African novels al Museo Egizio di Torino

Una nuova composizione di Orazio Sciortino con Sonia Bergamasco nell’ambito del festival EstOvest

Orazio Sciortino
Orazio Sciortino
Recensione
classica
Torino, Museo Egizio
African novels
20 Ottobre 2018

Torna l’ormai irrinunciabile “concerto col cuscino” (chiamato così perché gli ascoltatori se lo portano da casa) nella galleria dei Re del Museo Egizio di Torino. Sabato sera la salata accolto un concerto per voce recitante e quartetto d’archi di Orazio Sciortino intitolato African novels, progetto nato da un’idea di Claudio Pasceri che, oltre a suonare il violoncello nel NEXT ensemble, è coordinatore del festival EstOvest. African novels, commissionato e concepito specificamente per questi interpreti (Sonia Bergamasco, voce recitante, e Orazio Sciortino), porta avanti un discorso politico: mettendo in scena letteratura “altra” e parlandoci degli incontri (e dei riconoscimenti) possibili con l’altro. I tre racconti cuciti assieme sono tratti da opere di Nagib Mahfuz, Wole Soyinka, John Maxwell Coetzee e J.M.G. Le Clézio. Si tratta di autori africani, premi Nobel, i cui temi sono universali, poco connotati in senso africano, e non distanti geograficamente da noi, ma quanto mai vicini e attuali. L’inconsueta scelta letteraria ha costretto il compositore Sciortino a un lungo studio delle fonti, anche se - nelle sue stesse parole - è qui la musica a farsi discorso narrativo, legando fra di loro i vari momenti musicali. La voce, recitante ma comunque notata, entra nella fitta trama sonora come uno strumento vero e proprio. Non viene dunque cercata la continuità narrativa della parola, ma della musica. La composizione è fluida, scorrevole, non rigidamente strutturata, e forse proprio perché il tema è la frontiera, lo spaesamento, gli interpreti non hanno molti punti di riferimento all’interno della complessa partitura (ciò rende necessaria la presenza del maestro concertatore, lo stesso Sciortino).

 

African novels è dunque un trittico con all’interno di ogni pannello alcuni episodi. Nel primo campo lungo, un panorama assolato, par di vedere un rotolacampo come nei western, e poi zoom in un bar, interno. Ascoltiamo, vediamo, forse già mezzo ubriaco, uno smargiasso, il conquistatore, il ganzo: una voce emerge dal buio (e qui il talento di Sonia Bergamasco riesce a dar corpo a entrambi) e lo placa. Un violento scontro musicale avviene tra i due, in cui la voce contrappunta il concitato dipanarsi della lite, à la Sostakovic; una lunga caduta, senza soluzione di continuità, precipita il bruto nel primo di due inquietanti episodi onirici (“Non coprite le cicatrici”): una visione? Un sogno? Un vaneggiamento prima della morte? Qui il testo si fa più poetico e le fasce sonore si muovono lente, intrecciate assieme in bande orizzontali e oblique, in cui pare di ascoltare un certo sapore di Morton Feldman; segue un altro episodio agitato (“Schegge di luce”) dove Bergamasco è implacabile, precisa come una lama luccicante, circondata dalla ieraticità delle statue eterne alle sue spalle. La sezione è chiusa infine da una coda. 

 

È più crudo l’episodio della straniera e del magistrato che potrebbe intitolarsi “del desiderio oscuro”. S’avvia con una lavanda ai piedi della donna barbara, cieca, prigioniera, annientata, affidata inizialmente al violoncello solo, drammatico, scuro come un lamento, una scena sghembamente erotica tra due personaggi fuori posto che vivono sulla frontiera. La musica è qui multiforme, ora è il racconto della donna accecata, ora è personificazione del desiderio dell’uomo, ed è la scena stessa a essere giocata tutta sul crinale. Chi è l’oppressore? Chi la vittima? E qui di nuovo Bergamasco, convincente, fa albergare in sé i due personaggi, le diverse personalità e le loro voci. L’isteria a proposito dei barbari è ciclica, afferma il magistrato. La frontiera è presidiata - ed è precisamente l’attualità di queste ore e di questi giorni, considerati i fraintendimenti che il governo italiano ha avuto sulla frontiera francese - ma lui non ha mai visto nulla. E ancora, sospeso, un episodio di sogno (o è una confessione?) dell’uomo: la bambina nella neve che sta costruendo un forte, il pesce congelato in bocca, simbolo dell’impossibilità di parlare, come nei peggiori incubi. Siamo dentro l’abisso, nel vortice. Può seguire solo il silenzio e l’addio tra i due. Vagamente tonale, l’addio sarebbe reso intelligibile anche unicamente dalla composizione di Sciortino, una musica che dice tutto da sola e sfida la semantica del testo, rendendolo in questo punto persino superfluo. La commozione è palpabile, c’è una comunicazione sottile fra interpreti e spettatori che riempie questo spazio strano, quasi sacro, in penombra. 

 

L’ultimo pannello è una sorta di doppia rifrazione poiché Le Clézio è sia francese che africano e ha dunque scelto di essere “l’altro”. È l’Africa il luogo dove si vuol tornare, quando africani non si è, ma lo si è diventati. Ma è anche allo stesso tempo un mondo lontano, quello dell’infanzia e della memoria collettiva: la coesione musicale si fa perfetta, tra voce, ensemble e concertatore, suonano come se lo facessero assieme da sempre (mentre invece la prima assoluta ha avuto luogo il giorno prima del concerto torinese, a Camogli), come fosse un pezzo di repertorio. L’amore eterno, il nostalgico volgere lo sguardo all’indietro, tutto giocato sul registro acuto del violino, e infine, ancora una tessitura densa nella lunga coda conclusiva, un arabesco di suoni fini, ma compatti, intrecciati fra loro, un po’ Notte trasfigurata, un po’ Lyrische Suite.

 

 

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