Anna Bolena tra le bambole

 Amsterdam: regia di Jetske Mijnssen, coproduzione con il San Carlo 

Anna Bolena
Anna Bolena
Recensione
classica
Nationale Opera & Ballet di Amsterdam
Anna Bolena
10 Maggio 2022 - 29 Maggio 2022

L’olandese Jetske Mijnssen si è affermata come regista che scava la psicologia dei personaggi, portandone in primo piano le complessità e fragilità interiori, un approccio a priori molto interessante per creare un nuovo allestimento dell’Anna Bolena di Donizetti data la compresenza di tanti caratteri forti e volitivi quanto ambigui, proprio uno degli elementi più affascinanti dell’opera. Ma la sensazione finale purtroppo è, al contrario, che alcune scelte drammaturgiche indeboliscano le specificità dei protagonisti e li rendano meno comprensibili e verosimili: Enrico diventa cosi un padre amorevole (è la moda del momento, evidentemente, anche nella recente Norma alla Monnaie di Bruxelles Pollione era presentato come un padre molto vicino ai figli) mentre Bolena sin dall’inizio rifiuta con un chiaro gesto la piccola Elisabetta, bambina oltretutto spesso presente senza che se ne intuisca chiaramente il ruolo; così come protagoniste diventano pure le sue bambole al punto che invece che il medaglione sarà, in modo assai inverosimile, una bambola la prova schiacciante del tradimento di Bolena; non si comprende poi nemmeno bene all’apparire del grande cervo ucciso a caccia perché Enrico gli strappa il cuore per offrirlo a Bolena; per non parlare di Jane Seymour che resta in sottoveste (anche quando si dovrebbe rivestire) da dopo il primo incontro d’amore con Enrico sino a che, nel finale, non indosserà l’abito da sposa il cui velo, con una bella immagine, l’avviluppa, quasi la imprigiona, una vittoria che è anche una condanna, uno dei momenti più riusciti visivamente.  Le scene firmate da Ben Baur si presentano come dei quadri fiamminghi depurati all’essenziale per precisione e uso delle luci,  con una parete di fondo scorrevole che moltiplica le porte o le fa scomparire del tutto suggerendo così efficacemente i diversi ambienti e stati d’animo connessi.  Punto forte della nuova produzione è sopratutto l’ottimo cast e l’interessante direzione musicale di Enrique Mazzola. Innanzitutto Anna Bolena è incarnata splendidamente, come al solito, da Marina Rebeka, che regala una interpretazione delicatissima e tecnicamente perfetta, in particolare, del suo perdersi nei ricordi felici di gioventù in “Al dolce guidami castel natìo” e poi nei consapevoli e sereni momenti finali prima della morte (che non si vede, e sembra mancare qualcosa), voce non potentissima ma canto  elegante e sopratutto veramente toccante. Al suo fianco l’ottimo basso rumeno Adrian Sâmpetrean nella parte di un Enrico VIII, prestante e volitivo, dal bel timbro e bella musicalità, che rende il suo personaggio più gradevole, fragile e moderno dell’usuale. La parte di Giovanna Seymour è stata affidata al mezzo Raffaella Lupinacci  che, ancora una volta, colpisce invece per potenza della voce, dal bel colore brunito e facilità agli acuti, splendidi i suoi duetti sia con Bolena che con Enrico, ma qui un po’ penalizzata dalla regista che l’ha voluta solo fragile, quasi una vittima di Enrico e degli eventi, appiattendone la figura che invece è di una donna che vuole chiaramente tutto, lo dice, sia il marito che il perdono di Bolena. Ottima anche il mezzo Cecilia Molinari come Smeton, un ruolo en travesti che le calza perfettamente, cantato con naturalezza e interpretato in modo assai credibile e godibile. Meno felice  invece la scelta del tenore spagnolo Ismael Jordi per interpretare Riccardo Percy, suoni acuti un po’ troppo nasali e pure pronuncia ancora un po’ troppo spagnola per rendere appieno il belcanto italiano. Apprezzabile invece il coro e sopratutto l’orchestra che Enrique Mazzola dirige con un piglio quasi verdiano, si nota sopratutto nei cori, dando un’interpretazione della partitura musicale molto teatrale e attenta ai cantanti. Infine il balletto, gradevole nelle danze di corte, un po’ eccessivo con strani movimenti nel matrimonio finale, matrimonio che di solito è solo suggerito dalla musica e qui invece diventa, altra scelta apprezzabile, coprotagonista del finale tragico dei condannati a morte sottolineando la perenne ambivalenza della vita.

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