Arriva Siegfried a Bastille con la regia di Calixto Bieito

Belle le voci, impetuoso il tenore Andreas Schager

AT

20 gennaio 2026 • 3 minuti di lettura

Sigfrido ( Foto @HerwigPrammer/OnP)
Sigfrido ( Foto @HerwigPrammer/OnP)

Opera Bastille Parigi

Sigfrido

17/01/2026 - 31/01/2026

Sopratutto belle voci, ma solo qualche scena affascinante a vedersi e una direzione orchestrale applaudita ma che non ha convinto del tutto. Continua a far discutere all’Opéra de Paris Bastille il Ring di Wagner arrivato alla seconda giornata, a Siegfried, con la regia Calixto Bieito e con podio il maestro Pablo Heras-Casado. Se nell’Oro del Reno almeno c’era la novità della nuova regia e drammatugia, per quanto discutibile, tra intelligenza artificiale e umanoidi, le speranze di nuovi sviluppi, d’interpretazioni ancora inesplorate, hanno cominciato a vacillare già nella Valchiria e adesso con Siegfried il disappunto si è confermato. Bieito e la scenografa Rebecca Ringst ci propongono una foresta dove si intravedono pali della luce insieme a alberi in tutte le direzioni, sottosopra e pure sospesi in orizzontale, colpa del progresso che ha stravolto la natura? E perché Sigfrido arriva con uno sportello d’auto? Il drago Fafner si presenta poi con una maschera d‘animale con orecchie da coniglio e strane corde a palline biache intono al collo e lungo il corpo, dietro ha una grande maschera nera montata su un braccio estensibile che funge anche da ingresso alla sua caverna. Niente di veramente nuovo e sorprendente nemmeno per il terzo atto, abbiamo già visto nella prima Giornata dov’è condannata Brunilde, niente fiamme ma una stanza dal bianco abbagliante con una parete di plastica trasparente che Sigfrido si limita a squarciare. Qualche idea riuscita e d’effetto, niente di più, scene fredde, malgrado il sangue del drago che Sigfrido si porta incollato addosso sino alla fine dell’opera.

Peccato perché le voci sono tutte belle e adatte ai ruoli, a cominciare dall’austriaco Andreas Schager nei panni dell’eroe senza paura, specialista della parte per cui è molto richiesto, considerato uno dei migliori Siegfried d’oggi, voce potente e che non si risparmia, malgrado il visibile sforzo e qualche sbavatura, e che continuare a cantare come un Heldentenor, impetuoso, generoso, appassionato, forte, sino alla fine. Chapeau. Al suo fianco, altrettanto impetuosa nel canto ma con più naturalezza e grande melodiosità, c’è Tamara Wilson che si conferma in ottima forma come già nella Valchiria. Ottima la prestazione pure del basso-baritono Derek Welton come il Viandante/Wotan, che si fa notare anche per gli efficaci movimenti scenici esaltati dal suo fisico muscoloso. Il tenore tedesco Gerhard Siegel è poi un perfetto Mime, viscido e manipolatore, qui presentato in giacca e cravatta, il falso perbenismo borghese?, che si fa iniezioni e prende pillole, mentre suo fratello nibelungo Alberich torna ad incarnarsi nel baritono Brian Mulligan, voce adeguata ma non è chiaro perché si impossessa del neonato di una umanoide morta. Molte cose non sono facili da capire nella nuova drammaturgia. Lo stesso è possibile dire del Fafner di Mika Kares, il basso finlandese canta bene ma la sua buona prestazione non è valorizzata dal costume di drago/coniglio, ma forse Bieito ce lo vuole fare apparire buono malgrado tutto? E nel medesimo modo lascia perplessi Erda, interpretata dal bravo contralto Marie-Nicole Lemieux, che viene fatta arrivare in scena con pentola con minestra che serve al Viandante/Wotan che poi le si scaglia contro come nelle peggiori scene di violenza coniugale. Riuscito invece il personaggio dell’Uccello della Foresta, il giovane soprano Ilanah Lobel-Torres, ottimo frutto dell’Accadémie de l’Opéra de Paris, qui vestita tutta di giallo che ha riscosso un bel successo personale.

I costumi sono di Ingo Krügler, un ruolo importante hanno anche le luci di Michael Bauer e le proiezioni di Sarah Derendinger che animano la monotona scenografia degli alberi che hanno perso la direzione. L’austera direzione di Casado oscilla tra momenti di scintillante bellezza e passaggi lirici senza eccessive ridondanze romantiche, molto apprezzabili, a soluzioni che lasciano pure perplessi, a cominciare nel primo atto dalle percussioni, quando Sigfrido forgia la sua spada, che non sembrano proprio pesanti colpi di martello. Non sempre l’alchimia tra fossa e palcoscenico si realizza e il risultato non entusiasma tutti. Alla fine applausi, in particolare per il maestro Pablo Heras-Casado che a Parigi sembra avere una nutrita schiera di fan, ma applausi un po’ freddi e non è mancato anche qualche sbadiglio.