anche nei momenti di più complessa ed elaborata scrittura musicale come nel finale del terzo atto con la violenta contrapposizione anche musicale fra la dimessa spiritualità dei monaci e la conturbante e primitiva sensualità dei pagani. Nel complesso all’altezza dell’impervia scrittura vocale schekeriana la compagine vocale, che trova in Mirko Roschkowski un protagonista dal buon colore vocale e capace di trasmettere il tormento interiore di Amandus. Anne-Fleur Werner è una Lilian di buona tenuta vocale ma pienamente compiuta soprattutto sul piano scenico, mentre, fra i pagani, Dshamilja Kaiser è una Alardis poco incisiva e Pavel Kudinov un Sinbrand piuttosto sguaiato. Fra i monaci, Tobias Schabel è un terribilissimo Kaleidos tutto di un pezzo ma con poche sfumature, e Wooseok Shime Hyoungjoo Yun sono i due fraticelli laici che portano una nota di leggerezza nella cupezza estrema della vicenda. Infine, Carl Rumstadtrende il pellegrino moro con la cinica e distaccata saggezza di un filosofo cinico. Bene tutti gli altri, compresi i sette danzatori.

Pubblico piuttosto scarso all’ultima delle sei recite del cartellone ma attento e generoso di applausi nel finale. Piccolo attestato di merito al team del Theater Bonn per il programma di sala particolarmente ricco di materiali e di approfondimenti, raccomandato a chi voglia saperne di più su Schreker e su uno dei suoi lavori più a lungo dimenticati.

 

 

 

 

 

 

 

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

A Bologna l’opera di Verdi in un nuovo allestimento di Jacopo Gassman, al debutto nella regia lirica, con la direzione di Daniel Oren

classica

Napoli: il tenore da Cavalli a Provenzale

classica

Al Teatro La Fenice grande successo per l’opera di Arrigo Boito nel brillante allestimento di Moshe Leiser e Patrice Caurier con la solida direzione musicale di Nicola Luisotti